L’American Institute of Architects ha assegnato nei giorni scorsi a Richard Rogers la AIA Gold Medal 2019, riconoscimento conferito, tra gli altri, a Wright, Le Corbusier, Aalto, Kahn, Foster, Piano. Dopo la pubblicazione del libro in cui l’architetto Pritzker Prize 2007 ripercorre vita e carriera, lo abbiamo intervistato nella sua città natale: Firenze.

Probabilmente l’ultima cosa che ci si aspetterebbe, incontrando un maestro dell’architettura mondiale, premiato così tante volte e autore di edifici talmente iconici da far tremare i polsi, è di essere sollecitati da una serie di sue domande. Intervistare Richard Rogers (Firenze, 1933) può equivalere a un’esperienza di “ribaltamento dei ruoli”, con la straripante vivacità di spirito e la curiosità dell’intervistato che si rivelano capaci di annullare qualsiasi canovaccio o lista di quesiti, a favore di uno scambio lucido e frenetico nello stesso tempo. Come viaggiare dal Lungarno all’Estremo Oriente, nel giro di qualche battuta.

L’INTERVISTA

Guarda lì. Vedi tutte quelle macchine in fila sul Lungarno? Sono tutti fermi! Ma perché non si fa come a Parigi e non si lasciano le persone libere di camminare lungo l’argine del fiume? Noi lo avevamo proposto, sai?”. In effetti, il piano generale per il Lungarno a Firenze dello studio Rogers prevedeva la realizzazione di un parco lineare al di sotto del Ponte Vecchio, dotato di aree espositive e caffè. Avrebbe sanato la cronica penuria di verde pubblico nel centro storico della città, ripristinando il legame tra i fiorentini e il loro corso d’acqua. Rimasto su carta per ragioni connesse alla tutela del patrimonio, è uno degli interventi che l’artefice del Lloyd’s Building di Londra, del Centre Pompidou di Parigi e del Palazzo di Giustizia di Bordeaux ha scelto di includere nel capitolo dedicato allo spazio pubblico della sua biografia, Un posto per tutti. Vita, architettura e società giusta, recentemente pubblicata da Johan & Levi Editore.

Peter Rice, Renzo Piano e Richard Rogers a cavallo di una gerberette del Centre Pompidou, con Ruthie che osserva dal fondo. Photo credit Tony Evans-RSHP-Arup. Courtesy RSHP
Peter Rice, Renzo Piano e Richard Rogers a cavallo di una gerberette del Centre Pompidou, con Ruthie che osserva dal fondo. Photo credit Tony Evans-RSHP-Arup. Courtesy RSHP

Credo che l’argine dell’Arno sia l’unica parte del centro storico di Firenze nella quale si possa ancora sperimentare il silenzio…
Esatto! Lì ci sono la pace, il silenzio, gli animali: pensa alla possibilità di prendere un drink lungo questa passeggiata. Non sarebbe bello? E, in più, non ci sarebbero così tante persone ad affollare le strade. Sono talmente strette alcune vie di Firenze! Anche la vista sul Ponte Vecchio, all’uscita dalla Galleria degli Uffizi, sarebbe tutta un’altra cosa. Basta andare a Parigi e riprodurre quanto fatto lì: è facile. Se per qualche giorno all’anno l’acqua del fiume dovesse passare sopra questa passeggiata, non sarebbe un problema: l’importante è assicurarsi di progettarla e realizzarla bene. Per me sarebbe una piccola cosa da fare a Firenze, con vantaggio per tutti. Ma tu sei fiorentina?

Forse progetti così restano irrealizzati perché Firenze, e parte dell’Italia, non hanno superato quello che nel suo libro definisce “lo choc del nuovo”?
Questo è un pericolo! Perché lo sai come finirà? Se dovesse andare bene, i giovani andranno a Milano. Altrimenti se ne andranno comunque, ma molto più lontano, a Londra o in Cina, che probabilmente è il posto più interessante oggi. Anche la mia famiglia si è trasferita a Londra perché lì c’erano più possibilità; ogni Paese dovrebbe offrirle, sempre. È chiaro che se non c’è un lavoro, non si va da nessuna parte. Ho visto che adesso a Firenze c’è la tramvia: è un buonissimo sistema, ma qui, come nel resto del mondo, bisogna lavorare affinché le periferie non siano dei dormitori, ma “piccole città” lungo le fermate. L’Inghilterra, l’Olanda… sono tanti i Paesi che stanno iniziando a limitare la circolazione delle automobili: non si fanno neppure più i parcheggi! Io, anche se ho 85 anni, vado a lavorare in metro: da casa allo studio.

Un posto per tutti è il titolo della sua biografia. In una fase in cui molte persone si spostano dalle terre di origine alla ricerca di un luogo in cui ricominciare, quale contributo può arrivare dall’architettura, “la più politica delle arti”?
Il titolo è nato da due valutazioni. A non avere un tetto sulla propria testa è il 40% delle persone del mondo. Pensaci: è veramente terribile. Siamo molto più ricchi che in passato, ma i ricchi (pochi) sono troppo ricchi e i poveri (tanti) sempre più poveri. Questo sistema non è sostenibile, si deve trovare un modo per assicurare a tutti un tetto. E dico tetto perché è una parola aperta, lascia intendere che si possa mettere il pane sul tavolo, si possano avere servizi… Insomma, che tutti abbiano la possibilità di vivere bene. In secondo luogo ho voluto fare un riferimento al Centre Pompidou, progettato con Renzo Piano ‒ siamo più o meno come fratelli, sai? Ci sentiamo quasi ogni giorno; noi parliamo lo stesso linguaggio ‒ e Peter Rice. Le prime parole con cui lo definimmo furono: “A place for all people, the young and the old, the poor and the rich, all creeds and nationalities, a cross between the vitality of Times Square and the cultural richness of the British Museum”. Ancora oggi, il successo del Beaubourg, confermato dalle tante persone che lo frequentano, è la grande piazza sulla quale affacciano le scale mobili. Lo abbiamo pensato come un sistema aperto e flessibile. Sappiamo che cambierà e dobbiamo lasciare che questo avvenga. Nella città di Londra, il 50% delle costruzioni che erano lì quando ho costruito il Lloyd’s Building sono cambiate nell’arco di quarant’anni. Ma è questa la normalità: la vita cambia, le città cambiano!

Richard Rogers con Richard Brown – Un posto per tutti. Vita, architettura e società giusta (Johan & Levi, Monza 2018)
Richard Rogers con Richard Brown – Un posto per tutti. Vita, architettura e società giusta (Johan & Levi, Monza 2018)

Ha teorizzato la “città compatta”, ispirata alla buona progettazione, all’inclusione sociale, all’uso di trasporti pubblici, alla responsabilità ambientale. Nel 2017 Rem Koolhaas ha annunciato che si sarebbe dedicato al tema della campagna e a tutto ciò che è estraneo alla città. Anche questo sembrerebbe un cambiamento…
Non so se l’abbia detto davvero. Continuo a credere che il problema più urgente per tutti noi sia il cambiamento climatico. Tutti dovremmo impegnarci in questo senso.

Attualmente, con il suo studio, Rogers Stirk Harbour + Partners, sta costruendo a Bogotà con El Equipo Mazzanti. Cosa può anticiparci di quel progetto?
Sono due torri, un mix funzionale composto da un albergo, spazi per ufficio, spazi per il commercio, residenze. Bogotà è bellissima, con questa montagna di quasi 3mila metri a ridosso. In generale non sono contrario alle torri e allo sviluppo in altezza delle città, ma bisogna fare prima una buona pianta: quello è il passaggio fondamentale. Pensiamo, ad esempio, a Barcellona: è la più densa città d’Europa, ha più o meno la stessa densità di Manhattan. Eppure non ha niente alto più di otto piani ed è un posto bellissimo, con il mare, le colline, il sole. Ci sono anche architetti bravissimi.

Parlando di torri, cosa ha pensato dopo l’incendio della Grenfell Tower, nel giugno 2017?
È stata costruita male e, in seguito, c’è stato un pessimo controllo: è terribile. Lo ribadisco: non sono contro le torri, ma sono contro le torri fatte male. Queste tragedie succedono solamente ai poveri, ai deboli. Se non cambiamo la rotta, quelli che già hanno poco avranno ancora meno: metà della ricchezza del mondo è in mano a undici persone! Non si può accettare.

Come ricorda nel libro, all’Architectural Association ha avuto come tutor Peter Smithson. Il V&A Museum, alla 16. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, ha scelto di esporre un frammento dei Robin Hood Gardens.
È stato un grande peccato la demolizione. Peter e Alison Smithson avevano costruito un complesso davvero interessante. Queste costruzioni, realizzate dopo la Seconda Guerra Mondiale, mi ricordano l’epoca del “vero welfare”. Allora si dibatteva concretamente su come costruire una città migliore; oggi questo avviene decisamente di meno. Quando ho cominciato a fare l’architetto, il 70-80% di noi lavoravano per la città, progettando scuole, ospedali, case. Le cose essenziali, i diritti fondamentali.

Il profilo spiovente del Leadenhall Building di Richard Rogers e la cattedrale di St Paul. Photo credit Richard Bryant-Arcaid Images. Courtesy RSHP
Il profilo spiovente del Leadenhall Building di Richard Rogers e la cattedrale di St Paul. Photo credit Richard Bryant-Arcaid Images. Courtesy RSHP

Si dedica molto alla valorizzazione delle giovani generazioni di architetti. Se dovesse definire una “geografia emergente”, quali sono i territori più fertili oggi?
È un momento molto difficile, il mondo sta cambiando. Nel Regno Unito abbiamo la Brexit, alla quale sono profondamente contrario. Mi sento del tutto distante dall’idea dell’UK come una piccola isola nell’Atlantico, autonoma da tutti. Oggi il 50% delle persone che lavorano e abitano a Londra sono stranieri. E sai qual è il risultato? La città non è mai stata meglio! Guardando più in generale, l’Europa è in crisi, gli Stati Uniti anche. Facendo una previsione, credo che stiamo ritornando agli equilibri esistenti prima delle scoperte di Cristoforo Colombo e Vasco de Gama, quando la “parte ricca” del mondo – e con “ricca” non penso solo all’economia ‒ era formata dalla Cina, dalla Persia, dall’India. La storia sta compiendo questo ciclo ed è interessante assistere ai mutamenti in corso.

Insomma, dobbiamo guardare verso Oriente…
I giapponesi sono bravi architetti. Sono nella giuria del Pritzker Prize e noto che ci sono dei posti – prendi il Vietnam, per esempio – davvero in fermento oggi. Il mondo è più piccolo e mi piace tantissimo l’idea di poter visitare e raggiungere facilmente tanti posti. Credimi, non si poteva immaginare un mondo così! Tu, che sei giovane, potrai sfruttare questa condizione come un vantaggio.

Posso dedurre che per il 2019 ci prepariamo a un Pritzker Prize asiatico…?
Non mi posso sbilanciare! Però una cosa la voglio dire. Per la mia generazione gli Stati Uniti erano un “passaggio obbligato”. Ci sono arrivato la prima volta con una borsa Fulbright per studiare a Yale. Ma oggi? È sempre così oppure sarebbe meglio andare altrove? Ancora non lo so, ci sto ragionando…

La sala di contrattazione del Lloyd’s Building (1978-86) di Richard Rogers. Photo credit Janet Gill – Nikki Trott. Courtesy RSHP
La sala di contrattazione del Lloyd’s Building (1978-86) di Richard Rogers. Photo credit Janet Gill – Nikki Trott. Courtesy RSHP

A proposito di “altri territori”, Frida Escobedo, che arriva dal Messico, quest’anno ha progettato il Serpentine Pavilion.
Mi è piaciuto molto, soprattutto come Escobedo lo ha realizzato: ha scelto queste tiels, tegole. E, più o meno, quello è tutto! Poi c’erano l’acqua, un elemento essenziale, i riflessi, ma soprattutto quell’elemento. L’idea stessa del padiglione è semplice, ma efficace: ha una vita di pochi mesi, qualcuno lo compra e lo sistema altrove. È “un’architettura-arte”.

Quest’ultima definizione mi fa pensare a quanto scrive alla fine del libro: “L’architettura dovrebbe creare bellezza senza essere ridotta a pura decorazione o a marketing”. E ancora: “La professione deve cambiare radicalmente… Un architetto dovrebbe essere in grado di negoziare un budget limitato per realizzare edifici migliori, piuttosto che usarlo come scusa per mascherare la pochezza delle proprie idee”. Ovvero?
Mia madre diceva sempre: “È più facile vivere con i soldi!”. Ma si possono fare delle cose belle anche in modo semplice. Nella professione non puoi dire: “Lavoro solo per i clienti benestanti”. Essere davvero un architetto vuol dire essere un problem solver. Chi siamo noi, in fondo? Siamo persone che lavorano con dei problemi, a tutti i livelli. Anche per questo la formazione dovrebbe cambiare, diventare più ampia. Insisto ricordando che il 40% delle persone nel mondo non ha un tetto. Noi dobbiamo trovare un modo per fare delle case che costino poco, ma siano sicure, sostenibili e utili anche alle persone che arrivano qui a causa della guerra, della carestia o dell’assenza di risorse. Di loro, ricordiamolo, non si può avere paura!

Valentina Silvestrini

Richard Rogers con Richard Brown ‒ Un posto per tutti. Vita, architettura e società giusta
Johan & Levi, Monza 2018
Pagg. 336, € 36
ISBN 9788860102119
www.johanandlevi.com

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AutoreRichard Rogers
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Valentina Silvestrini
Architetto con specializzazione in allestimento e museografia, si è formata presso l’Università La Sapienza e la Scuola Normale Superiore di Pisa, dove ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia". Ha intrapreso il proprio percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi.​ ​È stata assistente alla progettazione di mostre presso lo studio “Il Laboratorio srl” (Roma, 2004/2007); ha svolto un internship all’ufficio Eventi Speciali di Pitti Immagine srl (Firenze, 2008). All’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero (Roma, 2008/2010) ha ricoperto il ruolo di assistente alla progettazione di layout espositivi e alla direzione lavori, recandosi in centri espositivi ​in Giappone, Russia e Germania. ​Ha curato il coordinamento eventi e ​la​​​ comunicazione​ della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura (Perugia, 2011)​.​ ​​​​​Ha scritto e scrive per ​Abitare, ​abitare.it, ​domusweb.it, ​Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa e Cosebelle Magazine, di cui è caporedattrice design.​ ​Dal 2012 collabora con Artribune​.​

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