Costruito tra il 1962 e il 1975, il complesso progettato da Franz Di Salvo è al centro del piano di rigenerazione urbana “Restart Scampia”. Un processo che passa per il discusso abbattimento delle Vele e per la riqualificazione della quarta, destinata ad alloggi.

Scampia, periferia di Napoli: è iniziata da qualche giorno, e si concluderà tra circa un mese, l’ultima fase dell’abbattimento delle Vele, uno dei complessi di edifici più rappresentativi dell’architettura brutalista italiana. Poche costruzioni come queste hanno avuto fama e attenzione, un interesse che nel tempo è cresciuto grazie alla loro presenza in opere di grande successo che le hanno consacrate a luogo “simbolo di periferia” per eccellenza, anche ben oltre i confini nazionali: dal libro di Roberto Saviano Gomorra, del 2006, passando per il pluripremiato film di Garrone, fino alla relativa serie TV ancora in produzione. Tra i loro spazi si sono consumati episodi di criminalità, violenza e disagio sociale, una sequenza di eventi di cronaca che hanno rapidamente trasformato Scampia da ordinaria periferia urbana in una delle più grandi piazze di spaccio di droga dell’Europa occidentale. A fare da sfondo a queste vicende c’è l’architettura, che, nonostante il degrado delle strutture, ha mantenuto nel tempo la sua forza espressiva, data dalla scala monumentale degli edifici e dalla potenza materica del cemento: due elementi che hanno conferito al complesso un’intensità architettonica quasi magnetica.

IL PROGETTO DI RIGENERAZIONE RESTART SCAMPIA

Dei sette edifici iniziali del sito, contrassegnati dalle lettere A-B-C-D-E-F-G, ne rimarrà uno solo. Le demolizioni erano già iniziate nel 1997, proseguendo nel 2000 e nel 2003. Agli edifici rimanenti i residenti del quartiere aggiunsero una classificazione cromatica: vela rossa, azzurra, gialla, verde. Rimarrà in piedi la sola vela B, detta anche Vela azzurra, che verrà riqualificata con un investimento finanziato dal Comune di Napoli pari a 27 milioni di euro, compreso nel progetto Restart Scampia. All’interno saranno ospitati gli uffici della Città Metropolitana e la Facoltà di medicina e chirurgia dell’università Federico II; inoltre verrà migliorato il quartiere con nuove connessioni con la città e la realizzazione di alloggi, strutture commerciali, scolastiche, culturali, per il tempo libero e lo spettacolo.

LA STORIA DELLE VELE

Ripercorrendo la storia di questo luogo e tornando indietro nel tempo, scopriamo che la nascita del quartiere inizia a partire dal 1965 a seguito della Legge 162, secondo la quale i Comuni con popolazione superiore ai 50.000 abitanti erano tenuti a formare delle zone da destinare alla costruzione di alloggi a carattere economico o popolare PEEP. Il Comune di Napoli acquista i terreni e coinvolge nel piano di lavoro l’architetto Franz Di Salvo, che tra il 1962 e il 1975 progetta le cosiddette Vele. Lo stile di riferimento delle costruzioni evoca quello dell’Unité d’Habitation de Marseille di Le Corbusier, i progetti di Kenzo Tange e il movimento metabolista giapponese, soprattutto nell’uso del cemento armato. I riferimenti formali più evidenti spaziano tra il complesso Marina Baie des Anges, fuori Nizza, e il villaggio olimpico di Montréal. Gli edifici sono composti da due corpi di fabbrica paralleli tra loro, dei grossi blocchi uniti da ballatoi e rampe di scale; sono lunghi 100 metri e alti 45 con 14 piani l’uno. Ogni edificio converge verso l’alto con una curva parabolica, da qui il nome “Vela”. Ciascuna abitazione è di dimensioni piuttosto contenute e standardizzate, 50 metri quadrati all’interno, con terrazza esterna di 10 metri quadrati; le strutture portanti sono realizzate in cemento armato con elementi prefabbricati.

LE RAGIONI DEL FALLIMENTO

Purtroppo, il progetto originale non venne mai realizzato completamente. Furono alterate diverse parti, soprattutto quelle riguardanti gli spazi comuni e i servizi; varie le modifiche, sia per questioni economiche di contenimento dei costi che per inesperienza delle ditte appaltatrici. Già a lavori ultimati si evidenziarono i primi problemi che si sarebbero presto tradotti in un vero e proprio fallimento dell’intero progetto del quartiere. Molteplici le ragioni, a partire da quelle di natura sociale, come l’elevata densità abitativa. In questi edifici si trasferirono improvvisamente molte famiglie rimaste senza casa dopo il terremoto dell’Irpinia; poi, successivamente, gli appartamenti vennero occupati da delinquenti e spacciatori. Le Vele si trasformarono in un contenitore di umanità potenzialmente esplosivo e altamente critico. Dal punto di vista delle criticità architettoniche, emergono le modifiche strutturali con la diminuzione della distanza tra i blocchi da 12 a 8 metri e l’utilizzo del sistema dei ballatoi, che nell’ipotesi progettuale dovevano richiamare la vita quotidiana dei vicoli di Napoli, e quelle al sistema di percorrenza all’interno del complesso. Inoltre, l’eliminazione dei due piani di spazi pubblici, dei servizi commerciali e aree gioco e delle zone verdi e la totale assenza di un collegamento con la città fecero diventare immediatamente questa zona un “dormitorio” isolato, una periferia a tutti gli effetti, un non-luogo.

UN’ARCHITETTURA CONTROVERSA

Il risultato è quello che possiamo vedere oggi: un quartiere infelice lontano dalle aspettative dei residenti, dove la mancanza di un centro di socializzazione ha lasciato un ampio spazio vuoto, colmato al limite dalla frustrazione degli abitanti del quartiere di Scampia. In breve, un grande fallimento dal punto di vista della progettazione urbana. Tuttavia le architetture di di Salvo, nonostante lo stato di assoluto degrado in cui sono ridotte, possiedono un valore architettonico. Qualche tempo fa, il New York Times ha intrapreso una campagna di valorizzazione e sensibilizzazione focalizzata su questo tipo di architetture e ha chiesto ad alcuni famosi architetti di “difendere gli edifici più odiati del mondo”. In merito alle Vele, l’architetta di origine italiana Ada Tolla, cofondatrice dello studio di architettura Lot-ek, ha scritto: “Se qualcuno mettesse questo complesso davanti a me in questo momento senza aggiungere alcun contesto, nessuna storia, lo considererei un pezzo di architettura davvero forte. Sono edifici iconici che incorporano l’idea modernista del diritto a una casa ‒cuna casa per tutti… Per me è importante riconoscere che le Vele non sono un fallimento dell’architettura, ma piuttosto un fallimento nell’esecuzione e nella gestione. La demolizione è spesso un tentativo di spazzare via le cose sotto il tappeto, e non sembra il modo giusto di imparare dal passato”.

Vele di Scampia (Napoli). Photo Giuseppe Albano CC BY SA 3.0 IT via Wikipedia
Vele di Scampia (Napoli). Photo Giuseppe Albano CC BY SA 3.0 IT via Wikipedia

INDIGNAZIONE, MACERIE E MEMORIA

Forse, prima di demolire un intero quartiere e farne tabula rasa, si potevano fare delle scelte rivolte alla riqualificazione di porzioni più o meno consistenti degli edifici. In Europa ci sono diversi casi di riuscita di questo tipo di interventi di rigenerazione urbana ad ampia scala per risolvere situazioni complesse; indispensabili sono le decisioni attraverso i tre principali ambiti di azione: spaziale, sociale e gestionale. Purtroppo, le amministrazioni locali sono state incapaci di creare un dialogo duraturo tra le istituzioni e i cittadini e non si è riuscito a coinvolgere attivamente le tante associazioni più attive del territorio in un progetto a lungo termine, atto a trasformare le criticità in risorse. Si è preferito attuare misure drastiche, catturare l’applauso e le incitazioni dei molto cittadini del quartiere che hanno visto la demolizione e l’ammainare delle Vele come una liberazione dal degrado devastante del quartiere. Rimane un’occasione sprecata che forse potrà servire per la riqualificazione di altre aree, una testimonianza che ci può essere un’alternativa alle rovine. Purtroppo, del progetto di Di Salvo e della sua terrificante bellezza rimarranno solo delle immagini di repertorio: le Vele sono finite in macerie, la loro memoria no.

Laura Tedeschi

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