L’autorialità in architettura è ovunque (mica solo nei progetti delle archistar)
“L’arte è un’equazione personale e deve passare attraverso il singolo” spiega il critico e storico dell’architettura Luigi Prestinenza Puglisi che in questo quarto saggio breve della sua serie su specifici termini esamina il concetto di autorialità, basandosi sulla produzione di artisti e architetti
Vorrei fare l’apologia di una parola sospetta: autoriale. Il termine indica ciò che appartiene, riguarda o è proprio di un autore. Vale per la letteratura, per il cinema, per l’arte, per l’architettura. Rimanda a una voce riconoscibile, a un punto di vista non neutro, a un modo di organizzare la realtà che non è semplicemente funzionale, ma interpretativo. In altre parole: l’autorialità non descrive solo chi fa un’opera, ma come quell’opera guarda il mondo. Ed è proprio per questo che oggi il termine è diventato sospetto.
Autorialità in architettura come costruzione di un “marchio di fabbrica”
Da un lato il vocabolo “autorialità” è percepito come un residuo di una cultura romantica e un po’ polverosa, ancora legata al mito del genio creatore, figura solitaria e ispirata che produce opere come rivelazioni. Dall’altro lato, l’aggettivo autoriale viene utilizzato per indicare le incontinenze formali dello star system contemporaneo: architetture riconoscibili a colpo d’occhio, che fanno dell’unicità e della ricerca formale esasperata il loro principale cavallo di battaglia. In un’accezione apparentemente più neutra, autoriale finisce comunque per indicare ricerche che mirano alla costruzione di uno stile riconoscibile, di un marchio di fabbrica: lo stile di Zaha Hadid, di Rem Koolhaas, di Kazuyo Sejima, di Toyo Ito. Uno stile che, proprio perché immediatamente individuabile, diventa un valore aggiunto sul mercato. Il progetto, in questo caso, non è solo un’opera, ma un prodotto firmato, un oggetto che trae parte del proprio valore dalla riconoscibilità del brand che lo accompagna.

Quando l’opera non era l’espressione dell’io
Non c’è dubbio che il termine autoriale sia storicamente legato a una cultura dell’originalità, centrata sulla figura di un individuo che firma e rende riconoscibile la propria produzione. Questo atteggiamento non è affatto universale. Anzi, come ha osservato lo storico dell’arte Ananda Kentish Coomaraswamy, è estraneo alle culture tradizionali, nelle quali l’originalità dell’opera non costituisce un valore in sé. In molte di queste culture le opere non sono firmate, e della gran parte di esse ignoriamo chi siano gli autori. Non perché mancasse la qualità o la complessità, ma perché l’opera non era concepita come espressione di un io, bensì come manifestazione di un’ispirazione proveniente dall’alto o di un sapere condiviso. Oggi, invece, autorialità e valore (e dunque valore economico) sembrano inscindibilmente legati. Talvolta si ha l’impressione che il valore di un’opera dipenda più dalla firma che dall’opera stessa. Le scatolette di merda d’artista di Piero Manzoni o, più recentemente, Comedian, l’installazione di Maurizio Cattelan costituita da una banana fissata al muro con del nastro adesivo, sono esempi di questa dinamica: opere che funzionano solo perché qualcuno le ha firmate, e che senza quella firma perderebbero immediatamente ogni aura.
La non replicabilità della (vera) opera di architettura
Ma fermarsi a questi esempi rischia di banalizzare il problema. Al di là delle trovate astute, ironiche o provocatorie, l’arte, almeno dal Rinascimento in poi, si è configurata come una equazione personale. Un campo in cui l’opera non è semplicemente il risultato di un procedimento corretto, ma l’esito di una soggettività che si esprime. Ed è questo che la distingue radicalmente da altre manifestazioni dell’intelligenza umana, come la scienza. Sappiamo bene che la teoria della relatività è stata formulata da Albert Einstein. Ma siamo portati a pensare che, date certe condizioni storiche e scientifiche, avrebbe potuto essere scoperta anche da qualcun altro. Al contrario, difficilmente immaginiamo che la Casa sulla cascata avrebbe potuto essere progettata da qualcuno che non fosse Frank Lloyd Wright. L’opera d’arte e l’architettura, quando è tale, appare insostituibile, non replicabile, legata in modo indissolubile alla persona che l’ha prodotta (per alcuni, tra i quali Paul Feyerabend, anche la scienza funziona come l’arte: crea più che scoprire, e questa ipotesi rafforza ulteriormente il concetto di autorialità, estendendolo a tutte le modalità di conoscenza umana).

È il creatore a dare le regole all’arte
Non è un caso che diversi filosofi dell’estetica abbiano insistito sulla individualità, arrivando a fondare la nozione di arte sulla figura del genio. Kant, in particolare, afferma che nell’arte non sono le regole a guidare la creazione, ma è il creatore a dare le regole all’arte. L’arte non applica formule precostituite, ma le mette in crisi. E proprio il continuo opporsi alle regole è ciò che la qualifica. Da questo punto di vista, l’autorialità non è un trucco da archistar per conquistare il mercato con la novità, ma una condizione quasi ontologica della ricerca artistica. Dunque, anche dell’architettura, quando essa aspira a essere qualcosa di più di una semplice tecnica edilizia. L’arte si oppone alla scienza, diceva Benedetto Croce, come il particolare al generale. Non procede per analisi, ma per sintesi. Non dimostra, ma mostra. Anzi, potremmo dire che lo spirito analitico, quando diventa esclusivo, tende a mortificarla. Kant distingue tra il bello e il buono: il buono può e deve essere oggetto di ragionamento, il bello invece si riconosce e basta. Se una bicicletta funziona o se una macchina raggiunge una certa velocità, lo si può verificare oggettivamente. Ma il bello sfugge a questo tipo di controllo: si manifesta come epifania.
Perché in architettura sta scomparendo l’autore?
È esattamente ciò che accade quando l’architettura viene ridotta a un insieme di prestazioni misurabili. Si pensi alle gare per gli edifici pubblici, strutturate come elenchi di requisiti: accessibilità tot punti, prestazioni energetiche tot punti, costi tot punti. Il risultato sono edifici insignificanti dal punto di vista espressivo, ma perfettamente inattaccabili sul piano tecnico. Edifici corretti, ma muti. E difatti, se è lecito fare un parallelo, quando voi vi innamorate di una persona non redigete un elenco analitico delle qualità del possibile partner. Sta progressivamente scomparendo l’autore, dietro pagine e pagine di requisiti tecnici prestazionali. E con lui la possibilità stessa di produrre senso. La storia dell’architettura avrebbe dovuto insegnarcelo. Si pensi a Gropius e al TAC, il gruppo di architetti che riuscì a riunire durante l’esilio americano. Un collettivo che rivendicava esplicitamente la propria non-autorialità. Il risultato fu una produzione mediamente corretta, ben costruita, ma sostanzialmente banale.
A proposito di autorialità, la “lezione” di Gehry
Lo standard, insomma, non è sufficiente a fare buona architettura. Questo non significa buttare a mare interi periodi storici, come il funzionalismo. Ma riconoscere che anche il funzionalismo, almeno nelle sue espressioni migliori, è stato profondamente autoriale. Hannes Meyer, ad esempio, utilizzava la funzione come pretesto per una nuova estetica. Le sue opere trasformavano standard e dati in una ricerca formale pura. Un funzionalismo che non ha nulla a che vedere con quello di un edificio progettato da un ufficio tecnico ministeriale. Il primo è poesia laconica; il secondo, prosa burocratica. Autorialità, infine, non significa che l’autore debba disegnare ogni dettaglio. L’autore può anche intervenire in post-produzione, per usare un termine caro a Nicolas Bourriaud. Nell’epoca del caos informativo e della cultura globale, l’autorialità può consistere nella capacità di selezionare, montare, riorganizzare. Si pensi alla casa che Gehry costruisce per sé stesso a Santa Monica che utilizza e lascia intravedere la preesistenza, la quale diventa parte integrante dell’opera. Anche le ricerche sull’architettura di grado zero, che cercano di ripartire da un linguaggio spogliato di riferimenti stilistici, lasciano tracce indelebili di autorialità, proprio nel loro tentativo di azzeramento.
L’arte è un’equazione personale. Deve passare attraverso il singolo. Privarla di questa dimensione significa trasformarla in tecnica. Nel migliore dei casi, in una tecnica efficiente. Nel peggiore, in una tecnica dell’intrattenimento. In entrambi i casi, non più arte.
Luigi Prestinenza Puglisi
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