Milano Design Week: i top e i flop dell’edizione 2022

Dopo aver vissuto e raccontato la settimana del design, è arrivato il momento dei bilanci. Dalle proposte dei distretti agli eventi, fino all’impatto sulla città: ecco che cosa ci è piaciuto e cosa, invece, ci ha lasciati perplessi

Con un Salone del Mobile tornato alle ‘cubature’ tradizionali e un Fuorisalone espanso fino a coprire quasi tutto il territorio cittadino e in alcuni casi a spingersi oltre, la design week che si è appena conclusa è stata per certi versi simile a quelle pre-Covid, forse con un pizzico di consapevolezza in più per quanto riguarda i temi legati alla sostenibilità. Tra le tante mostre, installazioni, performance, spunti e chiavi di lettura, ne abbiamo selezionato alcuni che ci hanno colpiti in modo particolare, in positivo come in negativo.

Giulia Marani

1. TOP – IL LAVORO DI SABINE MARCELIS E OMA PER SOLIDNATURE

The Offcut Bar, Alcova (Lavanderia)

I pezzi unici realizzati dalla designer olandese e dallo studio di architettura fondato da Rem Koolhaas per mostrare le potenzialità delle pietre naturali, in mostra ad Alcova durante la design week, stupiscono su due piani, tecnico ed estetico, e sono una delle cose più fresche e nuove che abbiamo visto nei giorni scorsi. Un effetto wow che cominciava prima della mostra vera e propria, con un grande portale multicolore, e proseguiva nello spazio dell’Offcut Bar, l’area lounge con sedute e tavoli coloratissimi realizzati con gli scarti del marmo, allestito in maniera impeccabile. Restando in tema di marmo e di bar, ma cambiando radicalmente zona, è stata molto riuscita anche la riproposizione in scala 1:1 all’interno dell’Arci Bellezza dell’American Bar di Vienna disegnato da Adolf Loos a opera di Davide Fabio Colaci.

2. TOP – ISOLA DESIGN DISTRICT

design _sucks, Robot Shit Exhibition, courtesy Isola Design District

Questo è un distretto che abbiamo visto crescere, e che quest’anno ha messo insieme una proposta varia ma di grande coerenza, incentrata in particolare sui giovani e sul design di ricerca, raccogliendo in un certo senso il testimone della Lambrate degli anni d’oro. Gli spazi sono talvolta risicati, la “materioteca” allestita allo Spazio Gamma, per esempio, avrebbe senz’altro beneficiato di qualche metro quadro in più, ma c’è una visione ed è quello che conta maggiormente. Menzione speciale per la selezione di pezzi di designer internazionali curata da Finemateria, per La Sedia Innocente di Antonio Scarponi e per la Robot Shit Exhibition, che mette il dito su un problema che solitamente si preferisce non vedere: il fatto che la stampa 3D incida non poco sugli equilibri ambientali, generando scarti (“merda di robot”, nel linguaggio provocatorio degli organizzatori della mostra) che sono particolarmente complessi da riciclare.

3. TOP – IL GRADUATION SHOW INTERGENERAZIONALE DELLA DESIGN ACADEMY EINDHOVEN

DAE 75 – Intergenerational Graduation Show, exhibition view, photo credit Federico Floriani

Ha tre quarti di secolo, ma non li dimostra: tra le scuole di design più all’avanguardia a livello mondiale, la Design Academy Eindhoven ha deciso di festeggiare le sue 75 primavere mettendo in scena una versione extralarge del suo celebre Graduation Show. Allestita nell’ex panificio dismesso della Caserma XXIV Maggio di via Vincenzo Monti con una selezione di lavori di fine anno degli studenti che abbraccia oltre sette decenni e svariate generazioni, la mostra ci ha fornito l’occasione di riscoprire i progetti giovanili di designer oggi molto famosi – dai Formafantasma, che nel 2009 con Moulding Tradition ragionavano su temi come l’immigrazione, l’assimilazione culturale e l’ambiguità del concetto di identità nazionale con un decennio buono di anticipo sul mainstream, a Eric Klarenbeek e Maartje Dros (Klarenbeek & Dros), che nei primi anni Duemila promuovevano l’efficienza energetica facendo “galleggiare” una lampada grazie al calore generato dalla sua fonte luminosa – ma anche di analizzare l’evoluzione della società seguendo quella dei bisogni o dei problemi ai quali i giovani progettisti si sono proposti di rispondere in epoche diverse.

4. TOP – GLI SPAZI EX-INDUSTRIALI

Baranzate Atelier

L’associazione di oggetti di design e luoghi cosiddetti “atipici” non è certo nuova, anzi. Spulciando la storia del Fuorisalone ci si imbatte in qualunque tipo di location bizzarra o edificio dismesso. Un esempio è l’ex-Macello Comunale di Milano in cui Pallucco ambientò alcuni eventi memorabili (a detta di chi vi partecipò, cosa impossibile a chi scrive per ragioni anagrafiche) nella seconda metà degli anni Ottanta. Ci sarebbero, insomma, tutte le premesse perché questo gioco, a metà tra archeologia industriale e ruin porn, cominci a stufare. Invece, in qualche modo, le location atipiche ormai diventate tipiche continuano ad affascinare: è il caso dell’ex-Ospedale Militare di Baggio per la seconda volta sede di Alcova, così come dell’ex-fabbrica Necchi di Baranzate, una chicca abbandonata da oltre vent’anni che ha potuto rinascere a nuova vita grazie ai designer belgi di Zaventem Ateliers, ma anche della Fabbrica Orobia, l’ex-scalo ferroviario coperto di edera che ha ospitato lo show di un’azienda ultrablasonata come Flos risultando del tutto credibile come cornice. La posizione decentrata di questi luoghi, se da un lato costringe i visitatori a camminare parecchio, dall’altro contribuisce a valorizzare i quartieri che, ognuno con la propria identità, rappresentano un valore aggiunto per la città.

5. TOP – LA SOSTENIBILITÀ FINALMENTE INTEGRATA NEI PROCESSI

Twenty, Tom Dixon a Palazzo Serbelloni

Anche l’ecologia è un mantra che da parecchi anni viene ripetuto un po’ da chiunque durante la settimana del design milanese, ma spesso si trattava di operazioni di greenwashing in cui a grandi proclami non corrispondeva un reale impegno. Poco a poco, però, anche le aziende più grandi hanno cominciato a vedere la sostenibilità come un fattore strategico di crescita e a lavorare sui processi produttivi integrando la circolarità e il riciclo dei materiali. Non è un caso, per esempio, che la grande mostra celebrativa dei vent’anni di attività del designer britannico Tom Dixon a Palazzo Serbelloni lasciasse un ampio spazio al lavoro fatto insieme al suo studio su alcuni grandi classici come la lampada Mirror Ball (proposta in una versione monumentale per la prima volta realizzata interamente in policarbonato riciclato) e ai nuovi materiali a basso impatto come il sughero o il micelio, o che a Eurocucina si siano cominciati a vedere degli elettrodomestici con una percentuale importante di plastica riciclata.

6. FLOP – ZONA TORTONA IN CERCA DI IDENTITÀ

Milano – Zona Tortona

 

Non si tratta di un giudizio sul valore dei singoli progetti – abbiamo visto anzi proposte anche molto interessanti, per esempio tutto il primo piano del BASE con We Will Design e le riflessioni dei giovani designer sul futuro, che spesso riguardano da vicino la tecnologia o il digitale, o ancora l’intelligente mostra Antifragile dell’ISIA di Firenze nell’ambito di Tortona Rocks – ma piuttosto di un ragionamento di carattere generale su un distretto che da qualche anno sembra avere troppe anime o voler andare in troppe direzioni diverse senza scegliere. Il risultato è che ci si orienta con difficoltà, mentre la convivenza tra i grandi brand e le realtà più confidenziali e di ricerca appare a volte forzata.

7. FLOP – UNA MILANO INCLUSIVA PIÙ A PAROLE CHE NEI FATTI

Alvar Aaltissimo per KoozArch, The Nolli Salone

Se Milano è già normalmente una città molto cara, nel periodo del Salone del Mobile il mercato locativo esplode letteralmente e per chi arriva da fuori alloggiare in città può diventare davvero impegnativo. Secondo una ricerca di AbitareCo pubblicata un paio di settimane fa dal Corriere della Sera, l’aumento medio degli affitti settimanali sfiorerebbe in alcune zone il 400%, mentre non abbiamo dati certi sugli affitti (senza dubbio astronomici) delle location. Il problema è stato sottolineato con una certa dose di ironia da Alvar Aaltissimo con il Nolli Salone, una mappa realizzata in collaborazione con la piattaforma KoozArch che utilizza lo strumento della rappresentazione parametrica mista per mettere in evidenza eccessi e tic della nostra città, oltre a evidenziare i principali flussi di visitatori a uso e consumo di chi volesse evitare di essere risucchiato dalla folla.

IMG: Alvar Aaltissimo per KoozArch, The Nolli Salone

8. FLOP – BALLARE SULL’ICEBERG, O NEL CRATERE LASCIATO DAL METEORITE

Tortona

Dopo l’edizione interlocutoria dello scorso settembre, quella appena conclusasi è stata l’edizione del ritorno alla normalità pre-pandemia. Il sistema design, con i suoi annessi e connessi, si è rimesso in moto ed è stato bello tornare a sperimentare una certa frenesia. Certe installazioni, però, che sembrano concepite soltanto per fare da cassa di risonanza a brand magari privi di qualunque legame con il mondo del design, senza un vero contenuto culturale o progettuale, sembrano provenire da un tempo passato. La sensazione che si prova nel guardarle è quella che si prova nel vedere il finale di certi film apocalittici in cui, schivato il meteorite o evitato l’olocausto nucleare, tutti tornano alle loro vite incuranti di quanto appena accaduto e senza avere imparato nulla.

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.