Costruire il futuro. Riflessioni sulla Biennale di Architettura di Venezia

La Biennale Architettura riapre dopo un anno di fermo dovuto alla pandemia e lo fa sviluppando un tema che investe ogni aspetto del nostro co-abitare la Terra: how will we live together?

Il curatore dell’edizione di quest’anno, l’architetto libanese Hashim Sarkis, pone un quesito complesso, scivoloso, sfaccettato, e come tale capace di investire moltissimi aspetti delle nostre esistenze: in che modo riusciremo a prosperare sul nostro Pianeta in armonia con gli altri ma prima di tutto con la Terra?, e lo fa suddividendo la narrazione in cinque sezioni, che esplorano tutti i risvolti di questa domanda. Indagano la nostra relazione fisica con il luogo che abitiamo per poi allargare il raggio di analisi agli altri, alle forme di convivenza, i quartieri, le città, le regioni, i Paesi, ma anche le biodiversità e gli ecosistemi. E la disciplina chiamata ad affrontare queste sfide con lo sguardo proiettato al futuro è per naturale elezione l’Architettura.
Come diceva Bruno Zevi, infatti, l’Architettura esiste ogni volta che esiste uno spazio “interno”, e questa categoria materiale dell’internità è, tanto sul piano fisico quanto su quello immaginario, concretamente fruibile dall’essere umano nella sua singolarità o come “corpo collettivo”. Nell’esposizione di quest’anno si affronta l’Architettura a ogni scala, da quella del corpo nello spazio circostante a quella interplanetaria, passando per esperienze progettuali già attuate, senza limitazioni semantiche né espressive di sorta.

Biennale Architettura 2021, Arsenale, ph. Irene Fanizza

Biennale Architettura 2021, Arsenale, ph. Irene Fanizza

LA MOSTRA ALL’ARSENALE

Le sezioni ospiti dell’Arsenale sono quelle più strettamente legate al corpo e, per estensione, al primo livello di comunità (Among diverse beings/ As new households/ As emerging communities), in cui si indagano modalità fisiche (architetture) e digitali (internet, l’intelligenza artificiale) per dare un nuovo valore alla comunità le cui maglie si sono allentate nel tempo, e si immagina di ampliare il concetto di famiglia nucleare a comunità intere. L’Architettura ha qui una scala intima, e allorché si spinge verso contesti più ampi dell’individuale, lo fa specchiandosi nella Natura, alla ricerca di un’armonia con essa che ci permetterà di vivere insieme domani.
Le installazioni presenti sono altamente simboliche, o dal registro ironico, o critico, incentrate sulla relazione spaziale dell’architettura del corpo con il contesto (“Your bathroom is a battleground”, “Catalogue for the post-human”…), ma al tempo stesso si possono scoprire realizzazioni che, in giro per il mondo e sotto spinte diverse, hanno condotto alla valorizzazione del senso di comunità attraverso architetture costruite per la collettività, siano esse edifici, spazi pubblici o ibridi (“Home ground”, “Rural nostalgia| urban dream”, “Common domestic space”).

LA MOSTRA AL PADIGLIONE CENTRALE DEI GIARDINI

Nelle due sezioni ospitate dal Padiglione centrale (Across the borders/ As one planet) il focus si sposta verso il nostro pianeta e le relazioni umane che ne stanno segnando così drammaticamente i cambiamenti, sottolineando quanto confini, divisioni, urbanizzazioni vs. ruralizzazioni ostacolino il flusso delle risorse e, in ultima analisi, l’equità sociale.
L’arte e la scienza si toccano, e il trait-d’union è proprio la restituzione digitale di rilevamenti, banche dati, statistiche, nel preciso intento di evitare toni retorici grazie al linguaggio asciutto del dato.
In What we can’t live without vengono accostate tre rappresentazioni complementari di uno scenario di esistenza precaria di specie viventi prossime all’estinzione a causa del riscaldamento globale: un atlante tassonomico di specie a rischio estinzione in prossimità delle metropoli e megalopoli del pianeta da un lato, mappe di possibili percorsi di migrazione intercontinentali delle specie stesse dall’altro, e infine una riproduzione dello sportello dell’Apollo 11 da cui è possibile vedere la desolazione del nostro pianeta desertificato e spopolato in un ‒ ahimè ‒ possibile scenario futuro. Un panorama digitale desolato, che si mostra silenzioso e nudo agli occhi del visitatore.
Se da un lato queste sezioni sono dominate dalla componente digitale che rende manifesti i dati che porta all’attenzione, è tuttavia fortissima la componente reale sensoriale propria dell’Architettura, bussola della narrazione: è attraverso la vista di un grande cumulo di neve che, pur rivestito di pannelli isolanti, non potrà fare a meno di liquefarsi davanti ai nostri occhi (Melting landscape, allusione alle difficoltà economiche e di sussistenza che popolazioni nomadi del grande Nord incontrano oggi a causa del surriscaldamento della superficie terrestre), o dal tocco di una roccia proveniente dalla Svezia (Future island in Venice) e scaldata attraverso un pannello fotovoltaico per simulare l’effetto che il riscaldamento globale avrà su quei territori, o ancora dal respiro all’interno della teca-diorama di un’isola delle Hawaii (Resurrecting the sublime), la fragranza di un fiore estinto nel 1912 a causa delle attività umane insediatisi, che si percepisce in maniera più violenta e terribile la sensazione di perdita di uno stato di equilibrio fra esseri viventi e cicli naturali.
Ed è d’altro canto l’Architettura a evocare scenari nuovi e opportunità: in Building with waves, maree e movimenti marini diventano la forza con cui, grazie a grandi “cuscini” adagiati sui fondali marini, è possibile veder nascere nuove isole naturali, linee di costa disegnate dall’accumulo di sabbia in prossimità di questi.

biennale 2021 architettura padiglione centrale giardini ph Irene Fanizza

biennale 2021 architettura padiglione centrale giardini ph Irene Fanizza

DALLA MIGRAZIONE AL FUTURO

Le emergenze ambientali, però, non sono le sole protagoniste di queste sezioni: la fotografia documenta la condizione straniata e apolide dei rifugiati protagonisti del nostro tempo (Playscapes of exile) ed emerge con urgenza l’istanza di dare dignità ai centri di accoglienza, dare forma alla dolorosa condizione di sradicamento che essi vivono e costruire spazi dove immaginare nuove socialità e quotidianità (Seeking refuge); e anche quella di negare una volta per tutte, con risolutezza, gli stanchi retaggi del colonialismo del secolo scorso (the Quino treaty) attivando davvero politiche di gestione delle risorse da parte delle popolazioni in via di sviluppo, ed è ancora una volta il mezzo audiovisivo a proiettarci nei contesti dove occorre intervenire.
L’Architettura è in questa edizione della Biennale è ben più che una disciplina, è il terreno di riscatto futuro per l’uomo, il pianeta e le altre forme di vita che con noi coabitano, giacché è un dato di fatto che la cosmopolitica intesa come pensiero politico a scala planetaria mostri aporie e ritardi drammatici, e le differenze sono diventate ormai insanabili.
Vivere insieme nel futuro significherà ricercare, inventare, riscoprire terre di mezzo fisiche (né città globali, né entroterra globali, ma terreni di non posseduto, non depauperato) e sociali (scambio, relazioni nuove e diverse) dove attuare con consapevolezza il nostro passaggio su questa Terra.

Aurelia Debellis

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Aurelia Debellis

Aurelia Debellis

Aurelia Debellis è architetto e giornalista freelance. Formatasi fra Genova, Barcellona e Milano, lavora oggi presso una società di ingegneria e architettura operante in Italia e all’estero mentre scrive di architettura per Artribune, Archetipo e testate di settore sul web.…

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