Tra le mostre in cartellone ancora per tutto l’autunno, c’è la riflessione del Cube Design Museum di Kerkrade, in Olanda, su un tema che la recente esperienza della quarantena ha messo in una nuova prospettiva. Un percorso filosofico scandito dalle opere recenti di artisti e designer internazionali.

Problematizzato dai filosofi per un paio di millenni senza davvero venirne a capo, superato dalla fisica, per la quale, in definitiva, non sarebbe altro che una tenace illusione, il tempo è tornato al centro della scena nei mesi scorsi. Alcuni di noi, una volta scardinata la routine giornaliera, si sono trovati improvvisamente alle prese con lunghe ore da riempire, altri hanno riscoperto il valore di un bene che sembra sfuggire a qualunque definizione (“Se non me lo chiedi so cos’è. Ma se me lo chiedi non lo so più”, scriveva Sant’Agostino nelle sue Confessioni). Secondo uno studio effettuato dall’istituto di ricerca Doxa nel nostro Paese, proprio all’uscita dalla relativa atemporalità della quarantena, una percentuale importante della popolazione avrebbe la sensazione di sprecare il proprio tempo vivendo esperienze poco significative, e non è da escludere che indagini simili possano dare lo stesso risultato in altri Paesi europei.
Tra le mostre di quest’anno, che chi non si è mosso dall’Italia potrà recuperare in autunno se i confini resteranno aperti, ce n’è una che, per pura coincidenza, affronta il problema “tempo” attraverso il prisma del design. Il titolo di Time Matters, cela un gioco di parole: può essere tradotto, infatti, sia come “Questioni di tempo” che come “Il tempo conta”. La mostra, progettata dalla IMF Foundation di Roma con il Cube Design Museum di Kerkrade, presenta una serie di pezzi unici di designer e artisti internazionali che si sono confrontati con le diverse interpretazioni del concetto tempo.

Time Matters. Exhibition view at Cube Design Museum, Kerkrade 2020. Photo Ruud Balk
Time Matters. Exhibition view at Cube Design Museum, Kerkrade 2020. Photo Ruud Balk

PAROLA ALLA CURATRICE ELISABETTA PISU

L’idea è nata, due anni fa, da alcune letture da Sant’Agostino a Kant sulla questione: il tempo esiste?”, spiega Elisabetta Pisu, curatrice insieme a Gene Bertrand e Wouter van Dillen del Cube. “Un dilemma filosofico che dura da millenni rafforzato dalla teoria di Albert Einstein sul tempo relativo per giungere infine alla conclusione della Loop Quantum Gravity, secondo la quale il tempo non esiste”. L’indagine è stata avviata in tempi non sospetti, vale a dire prima che la pandemia trasformasse radicalmente il nostro modo di vivere, con in mente una società presa dalla frenesia di essere sempre più efficiente e produttiva. “Una combinazione temporale ha fatto sì che la mostra coincidesse con il lockdown, portandoci in un ‘tempo sospeso’, costringendoci a rapportarci con esso e a capirne l’importanza”, prosegue la curatrice.
Nel ‘tempo vuoto’ della quarantena abbiamo avuto modo di riflettere sul futuro e pensare a una visione del mondo compatibile con le continue emergenze climatiche, sociali ed economiche. Questo ha portato, e porterà, a cambiamenti sensibili nei nostri comportamenti sociali, invitandoci a decelerare”. Una situazione in cui il design può assumere un ruolo di primo piano, per esempio come “mediatore culturale, estendendo il suo impulso non solo ai prodotti ma ai servizi e ai sistemi. Una creatività onnicomprensiva di forma, funzione, interazione, non soggetta ai soli criteri di produttività”.

GLI OROLOGI E IL DESIGN

Molti degli oggetti in mostra sono orologi. Rispetto a quelli che abbiamo intorno a noi nella vita quotidiana, però, non servono a misurare ore, minuti e secondi, ma reagiscono in maniera più personale allo scorrere del tempo, oppure si concentrano su intervalli dilatati che eludono la percezione comune. Il meccanismo del Life Clock dell’artista francese Bertrand Planes, per esempio, del quale esistono diverse versioni successive numerate, è rallentato 61.320 volte rispetto a quello di un comune orologio e ci vogliono 84 anni ‒ pari all’aspettativa di vita media delle donne nell’anno in cui il primo pezzo della serie è stato creato (era il 2011) ‒ per fare un giro completo. I Relative Clocks di Matthew Rosier e Jonathan Chomko (2016) sono stati disegnati su commissione dell’Agenzia Spaziale britannica. I quattro orologi misurano lo scorrere del tempo sulla Terra e su quattro navicelle in orbita intorno al nostro pianeta, due misurazioni che tendono a divergere apprezzabilmente nel tempo illustrando gli effetti della relatività generale e speciale.

Time Matters. Exhibition view at Cube Design Museum, Kerkrade 2020. Photo Ruud Balk
Time Matters. Exhibition view at Cube Design Museum, Kerkrade 2020. Photo Ruud Balk

MISURARE IL TEMPO

In alcuni casi la misurazione perde qualunque pretesa di precisione, come per esempio in Just About Now (2012) di Maarten Baas, un’interpretazione della clessidra tradizionale che scandisce lo scorrere del tempo in maniera volutamente approssimativa, o nel Claude Glass dell’olandese Commonplace Studio, uno schermo digitale che registra il tempo atmosferico anziché quello dell’orologio e prende il nome dallo specchietto usato dai primi turisti ottocenteschi per amplificare la bellezza naturale di una scena o di un paesaggio. In altri un aspetto ultraconvenzionale ‒ per esempio, quello del classico (e perfino vagamente kitsch) orologio in legno protetto da una campana di vetro di The Time is Ticking di Aart van Asseldonk (2015) ‒ nasconde delle sorprese e stimola la riflessione sulla caducità della vita. “A prima vista sembra perfetto, per poi scoprire minuscoli solchi fatti dai tarli che lentamente lo stanno corrodendo fino a che tutta la struttura crollerà e smetterà di funzionare. Quando avverrà? Non possiamo saperlo”, spiega ancora Elisabetta Pisu. “Una metafora su bellezza, vanità e inesorabile passaggio del tempo che ogni cosa muta. Lo trovo poetico nella sua drammaticità”.

Giulia Marani

Kerkrade // fino al 3 gennaio 2021
Time Matters
CUBE DESIGN MUSEUM
Museumplein 2
www.cubedesignmuseum.nl

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.