Il Segretario generale IN/ARCH ‒ Istituto Nazionale di Architettura Francesco Orofino riflette sullo stato della disciplina progettuale in Italia. Individuando nella mancanza di domanda uno dei suoi limiti.

Il blocco della realizzazione del progetto dei Labics per il Palazzo dei Diamanti di Ferrara è un episodio gravissimo ed emblematico della condizione del nostro Paese.
Provoca un danno enorme all’Architettura, al rispetto delle regole, al diritto della contemporaneità di esprimere i propri valori. Le conseguenze che avrà sui pochissimi e fragili tentativi di produrre trasformazioni fisiche della città di qualità saranno pesanti e, temo, durature.
Per ora possiamo solo dire che questa vicenda ha, quanto meno, avuto il merito di riaccendere un dibattito, anche nel mondo dell’Architettura, sullo stato in cui versa questa disciplina in Italia. Un dibattito sopito e troppo spesso rinchiuso in piccoli cenacoli, forse perché fin troppo svilito e umiliato dagli eventi.
Ha ragione Gianluca Peluffo nel ricordare che l’Architettura è un mestiere complesso, perché tocca la vita quotidiana delle persone e, nello stesso tempo, segna la storia, la cultura di un Paese.
Ma in Italia non esiste più questa consapevolezza perché non esiste domanda di Architettura. E non mi riferisco, sempre per citare Peluffo, alle poche opere emblematiche di qualche firma dell’élite. Parlo di domanda di qualità diffusa di Architettura, nelle nostre periferie, negli spazi pubblici, nei pur apparentemente minimi processi di trasformazione della città.
La campagna di Sgarbi e le conseguenti scelte del Ministro Bonisoli lo confermano.
Esiste una diffusa domanda di buon cibo, di moda, di design. Esiste una consapevolezza collettiva, spesso fuorviante e superficiale, sull’importanza della conservazione del passato, dell’esistente.
I consumatori di cibo, di oggetti, di abiti sono stati “investiti” negli anni di attenzioni, di campagne di sensibilizzazione, di pressioni didattiche che hanno avuto la capacità di disegnare un nuovo mercato.

SUSCITARE DOMANDA

Senza una domanda collettiva di Architettura, le nostre città, i nostri territori, i nostri ambienti di vita si impoveriscono; il mondo politico può accanirsi impunemente con provvedimenti legislativi e azioni amministrative disastrose: nessuna Legge per l’Architettura sul modello francese, un codice degli appalti che ignora cosa sia una progetto di architettura e, da ultimo, con l’istituzione della centrale unica di progettazione, la “geniale” intuizione di affidare la progettazione delle opere pubbliche all’“architetto di stato”.
Il problema, tuttavia, è anche quello di chiedersi se il mondo dell’Architettura (che è ben più ampio rispetto a quello degli architetti) si sia mai preoccupato di avviare un serio lavoro per suscitare domanda di architettura nel nostro Paese.
Scriveva Bruno Zevi già molti anni fa: “Sull’educazione dei clienti non occorre indugiare. L’Italia è l’unico Paese del mondo civile i cui fruitori di architettura non siano oggetto di attenzione, di pressione didattica. Il risultato è che la nostra storia architettonica appare, sempre più, ingemmata di occasioni perdute”.
Anche un altro grande protagonista della cultura italiana, Giancarlo De Carlo, aveva intuito che in Italia non esiste più alcun rapporto tra società e spazio fisico perché la società non chiede più nulla all’Architettura.
Ecco uno dei motivi di maggior “stupore” che un architetto italiano vive quando ha la fortuna di avere occasioni di lavoro all’estero: scopre Paesi in cui la società, in tutte le sue articolazioni, chiede, cerca, vuole Architettura.
È la presenza di questa forte domanda che innesta processi normativi, regole di concorrenza, procedure virtuose.

Attuale situazione del retro di Palazzo dei Diamanti
Attuale situazione del retro di Palazzo dei Diamanti

MOBILITARE L’ARCHITETTURA

Scriveva anni fa il sociologo Gian Paolo Prandstraller: “L’economia nuova non si basa soltanto sull’innovazione scientifica e sull’intraprendenza […] né sull’apparizione dei cosiddetti servizi a valore aggiunto più personalizzati […] Essa è fondata su un fenomeno che la distingue in modo radicale dall’economia del primo assetto post-industriale. Si tratta della mobilitazione della clientela […] cioè la capacità di richiamare l’attenzione di grandi masse su un dato prodotto o servizio che, per le sue caratteristiche, conquista tali masse e le rende ad esso affezionate e persino devote”. 
Occorre allora cominciare seriamente a pensare ad azioni culturali efficaci per “mobilitare” una clientela interessata all’Architettura.
Dobbiamo trovare nuovi strumenti per spiegare a un pubblico vasto le ragioni del progetto dei Labics per il Palazzo dei Diamanti, spiegare l’importanza dei concorsi, cercare di far comprendere come la buona Architettura è in grado di migliorare la qualità della vita di ciascuno.
Scendere in piazza sulla vicenda ferrarese, come propone Peluffo, può essere un modo e un’occasione. Il mondo dell’Architettura non lo ha mai fatto, ma forse ora è giunto il momento di mobilitarsi in forme nuove.
Troviamo strumenti efficaci per suscitare una domanda diffusa di Architettura, per mobilitare i fruitori di Architettura, non limitiamoci a parlare sempre e solo a noi stessi: è un passaggio obbligato per cambiare la legislazione, sconfiggere i conservatori, ridare dignità a questa straordinaria disciplina.

Francesco Orofino

Dati correlati
Spazio espositivoPALAZZO DEI DIAMANTI
IndirizzoCorso Ercole I D'este 21 - Ferrara - Emilia-Romagna
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Segretario generale IN/ARCH. Già Consigliere dell'Ordine degli Architetti PPC di Roma. Vice presidente dell'Associazione di amicizia Italia Brasile. Esperto di cooperazione con i paesi in via di sviluppo del settore della realizzazione di opere civili.
  • Mauro Artibani

    Domanda di Architettura? Ma se l’Offerta giace invenduta! Occorre semmai alzare la qualità dell’Offerta che verrà per, magari, far sbarcare i clandestini del progetto. E poi, suvvia, l’Architettura, per dirla con Le Corbusier, sta oltre l’utile. La forma, oltre la funzione! Dobbiamo reimparare a fare questo, per poter fare al meglio pure il resto.