In che senso la genealogia ha a che fare con l’architettura?
Il nuovo vocabolo preso in esame dallo storico e critico dell’architettura Luigi Prestinenza in questa serie di saggi brevi per Artribune è “genealogia”. Da non confondere, nella disciplina architettonica, con il ricorso alla citazione
Michel Foucault aveva chiaro il concetto che la genealogia non è una storia più modesta, ma una storia più scomoda. Non consola, non rassicura, non offre visioni di insieme pacificate. E, però, è uno strumento critico potente, perché lavora dal basso verso l’alto, e non dall’alto verso il basso, come fanno invece le grandi narrazioni che spiegano tutto partendo da un’Idea, da un principio primo, da un destino manifesto. Foucault riprende Nietzsche, la cui genealogia nasce come gesto polemico, come tentativo di smascheramento. Serve a mostrare che ciò che consideriamo naturale, eterno, universale – il bene, la morale, la giustizia, la fratellanza – è spesso il prodotto contingente di rapporti di forza, di conflitti, di strategie di sopravvivenza. Non c’è nulla di chiaro all’origine. C’è invece una stratificazione successiva di eventi, di interessi, di risentimenti, di sopraffazioni. La morale dei ricchi e quella dei poveri, per esempio, non discendono da un comune principio etico, ma da posizioni materiali diverse nel mondo. La genealogia serve a ricordarcelo, togliendo alla storia quella patina idealistica che la rende accettabile e, proprio per questo, ideologica.

La genealogia in architettura
L’approccio genealogico si oppone frontalmente alle grandi narrazioni storiche di tipo deduttivo. Quelle che partono da una tesi forte e poi, con ammirevole coerenza ma discutibile onestà, piegano i fatti per farli rientrare nello schema. L’esempio classico, per chi si occupa di architettura, è la lettura zeviana della modernità come storia della libertà. Una costruzione affascinante, potente, capace di dare senso a una enorme quantità di opere e di vicende. Ma anche una costruzione che, per reggere, è costretta a espungere ciò che non torna e, nei casi peggiori, a inventare collegamenti, intenzioni, continuità che semplicemente non ci sono mai state. È il prezzo delle grandi Storie: funzionano solo a patto di una drastica semplificazione del reale. La genealogia, invece, procede per via induttiva. Non presume di sapere già dove si va a finire. Osserva, confronta, registra deviazioni, incoerenze, passi falsi. Accetta l’idea che la storia non sia un processo lineare e progressivo, ma un campo di forze instabile, attraversato da corpi, desideri, errori, incidenti. Non è hegelianamente il dispiegarsi nel tempo di un’Idea, ma una vicenda materiale e spesso contraddittoria. In questo senso, la teoria dell’evoluzione di Darwin è una genealogia esemplare. L’evoluzione non risponde a un disegno, non tende a un fine prestabilito, non migliora necessariamente. È un susseguirsi di tentativi, di mutazioni casuali, di adattamenti provvisori. La natura procede per ibridazioni imprevedibili, non per piani regolatori cosmici.
E se le storie degli architetti fossero più intrecciate di come sono state raccontate?
Trasportare questo sguardo sulla storia dell’architettura significa cambiare radicalmente prospettiva. Significa rinunciare alle etichette rassicuranti – costruttivismo, neoplasticismo, organicismo, parametricismo, minimalismo, neo-tendenze di varia natura – per accettare l’idea che le storie degli architetti siano molto più intrecciate, porose, ambigue. Un approccio deduttivo tende a dividere: questo è dentro, quello è fuori; questo appartiene, quello no. La genealogia, al contrario, mostra somiglianze inattese, parentele oblique, continuità sotterranee. Qui entra in gioco Wittgenstein e la sua idea di “arie di famiglia”: non un’essenza comune, ma una rete di affinità parziali, sovrapposte, mai del tutto coincidenti. Un architetto non è legato a un altro perché condivide una definizione teorica, ma perché partecipa, consapevolmente o no, a una storia comune. A volte questa parentela è evidente, altre volte è quasi invisibile, ma non per questo meno reale. È fatta di scelte ricorrenti, di posture mentali, di modi di affrontare i problemi. È qualcosa che si assimila più che si dichiara. Come accade nella vita quotidiana: assumiamo gesti, inflessioni, atteggiamenti dei nostri genitori senza accorgercene, anche quando non li abbiamo frequentati a lungo. Le storie agiscono in noi in modo carsico, non programmatico.

Il ruolo del concetto di genealogia nella teoria architettonica
Da questo punto di vista, la genealogia è uno strumento prezioso perché ci permette di vedere la storia senza – o almeno con meno – pregiudizi ideologici. Non perché sia neutrale, ma perché sostituisce un tipo di pregiudizio con un altro, meno dogmatico e più aperto alla complessità. Ci mostra un intreccio di storie diverse, spesso incompatibili tra loro, che tuttavia contribuiscono tutte a definire ciò che siamo. Ciò che non sappiamo spiegare con i nostri schemi teorici è spesso ciò che ci spiega meglio. Naturalmente, quando si parla di genealogia in architettura, il tema della citazione emerge subito. E non a torto. La citazione è stata uno dei grandi strumenti della stagione postmoderna per dichiarare il proprio rapporto con la storia. Riprendere una forma, un dettaglio, un impianto significava dire: “vengo da lì”. In alcuni casi, questa operazione è stata goffa, superficiale, puramente decorativa. In altri, invece, ha prodotto risultati interessanti. Le prime opere di James Stirling, per esempio, usano la citazione in modo intelligente, come dispositivo critico capace di mettere in tensione tradizioni diverse.
Citazione VS genealogia
Ma attenzione: la citazione non coincide con la genealogia. Può esserne un indizio, ma spesso ne è una caricatura. È un gesto esplicito, dichiarativo, a volte persino esibizionistico. Come indossare una divisa per segnalare un’appartenenza. La genealogia vera, invece, funziona come un’aria di famiglia: non la si proclama, la si riconosce. Rem Koolhaas è un caso interessante proprio per questa ambiguità. Le sue opere sono costruite su una fitta rete di riferimenti, da Mies a Le Corbusier, come dimostra chiaramente Villa dall’Ava. Ma col tempo questi riferimenti diventano sempre più complessi, stratificati, ambigui. Non sono più semplici citazioni, ma elementi metabolizzati, trasformati, spesso contraddetti. Il rischio della citazione è quello di produrre esiti intellettualistici e meccanici. Il rischio della genealogia, se presa sul serio, è molto più produttivo: espone alla complessità, all’incoerenza, alla perdita di controllo. Ma è proprio questo rischio che rende la genealogia uno strumento critico utile. Non per mettere etichette, ma per capire come le storie si trasmettono, si deformano, si ibridano. In fondo, la genealogia ci dice una cosa semplice e insieme destabilizzante: noi siamo la continuazione di molte storie, non di una sola. Storie spesso contraddittorie, che convivono in noi senza mai risolversi del tutto.
Luigi Prestinenza Puglisi
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