E se sulla facciata di San Petronio crescesse l’installazione green progettata da Cucinella?

È la proposta lanciata dall’archistar Mario Cucinella, che ha progettato per la facciata della Basilica di San Petronio a Bologna una facciata “green”, sollevando dibattiti tra addetti ai lavori e pubblico social. Ecco cosa ci ha raccontato Cucinella

Bosco San Petronio, il progetto green di Mario Cucinella - Visual: Alessia Monacelli, Mario Cucinella Architects
Bosco San Petronio, il progetto green di Mario Cucinella - Visual: Alessia Monacelli, Mario Cucinella Architects

Non ha mancato di sollevare un coro di reazioni la provocatoria proposta del “Bosco San Petronio” avanzata dall’architetto Mario Cucinella. Ma dietro all’ipotesi di dotare la facciata della basilica bolognese di alberi e arbusti, ci sono la volontà di affrontare il tema delle incompiute e la questione ambientale. Ne abbiamo parlato con Mario Cucinella.

Architetto Cucinella, le immagini del suo Bosco San Petronio stanno sollevando varie reazioni, alcune ironiche, altre pungenti o indignate; non manca neppure qualche accostamento con i padiglioni ispirati alle primule della campagna vaccinazioni. Ci spiega lo spirito del “progetto”?

Non ho complici: lo dico subito per evitare che si pensi che qualcuno mi abbia chiesto di sviluppare questa idea. Ho fatto questa cosa perché ho paura che nel tempo ci abituiamo alle opere non finite: come ci fosse una sorta di fatalismo. Lo dico pensando proprio a Bologna: nonostante alcuni progetti molto interessanti sviluppati nei secoli, come quello di Palladio, sono settecento anni che la Chiesa di San Petronio resta non finita.

E dunque lei immagina di concluderla con alberi, arbusti e cespugli?

Se la finissimo, non potremmo che fornire un’interpretazione del nostro tempo, che non è più quello l’opulenza dei marmi, delle pietre, della decorazione gotica. Penso che forse il messaggio più vicino alla chiesa di oggi, intendo come istituzione, vada cercato proprio nel Laudato si’. E l’enciclica papale ci porta a introdurre un altro tema. La settimana scorsa è stato il quinto anniversario dell’Accordo di Parigi, COP 21; quindi da gennaio prenderà il via questo “contatore” che misurerà le attività di miglioramento nell’emissione di CO2, il risparmio energetico… Non c’è più tempo da aspettare: le politiche in tema ambientale non possono più attendere e il dibattito va aperto immediatamente. Anche puntando su qualche simbolo o provocazione.

Quindi il Bosco San Petronio vuole essere una provocazione, per affrontare questi due argomenti?

Sì. Del resto mettendo il dito su San Petronio non poteva che scatenarsi “l’inferno bolognese”! Bologna è la città che mi accolto e che mi ha dato grandi soddisfazioni. Però, specie se confrontata a Milano, è un po’ la “bella addormentata nel bosco”: un luogo meraviglioso, che pur avendo un potenziale enorme non ha ancora capito la sua vera vocazione. Ha tante eccellenze, sia per quanto riguarda la qualità della vita – l’ha riconosciuto pure Il Sole 24 ore qualche giorno fa -, per il tessuto industriale, per la tradizione universitaria. Ma ora penso davvero che debba giocare la sua partita sui temi dell’ambiente. Milano ha avuto il coraggio di affrontare la modernità, indubbiamente innescando anche meccanismi di conflittualità e di dibattito: mi auguro che Bologna apra una strada di questo tipo.

Magari partendo simbolicamente dal ripensare una sua celebre incompiuta in ottica green?

C’è tutta una storia di “meravigliose incompiute” qui! Prendiamo la stazione di Bofill: c’è stato un concorso, è stato aggiudicato, si sono scatenate le ire e non si è fatto nulla. Dopo trent’anni cosa resta alla città? La stazione attuale, incommentabile… Alla fine il risultato di un’incertezza e di un’incompiutezza è qualcosa ancora peggiore dell’aver portato a termine un’opera che, almeno, avrebbe avuto un valore storico. E, ancora, potrei citare l’idea, finita nel nulla, di un auditorium intitolato ad Abbado, una delle tante personalità di rilievo legate a Bologna. Quello che mi dà più fastidio è che non si creda fino in fondo nei progetti: ma possibile che così tante proposte debbano finire nel silenzio?

Bosco San Petronio, il progetto green di Mario Cucinella - Visual: Alessia Monacelli, Mario Cucinella Architects
Bosco San Petronio, il progetto green di Mario Cucinella – Visual: Alessia Monacelli, Mario Cucinella Architects

Bologna non è sicuramente l’unica città italiana con delle incompiute. Tra l’altro proprio lei, in occasione di Arcipelago Italia, aveva provato a riaccendere i riflettori sul Teatro Consagra, a Gibellina Nuova…

Un’opera straordinaria che giace abbandonata nel cuore di Gibellina Nuova, altra città che varrebbe la pena di essere ridiscussa. Per non parlare poi del semiabbandonato Cretto di Burri… Tutto questo mi fa pensare che sia giusto che un architetto, qualche volta, provi a “battere i pugni sul tavolo”.

Forse, nel caso specifico, a scaldare di più animi è stata la scelta di prendere come esempio una basilica tanto nota e rappresentativa…

Ben vengano gli animi che si scaldano per spezzare il silenzio. Se volessimo entrare nel merito dell’aver toccato un luogo sacro, penso che dovremmo considerare che l’enciclica di Papa Francesco è uno schiaffo al mondo infinitamente più potente di un’installazione verde su una facciata di mattoni. Leggendola non si può che cogliere la potenza del messaggio, che va ben al di là della religione: è un atto d’accusa contro le lobby del petrolio, contro i consumi eccessivi… Però, come spesso succede, le parole possono svanire; un edificio si osserva e continua a far discutere.

Bosco San Petronio, il progetto green di Mario Cucinella - Visual: Alessia Monacelli, Mario Cucinella Architects
Bosco San Petronio, il progetto green di Mario Cucinella – Visual: Alessia Monacelli, Mario Cucinella Architects

Citava Milano, città in cui con il suo studio sta costruendo vari edifici in questi ultimi anni. Quali saranno ultimati nel 2021?

Finiremo il Museo Etrusco della Fondazione Rovati. Sarà un museo straordinario, con un’idea nuova di museo archeologico, pezzi di grande interesse; è finanziato da una fondazione privata. Quest’ultimo è un aspetto importante, che testimonia come in una città come Milano sia cresciuto un rapporto nuovo con i privati. Un po’ sul modello delle fondazioni statunitensi, i privati sono impegnati a investire in opere di interesse pubblico. Poi, a metà del prossimo anno partirà il cantiere della Città della Salute e della Ricerca a Sesto San Giovanni e ultimeremo l’Ospedale San Raffaele. La Torre Unipol finirà nel 2022.

Tornando al tema ambientale e a Laudato si’, da pochi mesi è uscito il suo ultimo libro, Building Green Futures, in cui lei afferma che quando si parla di urgenze legate al clima, accanto alle soluzioni tecnologiche, dovrebbe farsi strada l’idea di una “visione umanistica”. Ovvero?

Quando si affronta la questione “green”, bisognerebbe stare attenti a non raccontare favole. Confesso di essere sorpreso da quello che sta accadendo in questo ultimo periodo, perché quando si parla di sostenibilità, bisogna farlo con dei numeri in mano. La poetica o l’estetica non bastano. Il green è fatto di lavoro scientifico, di ricerca, di dati: senza tutto questo non c’è innovazione. Da una parte, quindi, ci vuole un valore scientifico, che deve essere comprovato; dall’altra serve un’interpretazione olistica, umanistica di ciò che è la sostenibilità: ovvero, non solo una performance.

Anche su questo fronte ritiene che Milano rappresenti un “esempio virtuoso” per l’Italia?

Vedo una grande fatica ovunque, Milano compresa. Prendiamo il caso della forestazione urbana: ha senso se da una parte aggiungiamo del verde e dell’altra parte riduciamo qualcosa. Se questi due processi non avvengono in contemporanea, il tema della forestazione rischia di essere il grande alibi per non continuare a fare nulla.

– Valentina Silvestrini

www.mcarchitects.it

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.