Parola ai designer #5. Carlo Frinolli, il co-designer

La tecnologia, e il digitale, sono stati nostri alleati durante il lockdown. Al tempo stesso, hanno sollevato tutta una serie di problemi nuovi che aspettano nuove soluzioni. Ne abbiamo parlato con un esperto di interaction design e architetture dell’informazione che, tra le altre cose, ha organizzato una jam (virtuale, naturalmente) per raccogliere idee su design e post-Covid19.

La parola ai designer: Carlo Frinolli
La parola ai designer: Carlo Frinolli

Head of Design e CEO di nois3, experience design agency fondata nel 2013 insieme a 4 soci, Carlo Frinolli lavora, insegna e vive a Roma. Ingegnere delle telecomunicazioni di formazione, è un UI/UX designer che si nutre di Human Centered Design e Co-Design sviluppando progetti, organizzando workshop e dando vita a concept visivi, strategie digitali, siti web e applicativi mobile. È dal 2014 l’organizzatore di WUDRome, format internazionale attivo dal 2005, considerato uno dei più importanti appuntamenti in Italia che riunisce speaker italiani e internazionali, manager, designer, sviluppatori e professionisti della comunicazione digitale, con la mission di diffondere buone pratiche di progettazione. Con il suo team interdisciplinare lavora in modo interattivo, avviando un processo creativo e critico che coinvolge il cliente nel corso evolutivo del progetto: Design Thinking è il loro mantra. Ci siamo fatti raccontare come ha affrontato il lockdown e quali riflessioni sono emerse, soprattutto sul fronte del design come grande driver del cambiamento.

Tre parole/aggettivi per descrivere il tuo lavoro di designer, prima, durante e dopo la Pandemia
PRIMA: Collaborativo, Fisico, Empatico
DURANTE: Collaborativo, Online, Conference Call
DOPO: Impatto, Distribuito, Prossimità 

Che cosa ti resterà del lockdown? Cosa butti e cosa tieni?
Una cosa che sicuramente tengo è la riscoperta della prossimità, dai negozi ai parchi. Questa permanenza forzata a casa ha consolidato un senso di appartenenza al quartiere (anche grazie all’ account Instagram @proiezionistianonimi) restituendomi una dimensione che può non essere più lavoro-centrica, nel senso della routine 9-19. Una cosa che butto, invece, è che in realtà la mia routine, anche da casa, è stata molto legata a quest’abitudine di lavorare 9-19. E la sensazione è stata quella di lavorare anche di più. Quello che voglio buttare è anche il fatto che molte aziende abbiano costretto i propri dipendenti a interminabili conference call. Non c’è niente di smart in questo modo di fare working… Ci sono ovviamente tutte le mancanze che abbiamo subito in tanti: gli affetti, gli amici, la socialità. In alcuni casi però, mi sento di dire che tutto questo ha cementato alcuni rapporti. Non so, nel dramma collettivo che abbiamo vissuto mi porto a casa sicuramente una consapevolezza diversa del Noi. Poi ricominceremo ad accapigliarci come prima, senz’altro, ma i primi appuntamenti sul balcone sono stati davvero emozionanti per me.

Il tuo lavoro ha subito variazioni (nei tempi, nell’approccio, nei contenuti)?
Il mio lavoro è cambiato poco nel metodo e molto negli strumenti. Prima, quando tenevamo workshop, era tutto un florilegio di post-it, pennarelli, disegnini, schemi. Quest’approccio aveva come ipotesi del problema una fisicità e una presenza che, al momento, sono inibite o comunque fortemente limitate. Probabilmente il nostro lavoro nei mesi a venire risentirà di queste nuove abitudini, portandoci a mischiare ancora di più il fisico con il digitale. Dubito che ritorneremo esattamente come prima, ma questa cosa non penso sia un male, penso che troveremo un nuovo livello di equilibrio in cui si riuscirà a fare design collaborativo ma allo stesso tempo distribuito. Alcune piattaforme che abbiamo forzatamente adottato ci hanno mostrato grande potenziale e hanno, anche, fatto emergere la necessità di alcune accortezze per poterle far rendere al meglio.

La parola ai designer: Carlo Frinolli
La parola ai designer: Carlo Frinolli

I designer hanno l’opportunità di riacquistare un ruolo centrale per la società post Covid, mettendosi al servizio dei tavoli di dibattito che guidano le strategie per il rilancio. Quali sono gli strumenti secondo te più utili per ripensare i sistemi relazionali e culturali d’ora in poi?
Il primo non è uno strumento, ma è un approccio, una caratteristica: la curiosità. Assieme alla voglia di non dare tutto per scontato, sono due ingredienti fondamentali con i quali dobbiamo e possiamo giocare. Le altre cose che mi vengono da citare sono la collaborazione, il coinvolgimento e l’inclusione. Noi pratichiamo il design collaborativo da molti anni, quasi 10. E nelle scorse settimane abbiamo, invece, visto tante soluzioni per il post-Covid che erano quantomeno imbarazzanti dal punto di vista del design. È chiaro che chi ha progettato la gabbia di plexiglas da spiaggia non è mai stato in spiaggia o al sole, per esempio. Viceversa, penso che il design che si prende la briga di includere, ascoltare e porsi i problemi e le opportunità con gli occhi delle persone per cui stiamo lavorando, quello può e deve avere grande spazio. Da un certo punto di vista questa fase così nuova è una grande occasione, per ripensare la nostra società e magari addrizzare giusto quel paio di storture che ha generato.

A proposito, parlaci della Jam che hai organizzato (rigorosamente da remoto) proprio per far ragionare gruppi di designer su cosa sarà dopo..
Il 22/24 maggio scorsi abbiamo fatto la COVIDesignJam, un evento online immaginato per provare a dare risposte della nostra nuova quotidianità in un’epoca inedita, che ha coinvolto filosofi, sportivi, musicisti, operatori turistici, ristoratori, insegnanti, imprenditori e lavoratori, insieme a noi progettisti.

Perché dobbiamo progettare una routine nuova, che impatta tutti. Abbiamo dei vincoli, che cominciamo a conoscere. Abbiamo delle necessità, che stiamo scoprendo. Possiamo cogliere le opportunità che questa situazione genera e lo dobbiamo fare includendo nel processo di progettazione tutti coloro che una voce in capitolo ce la devono avere. Niente di straordinariamente inaspettato, in fondo. Stiamo parlando di poter essere interpellati per arredare l’appartamento in cui ci troveremo a vivere, se mi passi la metafora. Almeno chiedere e poter far esprimere le perplessità e le preferenze a chi, in quell’appartamento, ci dovrà vivere. 

Su cosa indirizzerai – o vorresti indirizzare – la tua ricerca futura?
Sempre più su questo approccio, in modo diverso, più distribuito, magari più ibridato con il digitale. Ma sempre avendo in testa l’idea dell’impatto che possiamo avere come progettisti nella vita delle persone, anche quando ci occupiamo di un dettaglio marginale. 

– Giulia Mura 

www.nois3.it/

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.