Sembrano giocattoli ma sono dichiarazioni di guerra contro il capitalismo sfrenato che sta cambiando il volto del Middle East, sacrificando tradizioni e vestigia del passato al culto del futuro. Le opere del designer libanese parlano di argomenti seri con il linguaggio dell’infanzia.

Jara, Maya, Zeina e Racha sono quattro “bambole arabe”, al tempo stesso sculture di legno che rappresentano donne velate e oggetti d’uso comune, vasi o boîte pensati per nascondere alla vista oggetti preziosi. La loro forma affusolata ricorda quella dei proiettili, aggiungendo un livello interpretativo a un lavoro che nasce da una riflessione sul controverso divieto all’uso del velo nei luoghi pubblici introdotto in Svizzera alcuni anni fa. Gli escavatori d’acciaio della serie Beirut 8, delle dimensioni di un giocattolo, alludono alla febbre edilizia che ha colpito la capitale libanese, demolita e ricostruita più volte nel corso di un quindicennio di guerra civile e oggi preda di promotori senza scrupoli. Hotel cinque stelle, boutique alla moda, complessi residenziali lussuosi ma asettici conquistano qualunque parcella di terreno si riveli disponibile, mentre i grattacieli rimpiazzano le residenze tradizionali e i giardini, cancellando qualunque segno di appartenenza culturale o abbozzo di vita comunitaria. Il risultato è una città che ricomincia ad attirare investitori stranieri e che però sconcerta i suoi abitanti, oltre a risultare economicamente e socialmente off limits per la maggior parte dei libanesi.
I camion, le gru e le betoniere, tutti in scala ridotta, che affiancano una lampada ispirata all’architettura del nuovo Louvre di Abu Dhabi firmato da Jean Nouvel nella collezione Capture, raccontano l’eterno work in progress della metropoli emiratina, ma ricordano i loro omologhi in plastica che siamo abituati a vedere tra le mani dei bambini. La capacità di posare uno sguardo leggero e divertito su temi pesanti ‒ cioè densi, importanti, d’attualità stringente ‒ è la cifra stilistica di Carlo Massoud, designer libanese classe 1984 formatosi all’Accademia delle Belle Arti di Beirut e all’ECAL di Losanna, alla sua prima personale in Italia. Elementi del mondo dell’infanzia e oggetti che potrebbero sembrare giocattoli a un primo sguardo, ma in realtà hanno sempre un’utilità pratica, sono funzionali al racconto dei grandi problemi del nostro tempo. Il candore tipico dei bambini va a braccetto con una grande acutezza nell’analizzare la realtà, privilegiando soggetti dal forte taglio sociale e politico.

Carlo Massoud, Capture, photo Carlo Massoud
Carlo Massoud, Capture, photo Carlo Massoud

LE OPERE

I più significativi tra i lavori del designer dalla fondazione del suo studio, nel 2013, sono allestiti all’interno dell’Oratorio della Passione di Piazza Sant’Ambrogio insieme a un progetto inedito e site specific realizzato a quattro mani con la sorella ceramista Mary-Lynn Massoud, una pala d’altare rivisitata in ceramica e scaglie di onice. Non è la prima volta che i due fratelli lavorano in tandem: era già successo nel 2015 con Autopsy, una collezione di sei sgabelli in bronzo fuso ispirata alle bambole della fertilità sudafricane, tradizionalmente trasmesse di madre in figlia e cariche di significato spirituale. Il pesce e gli astanti, questo il titolo della mostra prodotta da 5VIE art+design e curata da Maria Cristina Didero, interpreta in chiave contemporanea e fanciullesca alcuni passaggi della liturgia. Gli oggetti delle collezioni del designer si trasformano in fedeli immaginari, accomodati su classiche panche da chiesa e rivolti verso l’altare. “Il pesce rappresenta Gesù nella narrazione cristiana, la religione di Carlo Massoud e di sua sorella”, spiega la curatrice, “mentre gli astanti rappresentano il pubblico. Io e Carlo ci siamo conosciuti sei anni fa a New York, quando mi occupavo dell’Armory Show. Facevo dei piccoli show di design ed è stato tra i primi designer con cui ho lavorato. Le sue collezioni sono cresciute molto da allora e ho pensato che fosse arrivato il tempo di osare un approccio antologico al suo lavoro, ai suoi oggetti che sembrano giocattoli ma raccontano storie molto più serie. Quest’inverno abbiamo passato dieci giorni insieme a Milano e abbiamo visitato moltissime chiese alla ricerca del luogo giusto”.

Carlo Massoud, Bloody Forest, photo Carlo Massoud
Carlo Massoud, Bloody Forest, photo Carlo Massoud

AMBIENTE E CONSUMO

I problemi sociali non sono gli unici a finire del mirino del designer. L’ambiente gioca un ruolo cruciale in diversi progetti recenti, da Bloody Forest, in cui alcuni alberi sono stati dipinti di rosso acceso come se sanguinassero, a Boule, fermacarte in ottone fuso che ha la forma di una palla di carta accartocciata. Lo scarto di valore tra il materiale di consumo e quello prezioso usato per riprodurne la forma ci ricorda che la carta non dovrebbe essere sprecata, stimolando la riflessione sul tema ecologico pur senza formulare apertamente un giudizio. “Trattando soggetti di attualità o argomenti tabù, che non piacciono a tutti, faccio la parte di chi interroga l’osservatore facendo in modo che sviluppi una propria opinione grazie ai diversi livelli interpretativi delle mie opere”, chiarisce Carlo Massoud. “Cerco però di rispettare il più possibile il tema che tratto rimanendo neutrale. Non faccio altro che osservare il mio ambiente e riprodurre quello che vedo intorno a me negli oggetti. È come se fossero caricature tridimensionali senza esserlo davvero”. Un ruolo quasi da maieuta, insomma, attraverso il quale il progettista stimola il dibattito all’interno della società, e un altro dei modi in cui il design può intervenire sulla realtà rendendola migliore.

Giulia Marani

www.carlomassoud.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #48 ‒ Speciale Design 2019

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AutoreCarlo Massoud
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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.