La moda di Rei Kawakubo. Dal Giappone a New York

A partire dal prossimo maggio, il Costume Institute, l’istituzione specializzata nella moda presso il Met di New York, dedica a Rei Kawakubo la seconda personale mai intitolata a un “sarto”. Al centro dell’attenzione la sua capacità di sfidare le tre convenzioni su cui si basa ogni discorso intorno alla moda: bellezza, buon gusto e fashionability.

Rei Kawakubo
Rei Kawakubo

È stata proprio lei, questa piccola, silenziosa giapponese, a salire in cattedra durate la fashion week parigina appena conclusa. Una settimana come sempre ricca di proposte ma anche di deboli pensatori; fragili “creativi” arroccati dietro marchi storici che vantano magari una storia prestigiosa, ma sono ormai in balia di rotazioni velocissime. Costruite così: si crea l’attesa, si prepara la sfilata-evento si prosegue per due o tre stagioni e poi si cambia. Avanti il prossimo stilista: ai conglomerati del lusso importano innanzitutto le quotazioni in borsa, di sarti o visionari non sanno davvero che farsene. Meglio i vetrinisti, che nel migliore dei casi assurgono al rango di costumisti pensosi.

UNA STILISTA VISIONARIA

Rei Kawakubo (Tokyo, 1942), invece, è una visionaria. Non si conoscono altri progettisti d’abbigliamento capaci di innalzarsi al livello delle sue riflessioni sulla moda. Chi assiste a una sua sfilata sa che non è lì per trovare l’ultimo trend o l’abituccio più cool della prossima stagione. Sa invece che deve attivare l’ippocampo nella speranza di riuscire a dare un nome al flusso di associazioni visive con cui deve confrontarsi. Non c’è giornalista di moda, per quanto talentuoso, in grado di dare conto in maniera esaustiva di un suo show.
In passerella questa volta sono scesi solo diciotto capi, che mai nessuno indosserà ma che certamente sono pronti per essere osservati e studiati al Met di New York. Grandi forme scultoree mosse da corpi, per lo più senza braccia, imbrigliati dentro curve di ovatta, di feltro, di carta, di nylon, di argento sintetico… tutti accompagnati da parrucche a nuvola. Di filo di ferro.
Rei ha commentato la sua sfilata con una piccola didascalia: “The Future of Silhouette”. Si tratta senza dubbio di una meditazione. Sulla natura del lavoro di chi disegna moda, sulla trasformazione nei processi di chi la produce, sul suo futuro, appunto.

Rei Kawakubo - Fall-winter 2017-18
Rei Kawakubo – Fall-winter 2017-18

GIAPPONE: TALENTO E LAVORO

Strani personaggi questi figli del Sol Levante. A partire dal modo in cui un maestro 74enne alleva in casa i suoi discepoli. Niente concorsi e selezioni sponsorizzate da questo o quell’ente preposto. Niente aiuti ministeriali a pioggia, solo lavoro e ricerca del talento. Prendiamo il caso di Junya Watanabe, 56 anni, già assistente della Kawakubo. A un certo punto ha iniziato a sfilare col suo nome di battesimo proprio negli spazi che Rei gli ha messo a disposizione finché non è stato in grado di spiccare il volo da solo. Qualcosa del genere è accaduto a Chitose Abe, 42 anni: prima assistente di Rei, poi membro del team di Watanabe e ora direttore creativo di Sacai. I loro show a Parigi sono imperdibili per i veri connoisseur. E nel suo negozio di Londra, Rey vende l’uno e l’altro insieme a una selezione di prodotti di colleghi che stima particolarmente, come Azzedine Alaïa, John Galliano o Marc Jacobs per esempio.  Cose davvero aliene…

Aldo Premoli

New York // dal 4 maggio al 7 settembre 2017
Rei Kawakubo/ Comme des Garçons: Art of the In-Between
MET
1000 Fifth Avenue
www.metmuseum.org

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive tra Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio, che fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di Huffington Post ha fondato a Catania, l’Associazione Mediterraneo Sicilia Europa e a Noto il Centro Studi sulle migrazioni che porta lo stesso nome.