Per D’Annunzio era la “terrazza d’Abruzzo”: stiamo parlando di Pizzoferrato, il borgo medievale da cui si gode di un panorama unico, esteso dai monti del Gran Sasso al Mar Adriatico, dalle Tremiti al Velino. È qui che lo studio di architettura LAP ha ultimato il progetto “Il Ponte sul Cielo”, esito di un percorso di ascolto e progettazione insieme alla comunità locale.

Ascoltare è un atto politico necessario”: ad affermarlo sono i progettisti di Lap_Laboratorio Architettura Partecipata, studio che coinvolge le comunità fin dalle prime fasi di ogni progetto. Il Ponte sul Cielo è il loro ultimo lavoro e rientra in un più vasto piano di valorizzazione dei borghi abruzzesi. Sarà realizzato a Pizzoferrato, un Comune in provincia di Chieti rinominato il “Borgo del volo”; consiste in una doppia passerella che si erge sul panorama in prossimità della cima del Pizzo, la grande rupe che sovrasta il paese. Costituirà una nuova immagine iconica del borgo, essendo visibile dalla piazza principale e andando a inserirsi con rispetto nel paesaggio naturale. Il tema del volo è sviluppato nel disegno architettonico delle terrazze a sbalzo, la cui composizione evoca le ali di una libellula, un richiamo rintracciabile anche nel disegno del parapetto; avvicinandosi alla cima, invece, la pavimentazione diventa trasparente producendo l’esperienza di un salto nel vuoto.

L’INTERVISTA A DANIEL CARAMANICO DI LAP_LABORATORIO DI ARCHITETTURA PARTECIPATA

Cos’è LAP e di cosa si occupa?
Il Laboratorio di Architettura Partecipata è uno studio nato a L’Aquila nel 2015 da una collaborazione tra Mario Cucinella e l’associazione Viviamolaq per progettare la scuola di Pacentro. In quell’occasione abbiamo attivato un grande laboratorio di architettura partecipata e da lì è rimasto il nome. Ora ci occupiamo un po’ di tutto, ma dove è possibile utilizziamo lo strumento dell’ascolto che riteniamo necessario tanto per intercettare i desideri delle persone e capirne le esigenze, quanto per creare un legame affettivo in modo che il risultato sia accettato, condiviso e valorizzato da coloro che lo vivranno.

Come è nato il progetto del Ponte sul Cielo?
Eravamo in contatto con l’amministrazione comunale di Pizzoferrato che aveva ricevuto un finanziamento regionale dato in Abruzzo ai borghi più belli per la loro valorizzazione; quando abbiamo dovuto decidere “l’oggetto dell’intervento”, abbiamo proposto un laboratorio di ascolto delle persone. Così abbiamo iniziato, organizzando la “passeggiata di comunità”, una cosa che facciamo in tutti i progetti: ci siamo fatti portare in giro per il paese dagli abitanti di Pizzoferrato. Con noi anche una sociologa, una figura che solitamente ci affianca per aiutarci a vedere le cose da altri punti di vista.

Come siete arrivati alla definizione dell’area?
Dalla cosiddetta “mappa affettiva” che si utilizza nell’architettura partecipata, una mappa che si ingrandisce e rimpicciolisce in base al legame delle persone con un luogo e rispetto alle esigenze. Così è emersa una grande area dove c’è il belvedere, sia nella “mappa del legame” che in quella delle esigenze: è un luogo a cui tutte le generazioni sono affezionate, ma è anche abbandonato e non valorizzato.

Una volta scelto il luogo siete quindi passati alla definizione dell’oggetto…
Sì, ci sono stati altri incontri in cui la sociologa ha intercettato dieci persone portatrici di particolari interessi: dallo storico del paese, al sindaco, al presidente della pro loco, alla rappresentante dei bambini. Parallelamente abbiamo avviato dei workshop nelle scuole; in più abbiamo organizzato tavoli tematici per raccogliere pareri su diversi argomenti. Grazie a questa grande raccolta dati abbiamo identificato l’oggetto da disegnare e siamo passati alla fase progettuale, in cui abbiamo condiviso con la popolazione solo il risultato finale.

Pensate di essere stati aiutati dal numero contenuto di partecipanti?
Sicuramente sì, perché all’approccio qualitativo noi uniamo un approccio quantitativo, di solito con dei questionari che lasciamo alle famiglie oppure online. Però ci è capitato di lavorare con lo stesso metodo anche in contesti più grandi, per esempio a L’Aquila dove insieme all’architetto Walter Nicolino, ex socio di Carlo Ratti, abbiamo redatto il masterplan dell’area universitaria. In quel caso i numeri sono stati molto più consistenti.

E che vantaggi avete trovato?
Se vai in una città e non la conosci, con questo strumento la impari a conoscere; poi la soluzione architettonica dipende dalla sensibilità personale e professionale. Secondo noi la cosa più importante è farsi la giusta domanda e non sempre ci si riesce in questo con le proprie capacità e conoscenze culturali. A Pizzoferrato ci siamo trovati in un borgo ricco di potenzialità, nominato borgo più bello d’Abruzzo nel 2019, denso di storia, Medaglia di bronzo al valore militare per la Resistenza. Tuttavia solo grazie al confronto con la popolazione abbiamo capito che è povero di servizi, cura, assistenza sanitaria, sociale e di istruzione.

Una situazione comune a molti borghi italiani…
Certo, ma viverlo insieme a chi lo conosce è stato utilissimo per l’approccio al progetto. Abbiamo capito che vive una condizione di povertà non tanto economica ma legata ai servizi. La domanda che ci siamo fatti è come, attraverso l’architettura, colmare la disuguaglianza sociale tra chi vive a Pizzoferrato e chi vive in una città con servizi a disposizione. La risposta è stata provare a trasformare questi grossi limiti in opportunità.

In quale modo?
Avviando un lungo processo di riattivazione del borgo in cui il primo tassello è il turismo, ma non come succede in altri borghi con gli alberghi diffusi e altre pratiche che secondo noi sono sbagliate: il primo obiettivo è generare benessere per chi vive in questi posti e, solo dopo, per chi li frequenta al livello turistico. Ascoltando la popolazione abbiamo deciso di far conoscere Pizzoferrato caratterizzandolo come il “Borgo del volo”, per il rapporto che ha con le altezze, per la storia, l’avifauna, e di invertire la narrazione. Non parliamo di borgo vuoto, isolato, ma parliamo di un borgo vivo, dove la qualità della vita è alta.

Come si inserisce il vostro progetto in questo processo di riattivazione?
Per noi è importante non alterare gli antichi rapporti tra la popolazione e il territorio, dato che interveniamo proprio sul punto più visibile della piazza. C’è anche una responsabilità, perché quell’opera potrà migliorare o compromettere il rapporto delle persone con il luogo. Il disegno è cambiato tante volte proprio per migliorarlo il più possibile, è stato un progetto in cui abbiamo avuto anche paura di sbagliare, non lo nego.

Un timore sano?
Secondo me sì. Oltre la collaborazione con Cucinella, ho avuto la fortuna di lavorare con G124, il progetto di Renzo Piano da senatore a vita, anche in quel per una scuola. Sentirsi dire da un architetto come Piano che quel lavoro andava approcciato in maniera umile e responsabile ti fa capire quanto sia importante il tuo ruolo e che puoi generare benessere, ma anche il contrario.

Come siete arrivati all’idea della partecipazione?
Eravamo all’Aquila in un periodo in cui tutti ne parlavano, il G8, Obama, infrastrutture e grandi opere. Noi abbiamo formato un’associazione e siamo andati casa per casa a chiedere alle persone cosa volessero. Sai cosa ci dicevano? L’83% voleva delle panchine. Io ero ambizioso, pensavo a sale polifunzionali, palestre, scuole: non capivo perché le panchine! Poi grazie all’aiuto di un sociologo ho capito che non era “l’oggetto panchina” che loro volevano, era lo “strumento panchina”: erano stati trasferiti nei moduli abitativi provvisori e non conoscevano nemmeno il vicino di casa. Abbiamo capito che per creare un legame tra le persone la soluzione era lo spazio pubblico. Così abbiamo iniziato a progettare tanti parchi urbani.

Avete affermato che con la partecipazione “ognuno si sente architetto”. Cosa significa avvicinare le persone alla progettazione del proprio spazio?
Intanto è uno strumento per dare valore al nostro lavoro ormai sommerso da tante professioni; serve a far capire che l’architettura non è solo edificazione ma i nostri “scarabocchi” vengono poi vissuti dalle persone. C’è una stretta relazione con la società quindi consapevolmente o inconsapevolmente è un lavoro di natura politica: se è vero che la qualità spaziale condiziona lo stato d’animo delle persone allora, dal nostro punto di vista, ascoltare è un’azione politica necessaria. Non riusciamo a farne a meno, non abbiamo paura di utilizzare questo strumento perché non lo vediamo come qualcosa che depotenzia il ruolo dell’architetto e la sua creatività, ma semplicemente ci consente di essere stimolati dalla comunità.

Vista dall'alto. Photo credits Lap_Laboratorio Architettura Partecipata
Vista dall’alto. Photo credits Lap_Laboratorio Architettura Partecipata

Un esempio concreto?
Quando abbiamo fatto la scuola con Cucinella, lui aveva un’idea sulla forma che è stata mantenuta – d’altronde l’architetto deve fare l’architetto –, ma dal punto di vista tipologico avevamo ipotizzato una grande corte. Ascoltando la popolazione, dopo mesi abbiamo capito che loro non volevano soltanto una scuola: volevano una piazza coperta, un luogo dove stare insieme d’inverno, una sede delle associazioni. Quindi la scuola è stata trasformata, la corte è stata tolta, è diventata una grande piazza per la comunità: in questo modo la popolazione “diventa” anche architetto, perché conoscendo bene il territorio e le esigenze è in grado di consigliarti delle soluzioni che non eri stato bravo a prevedere.

I vostri prossimi progetti?
Partendo da Pizzoferrato siamo riusciti a mettere d’accordo i borghi circostanti. Il programma complessivo si chiama Dieci borghi, un progetto e consiste nell’avviare una visione condivisa per mettere in rete le bellezze e i servizi a disposizione; riattivare un singolo borgo per noi è impossibile, però l’idea di riattivarli in rete ci sembra una strada percorribile. Poi stiamo progettando una scuola d’infanzia a Mosciano, ho scoperto che è un paese famoso per la presenza di 28 abitazioni in terra cruda: abbiamo contattato Wasp, una società emiliana che stampa edifici in 3D, e stiamo studiando con loro un sistema per stampare questa scuola con il terreno locale. Infine c’è la riprogettazione di un centro di accoglienza per bambini di strada in Zambia, ancora in corso. Il tema, come sempre, è quello dell’ascolto della comunità.

– Miriam Pistocchi

www.progettolap.com

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Miriam Pistocchi
Miriam Pistocchi è nata a Teramo nel 1992. Vive a Milano, dove lavora come architetto, coltivando l’interesse verso la teoria e la critica di architettura. Si è laureata nella Scuola di Architettura e Design “Eduardo Vittoria” di Ascoli Piceno (2017), Università di Camerino. Ha collaborato alla realizzazione della mostra “The Undomestic House”, presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2019), nella quale ha inoltre esposto la sua tesi di laurea “Abitare l’abitudine”. Tra i suoi interessi principali ci sono gli ambiti di intersezione tra architettura, urbanistica e società, in particolare sul tema della casa e dell’abitare.