Usare la stampa 3D per ricostruire Notre-Dame. Lo propone un’azienda olandese

L’idea dello studio Concr3de è semplice ma molto evocativa. Perché non riutilizzare i materiali rimasti dopo l’incendio per stampare le parti mancanti della cattedrale usando le scansioni 3D? Ecco tutti i dettagli della proposta

Concr3de per Notre-Dame
Concr3de per Notre-Dame

Le proposte progettuali per restaurare la Cattedrale di Notre-Dame dopo l’incendio dello scorso 15 aprile sono state numerosissime, a testimonianza del profondo legame emotivo tra il monumento, la città di Parigi e l’umanità tutta. Anche prima dell’annuncio ufficiale della competizione internazionale lanciata dal Presidente della Repubblica francese per la progettazione della nuova guglia – a cui si è già candidato anche un artista, il belga Wim Delvoye – spuntano idee e proposte da ogni parte del mondo. Lo Studio Fuksas ha immaginato un tetto contemporaneo e una nuova guglia in cristallo di Baccarat, mentre i brasiliani di AJ6 Studio propongono una copertura di vetro colorato che faccia filtrare la luce all’interno. Simile l’idea di Foster + Partners, anche loro con un tetto trasparente, mentre la palma del progetto visionario va ai parigini di NAB Studio, che nei render hanno trasformato il livello più alto della chiesa in una serra e la guglia in una casa per le api.

Concr3de per Notre-Dame
Concr3de per Notre-Dame

GARGOYLE IN STAMPA 3D

Si distingue per originalità e uso intelligente delle nuove tecnologie l’idea dell’azienda olandese Concr3de, una realtà fondata nel 2016 dagli architettti Eric Geboers e Matteo Baldassari. I due hanno proposto infatti di utilizzare la stampa 3D per ricostruire fedelmente e in tempi rapidi alcune parti della cattedrale, in particolare la statuaria. Per dimostrare come sarebbe il risultato, hanno già fatto una prova riproducendo Le Stryge, uno dei gargoyle aggiunto durante il restauro ottocentesco ad opera di Eugène Viollet-le-Duc e pesantemente danneggiato dalle fiamme.
L’aspetto interessante sta nel fatto che per stampare le nuove sculture, realizzate a partire da accuratissime scansioni tridimensionali, verrebbero utilizzati i materiali di scarto prodotti dall’incendio, ossia una mistura di pietra calcarea e cenere: “abbiamo visto la guglia crollare e abbiamo pensato che avremmo potuto proporre un modo per combinare i vecchi materiali con le nuove tecnologie, per dar vita a una cattedrale che non sia semplicemente una copia dell’originale, ma piuttosto un luogo che mostri con fierezza tutti gli strati della propria storia”, ha dichiarato Geboers al magazine Dezeen.
Si tratta di materie prime molto antiche e impossibili da recuperare in altro modo: il calcare luteziano usato per costruire Notre-Dame, come molti altri edifici parigini, proveniva da miniere oggi sepolte da tempo sotto la città, mentre i tronchi della copertura in legno erano 1.300 querce – praticamente una foresta di oltre venti ettari – del 13esimo secolo.

VECCHIE MATERIALI, NUOVE TECNOLOGIE

Usando dati disponibili su Internet – la chiesa è stata interamente scansionata nel 2015 dallo storico dell’arte Andrew Tallon – Concr3de ha realizzato il primo gargoyle con la stampante Armadillo White, un dispositivo che stampa con precisione millimetrica e può adattarsi a varie tipologie di materie prime. Secondo Goebers questa tecnica potrebbe essere usata non solo per la statuaria ma anche per le pietre della volta e per parti della guglia. Una soluzione più veloce (visto che Macron vorrebbe riaprire la chiesa in soli 5 anni) e decisamente più economica rispetto all’ipotesi di scolpire tutto ex novo. E in un certo senso, anche più evocativa: si manterrebbero l’estetica e i materiali originali, ma servendosi di tecnologie tipiche del nostro tempo. Facendo rinascere, letteralmente, l’edificio dalle proprie ceneri.

– Valentina Tanni

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Valentina Tanni (Roma, 1976) è critica d’arte, curatrice e docente. Si interessa principalmente di new media art e di editoria multimediale. Ha curato numerose mostre, tra cui: la sezione di Net Art di “Media Connection” (Roma e Milano, 2001), le collettive “Netizens” (Roma, 2002) e “L’oading. Videogiochi Geneticamente Modificati” (Siracusa, 2003), “Maps and Legends. When Photography Met the Web” (Roma, 2010), “Datascapes” (Roma, 2011) e “Hit the Crowd. Photography in the Age of Crowdsourcing” (Roma, 2012), “Nothing to see here” (Milano, 2013), “Eternal September. The Rise of Amateur Culture” (Lubiana, 2014), “Stop and Go. L'arte delle gif animate” (Roma, 2016, Lubiana 2017). Ha collaborato con i festival di arti digitali Interferenze e Peam ed è stata curatore ospite di FotoGrafia. Festival Internazionale di Roma per la sezione “Fotografia e Nuovi Media” (edizioni 2010-2012). Ha scritto per testate nazionali e internazionali e lavorato come docente per istituzioni pubbliche e private. Attualmente insegna Digital Art al Politecnico di Milano. Dal 2011 collabora con Artribune.