Viaggio architettonico in Gallura (dove ancora si costruisce con il vento e il silenzio) 

Gli edifici di Alberto Ponis, architetto radicatosi in Sardegna dopo studi internazionali, dialogano con il paesaggio della Gallura fino a diventarne parte integrante. Oggi li si riscopre e ci si fa ispirare da loro

Sulla costa nord-occidentale della Sardegna, i refoli di mare e quelli di terra miscelano iodio e pineta. Dura poco più di un’ora, verso sera. Chi progetta case in Gallura lo conosce come una condizione di lavoro: l’orientamento delle aperture, la profondità di una loggia, la quota di un muretto rispondono a quel movimento d’aria. Alberto Ponis (Genova, 1933 – Palau, 2024) ne ha fatto per sessant’anni la premessa di ogni progetto.

Architettura di Alberto Ponis, Trinità d'Agultu e Vignola, 2026. Photo Stefano Paolo Giussani
Architettura di Alberto Ponis, Trinità d’Agultu e Vignola, 2026. Photo Stefano Paolo Giussani

Chi è Alberto Ponis

Formatosi a Firenze, dove si laurea nel 1960, Ponis lavora a Londra con Ernő Goldfinger e Denys Lasdun tra il 1960 e il 1964, sotto l’influenza del modernismo e del nuovo brutalismo allora dominanti nella cultura architettonica britannica. Quell’apprendistato produce un esito imprevedibile: l’attenzione ai contesti locali maturata a Londra lo rende un progettista radicato in un solo luogo di lavoro, la Sardegna, con una committenza peròinternazionale, oltre che italiana. Nel 1963 si trasferisce a Palau. Fra gli Anni Sessanta e Novanta realizza oltre duecento edifici residenziali ispirati alle forme organiche della costa e allo stazzo gallurese – la casa rurale bassa e allungata –, mimetizzati dalla macchia mediterranea e dalle rocce di granito fino a diventare essi stessi paesaggio.

Il rapporto tra le case e l’ambiente raccontato in un libro

Il termine che tiene insieme l’opera è sentiero. Ogni casa è connessa al terreno e alle altre abitazioni dal percorso che vi conduce e che se ne allontana: da qui il titolo della monografia curata da Sebastiano Brandolini per Park Books, The Inhabited Pathway (2014), prima ricognizione sistematica su un lavoro rimasto a lungo laterale rispetto ai circuiti critici. Il sentiero regola l’avvicinamento, dilata i tempi, impone soste. Governa, in sostanza, l’abitare. Il contesto storico aiuta a misurare la distanza. Ponis comincia a costruire a Costa Paradiso negli Anni Sessanta, mentre a pochi chilometri il principe Karim Aga Khan dà forma alla Costa Smeralda. In quella Sardegna “altra” rispetto ai cantieri di Vietti, Busiri Vici e Couelle, è il paesaggio a suggerire le scelte: le case si collocano nel punto più adatto del lotto anziché in quello più comodo, e la massa muraria si salda alla roccia granitica assecondandone curve e asperità, che spesso entrano negli ambienti domestici. È quella che Ponis definì su Domus la “cooperazione a tre fra abitante, ambiente e architetto”.

Aggius, 2026. Photo Stefano Paolo Giussani
Aggius, 2026. Photo Stefano Paolo Giussani

La riscoperta del lavoro di Alberto Ponis

Le sue opere sono oggi oggetto di una campagna di riconoscimento pubblico. Abitare Costa Paradiso, promosso dal Comune di Trinità d’Agultu e Vignola e prodotto da U-BOOT Lab, muove dalla convinzione che il riconoscimento dell’opera di Ponis possa diventare motore di sviluppo sostenibile per un territorio prezioso e vulnerabile, con visite guidate alle architetture, escursioni, navigazioni scientifiche e racconti sonori. La chiesa progettata dall’architetto e rimasta incompiuta ospita il progetto originario dell’edificio. Un edificio sospeso a metà che funziona meglio di qualsiasi monografia nel restituire il rapporto fra costruito e macchia: le murature si sono lasciate colonizzare e il vuoto è la stanza più efficace del complesso.

Piattaforme sul mare ispirate a Ponis

Ponis, indubbiamente, ispira. Pochi chilometri più a est, la sua lezione ricompare in una forma minima. A Isola Rossa, borgo sul Golfo dell’Asinara che dà nome alla Costa Rossa, nove piattaforme di legno posate sugli scogli guardano il punto esatto in cui il sole tramonta. Rispettano la filosofia di Ponis, ma le ha realizzate l’Hotel Torreruja, del gruppo gallurese Delphina, per godere il mare. Si tratta di un gesto elementare – un piano orizzontale, la quota giusta, l’orientamento – che riproduce alla scala dell’arredo il principio del sentiero: un dispositivo che sceglie dove fermarsi e cosa lasciare fuori campo. A piedi nudi sulle tavole, il vento sfoglia le pagine di chi si ferma a leggere. Grazia Deledda scriveva di aver vissuto “coi venti, coi boschi, colle montagne” e di aver appoggiato mille volte la testa ai tronchi degli alberi per ascoltarne la voce. La frase, letta lì, smette di essere letteratura e diventa istruzione d’uso. Poco distante, su un promontorio che degrada verso Punta Li Canneddi, le casupole di un altro hotel, il Marinedda, ripetono lo schema basso e frammentato dello stazzo: volumi separati, percorsi esterni, il mare che compare per scorci.

Aggius, Museo Carta 2026. Photo Stefano Paolo Giussani
Aggius, Museo Carta 2026. Photo Stefano Paolo Giussani

Viaggio dal mare all’entroterra

Il silenzio, però, comincia sull’acqua e finisce nell’entroterra. Bastano venti minuti di salita per arrivare ad Aggius, dove sono nate le famiglie che quegli alberghi hanno costruito. Case in pietra curate, piazze lastricate con temi galluresi, Bandiera Arancione del Touring, un’economia storicamente fondata sulla lavorazione del granito e sulla tessitura. Il coro locale, che Gabriele D’Annunzio ribattezzò Coro del galletto di Gallura, custodisce una tradizione polivocale che il Museo etnografico Oliva Carta Cannas affianca a macchinari e oggetti della vita negli stazzi. Anche qui, opere di Maria Lai come avviene tra le vie del paese. Nella vecchia Pretura, il Museo del Banditismo tiene insieme le due parti della stessa vicenda, chi fuggiva e chi inseguiva, con una galleria fotografica che comprende anche una donna condannata per essersi difesa da un aggressore. Fuori, i murales prolungano sulle facciate il profilo della montagna.

La continuità dell’architettura in Gallura

Attorno all’abitato si apre la piana dei Grandi Sassi. A Giovanni Lilliu i macigni parvero “rottami di giganti divelti da un dio vendicatore”, disseminati per la valle e levigati da pioggia e vento fino a forme morbide, ondulate, in qualche caso antropomorfe: un frate incappucciato, una testa moai, la sagoma di un animale. Da qui il secondo nome del pianoro, valle della Luna. Nelle cavità chiamate tafoni la gente del luogo ha trovato riparo per secoli, e chi vi si siede dentro capisce il perché: l’aria rallenta, il suono si accorcia. Più avanti, oltre i boschi di sughere, lecci e corbezzoli, il nuraghe Izzana, il più grande della Gallura, lavora sullo stesso principio con quattromila anni di anticipo – una massa di pietra che organizza il buio e la corrente d’aria. È la continuità che interessa, una medesima idea di costruzione: sottrarre, orientare, lasciare che sia il vento di Sardegna a dire dove.

Stefano Paolo Giussani

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Stefano Paolo Giussani

Stefano Paolo Giussani

Giornalista, scrittore e autore di documentari, scrive di ecologia, sostenibilità, turismo responsabile. Collabora con Corriere, Huffington Post, Radio Popolare e ha filmato per National Geographic, History Channel e Radiotelevisione svizzera. Libro più recente: "Farà nebbia".

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