Alla 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, la Germania propone un viaggio nel tempo. Le risposte alla domanda “How will we live together?” arriveranno direttamente dal 2038, anno in cui l’umanità avrà raggiunto la “new serenity” anche grazie al supporto della “tecnologia democratica radicale”. L’intervista ai curatori del padiglione.

A un anno dall’annuncio mediatico dell’inizio della pandemia siamo ancora qui a chiederci: come sarà il nostro futuro prossimo? Come sarà viaggiare? E, per quanto riguarda il mondo della cultura, come sarà il futuro delle mostre? Come sarà la Biennale di Venezia nell’anno 2021?
I curatori dei padiglioni nazionali della 17. Mostra Internazionale di Architettura sono stati a chiamati a occuparsi di una singolare edizione, quella del 2020, spostata poi al 2021. Un compito difficile, che per l’area tedesca si è risolto con un viaggio nel tempo. Il concept firmato dal gruppo 2038 vede l’acuirsi delle problematiche attuali in una crisi globale con picco nel 2023. In uno scenario simile, la società è giunta al collasso e cambia rotta. Si orienta infatti verso una nuova forma di Democrazia Radicale, la quale crede nella ridistribuzione e nella gestione ottimizzata delle risorse, nella decentralizzazione delle infrastrutture digitali e nell’indebolimento della proprietà privata.
Il team responsabile della mostra del Padiglione tedesco, intitolata 2038: The New Serenity, risponde dal futuro per informarci su come siano andate le cose nel 2038, dandoci una prospettiva cosciente degli eventi interposti tra il nostro presente e il loro avvenire.

INTERVISTA AI CURATORI DEL PADIGLIONE GERMANIA

Considerando le restrizioni a cui siamo sottoposti, con limiti allo spostamento e all’aggregazione sociale, ci si chiede: come sarà vivere di nuovo insieme? Oppure, come non vivremo insieme?
La pandemia ha reso molto chiaro che le sfide del nostro tempo sono di natura globale e non si fermano ai confini nazionali. Indipendentemente dal fatto che si tratti di una crisi finanziaria, migratoria, climatica o sanitaria. 2038 racconta la storia in questo modo: guardando indietro dall’anno 2038, i cambiamenti sistemici avranno aiutato a capirci l’un l’altro, a rinegoziare e plasmare la nostra convivenza nelle comunità locali e globali. Questo futuro non è una distopia, ma un processo verso una “nuova serenità” che si documenta in vari campi: convivenza tra umani e “non-umani”; logica circolare dei materiali, in ambito costruttivo; e, soprattutto, una tecnologia democratica radicale. La crisi è quindi l’occasione per indirizzare la digitalizzazione in una nuova direzione e per creare un’infrastruttura decentralizzata che consenta ai cittadini di controllare i propri dati in modo indipendente.

In questa edizione, la Biennale di Architettura ha annunciato in anteprima i contenuti delle diverse mostre, arricchendoli nel tempo con materiali sempre aggiornati dai curatori. Lo stesso accade per la partecipazione tedesca, la quale sta organizzando il Padiglione fisico e quello virtuale. Come cambia la fruizione dei temi esposti in una mostra online? L’esperienza museale fisica può essere sostituita da quella digitale?
Il padiglione virtuale non sostituisce l’esperienza in loco, ma crea possibilità completamente nuove. Funge da interfaccia per il padiglione fisico e sarà accessibile da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. La Biennale di Venezia può essere un formato globale, ma è molto esclusivo. La maggior parte delle persone rimane esclusa per ragioni economiche, sociali e politiche. Abbiamo concepito il nostro progetto come un bene comune fin dall’inizio, per creare la massima accessibilità possibile. Quindi è più di un’estensione dello spazio fisico. I nostri film saranno proiettati nel padiglione, che sarà virtualmente accessibile e a sua volta integrato da un programma di supporto collaborativo come il Training for the Future di Jonas Staal e la Conferenza degli assenti del Rimini Protokoll. La mostra fisica diventa un’esperienza mobile con l’aiuto di formati digitali. La simultaneità del fisico e del virtuale supera la dicotomia di un “aut aut”, a favore di uno stato in cui l’uno non può più essere separato dall’altro. Una condizione che diventerà normale nel 2038.

In tempi in cui le restrizioni hanno obbligato la gente a rimanere a casa, ci si è trovati in una condizione sempre più alienata rispetto ai temi sociali e urbani, propri della città. Non vedere più la povertà per strada può indurre a dimenticare la questione, finendo per non occuparsene più. Come si oltrepassano le barriere economiche e come ci si occupa dei problemi sociali nel 2038?
Visti dal 2038, i modelli decentralizzati di democrazia e tecnologia ci avranno aiutato a capire meglio noi stessi e come riorganizzare la nostra convivenza. Una parte essenziale di questo nuovo ordine è il concetto mutevole di proprietà: lontano dalla proprietà privata come elemento costitutivo della nostra società, verso forme collettive della risorsa limitata “Terra”. Lo stesso vale per altre aree dell’economia globale: entro il 2038 avremo superato le grandi crisi e ci saremo evoluti in una società che non è più ossessionata dalla massimizzazione della concorrenza.

E. Glen Weyl © 2038
E. Glen Weyl © 2038

DALLA NUOVA GEOGRAFIA ALLA SCOMPARSA DEGLI EROI: DISPACCI DAL 2038

La mostra centrale della Biennale di Architettura 2021 si articola in cinque scale tematiche. Fra queste c’è Across Borders, che si concentra sui temi delle risorse e dei confini geografici (hinterland globale, displacement, divisioni politiche ecc.). Secondo voi, ci sarà ancora differenza tra viaggiatori privilegiati e rifugiati?
La geografia, più precisamente la Realpolitik della geografia definita dai confini di Stato, sarà riadattata, nella sua configurazione globale, in una piccola scala. I termini “viaggiatore” e “rifugiato” saranno diventati ridondanti. Alcune questioni verranno negoziate e risolte a livello locale, indipendentemente da organizzazioni statali o sovranazionali. Ci sarà stato un cambiamento di paradigma qui: la geografia artificiale coesisterà con una geografia non solo umana, in cui animali, piante, fiumi ecc. diventeranno soggetti legali.

A vostro avviso, le persone si saranno rese conto che la competizione per l’accumulo di risorse non era più sostenibile e avranno adottato un nuovo sistema basato sul principio di collaborazione. Com’è un mondo senza eroi? Non si corre il rischio che, senza premi, non ci siano intenzioni?
Nel 2038 vivremo in un mondo senza eroi ed eroine, ma anche senza cattivi! Non ci saranno vincitori né vinti. Insieme, persone, Stati, istituzioni e aziende si saranno impegnate per i diritti fondamentali e avranno creato sistemi autosufficienti su base universale. Per fare un esempio concreto: nel 2038, nella costruzione di un edificio continuerà a esserci un’economia, una sorta di competizione. Solo i parametri saranno cambiati radicalmente: ogni componente, ogni materiale verrà definito e calcolato lungo tutto il suo ciclo di vita. Nel 2038 l’economia circolare avrà cambiato del tutto il modo in cui costruiamo.

Internet pervaderà l’intera infrastruttura sociale e l’intelligenza artificiale non sostituirà l’uomo ma lo completerà. Ci sono modelli già presenti, secondo vostro gruppo 2038, che possano dare un’idea di ciò che potrebbe essere questo tempo futuro?
Ludwig Engel, uno dei nostri collaboratori nel 2038, descrive nel suo articolo Splendid Isolation gli effetti psicologici a lungo termine dell’interazione uomo-macchina basata sul linguaggio non funzionale, nota anche come A.I. Conversazionale (CAI). Ognuno riceverà un’intelligenza artificiale personale e scoprirà che la propria intuizione sociale migliora attraverso la pratica in conversazioni continue con l’I.A. Un paradosso al riguardo: sebbene ci saremo ritirati in uno “splendido isolamento” e per gran parte ci intratterremo solo con i nostri CAI, saremo diventati più empatici nei confronti degli altri e più critici nei confronti delle nuove informazioni. La ricerca ha anche dimostrato che l’empatia per le macchine può essere allenata. L’accettazione di una simile identità legata ad una macchina può essere vista come una svolta, sebbene all’inizio sia stata una delusione, poiché la singolarità, intesa come libertà cognitiva delle macchine, è rimasta irraggiungibile come l’eterno sogno dell’immortalità.

Audrey Tang & Lama © 2038
Audrey Tang & Lama © 2038

UN RACCONTO COMPLEMENTARE E CONTRADDITTORIO

Concentriamoci sulla comunicazione del vostro concept. Come si raffigura un quadro storico del futuro? Con immagini, foto e video? Quali sono i materiali e l’estetica identificativi di questo nuovo tempo?
In un ibrido tra fiction e documentario, 2038 viene narrato in una serie di film che lasciano parlare i soggetti del cambiamento. Protagonisti come Audrey Tang, Francesca Bria e molti altri spiegano gli sviluppi verso la “nuova serenità” in una retrospettiva di fantasia.

Quello della collaborazione è il principio alla base dell’organizzazione del Padiglione tedesco. La voce scritta del concept di 2038 sarà Arts of the Working Class, che sarà distribuito per strada, così da poter raggiungere il maggior numero possibile di lettori. Ci saranno altri eventi che continueranno oltre il periodo dedicato alla 17. Mostra Internazionale di Architettura? O questa sarà per noi l’ultima occasione di poter sbirciare nell’anno 2038, prima che questo diventi realtà?
Durante la Biennale ci saranno eventi in diversi formati: Real Virtuality (conferenza con Team 2038), 2038 x AWC #2 (pubblicazione su Arts of the Working Class), la première di 2038 a Berlino (evento in collaborazione con BDA), Training for the Future (workshop con Jonas Staal e Florian Malzacher in collaborazione con Goethe-Institut – Performing Architecture), nonché la Conferenza degli Assenti (guest performance Rimini Protokoll con il Goethe-Institut – Performing Architecture). E proprio grazie alla collaborazione con il Goethe-Institut, i film e quindi l’intera vicenda del 2038 verranno proiettati in varie città del mondo per sei anni. Nuove costellazioni sorgeranno nei rispettivi luoghi e altri protagonisti parteciperanno alla storia. Non come una narrativa unica e globale, bensì come racconto individuale, complementare e contraddittorio.

– Nicola Violano

https://2038.xyz/

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Nicola Violano
Nicola Violano (1989), laurea in architettura con massima votazione e tesi sui territori di cava e le strategie di rifunzionalizzazione di un comparto lapideo. Opera nell’ambito della progettazione architettonica e contribuisce alla didattica dei corsi di Composizione architettonica presso l’Università degli Studi G. d’Annunzio di Chieti-Pescara. Partecipa a numerosi workshop, tra cui OC International Summer School, le varie edizioni di Marmomacc-Stone Academy tenute in sedi differenti, Favelas con vista e altri. Espone alla Biennale di Venezia (2012) con un progetto sulle stratificazioni di Corinto, al Medi Stone Expo di Bari (2013) curando con Erika Pisa, Domenico Potenza e Marco Ragone la mostra su “Angelo Mangiarotti e la pietra di Apricena”, al MAC-Museo d’Arte Contemporanea di Lissone con il progetto Trita-Sapori selezionato per il Premio Lissone Design. Tra Italia e Germania, collabora con diverse testate, quali Artribune, Domus, Architettura di pietra, Archeologia Viva, AZ marmi e WOOmezzometroquadro, di cui è cofondatore. Oggetto delle ricerche attuali, guida anche per il lavoro condotto con Erika Pisa sull’installazione a Milano-Expo 2015 e i prodotti disegnati per alcune collezioni di design, è la temporaneità dall’archetipo.