Con questa epistola che l’architetto Cherubino Gambardella ipotizza di indirizzare alla progettista scomparsa nell’ottobre 2012 si conclude il dibattito scaturito dall’intervento di Luigi Prestinenza Puglisi.

Gentile Gae Aulenti,
so bene che scrivere una lettera a chi non c’è più può sembrare un inutile esercizio retorico.
Credo, però, sia utile che un’altra voce si levi a dare un contributo sul suo lavoro creativo di recente stigmatizzato come istituzionale, di retroguardia, legato al grande potere industriale, baciato da un successo cui sono state chieste poche verifiche, definito dal famoso critico di architettura italiano Luigi Prestinenza Puglisi come l’opera della peggiore architetto italiano soprattutto perché connesso a una linea storicista e poco aderente a un’avanguardia salvifica che ‒ a mio avviso ‒, specialmente nell’Italia di oggi, sembra una nozione piuttosto labile e imprendibile.
Io non ho mai avuto il piacere di conoscerla, ma ho seguito con attenzione e spesso visitato i suoi lavori. Credo che siano ancora oggi interessanti per alcune ragioni che provo a spiegare: l’architettura italiana del dopoguerra per fortuna è stata un grande affresco di lotte e battaglie senza vincitori che hanno prodotto un grande piano presente istoriato di tracce molteplici da Rossi a De Carlo, da Moretti a Pellegrin, da Canella a Ricci, da Capobianco a Rogers, da Zevi a Tafuri, da Purini a Venezia. Non è per mancanza di rigore che si possono apprezzare e costruire traiettorie creative tra personalità opposte. È piuttosto utile agire in tal senso per non disperdere un patrimonio di forme, temi e approcci ma, soprattutto, perché credo che oggi un progettista costruisca la propria poetica non sul vero ma sulla potenza del verosimile. Per questo se si può concedere a un critico (sperando che ci pensi sopra per metterla in discussione) la sua traiettoria di vincitori e vinti e la sua lavagna di buoni e cattivi, a un progettista va concessa un’altra angolazione.

Gae Aulenti, Musée d’Orsay, Parigi, marzo 2007. Photo Benh via wikipedia.org
Gae Aulenti, Musée d’Orsay, Parigi, marzo 2007. Photo Benh via wikipedia.org

RIFLETTERE SULLE OPERE

Per me che faccio e insegno composizione architettonica, non perché faccia finta di dimenticare la portata delle durissime battaglie e degli scontri avvenuti, è invece importante riflettere sulle opere. E credo di non farlo per lo sterile esercizio della citazione, ma per la potenza della trasformazione verosimile delle architetture, per l’energia che ciascuna di esse ‒se usata come fonte per la costruzione di un lisergico museo immaginario ‒ può sorprendentemente sprigionare costruendo una nuova esistenza. Certo lei ha vissuto bene, coccolata da commesse importanti e da una fiducia guadagnata presso amici di infanzia potenti che l’hanno sostenuta per tutta la sua attività. Questo per me non è un difetto. È un dato di fatto da non tingere di moralismo superfluo: la fiducia si guadagna con le opere e come viene data può anche essere tolta, cosa che mi sembra non le sia mai accaduta. Alcune sue bravissime colleghe più giovani sono state invece ingabbiate in una fastidiosa e moralistica narrazione di marginalità che ne ha offuscato la bellezza dei lavori a favore di altri miti e di altri epos. Questo non è stato il suo caso: lei è sempre stata al centro e non si è mai fatta un problema di questo, non mi sembra di aver potuto scorgere nelle sue interviste un cedimento a inutili sensi di colpa.
Ciò detto, ho sempre trovato possente e interessante il costruire cose dentro altre cose, gli altrove e i luoghi evocati con decisione creando dei cortocircuiti emotivi. Lo stile “assiro babilonese” dei suoi riuscitissimi percorsi, affacci, pause, scatole e “tombe” sopraelevate da sculture mi hanno fortemente colpito in relazione alla forza della volta del Museo d’Orsay che molti altri avrebbero lasciato come assoluta dominatrice senza indurre conflitti visivi, avventure e incidenti percettivi. Ho sempre provato a inseguire nel mio lavoro questi tratti incoerenti e mi perdonerà se ho spesso giocato con i labirinti e gli incidenti percettivi che ho letto nel suo museo francese. Vogliamo poi menzionare Piazzale Cadorna? Uno spazio trasformato in un enigma di rossi capitelli militari che piegano sequenze di trasparenti capanne fino a innalzarli in una scenografia quasi bellica e milanesissima. Una quinta che gioca una partita sorridente con la scultura ad Ago, filo e nodo di Claes Oldenburg. Prima lo ricordavo come un luogo più triste di Piazzale Loreto, oggi ci passo per andare in Triennale e subito mi oriento con un certo buonumore.

Gae Aulenti, Palazzo Branciforte, Palermo, settembre 2016. Photo Manuelarosi via commons.wikimedia.org
Gae Aulenti, Palazzo Branciforte, Palermo, settembre 2016. Photo Manuelarosi via commons.wikimedia.org

TRASFORMAZIONI VISIONARIE

Massa, scavo e trilite anche nella rossa e incredibile installazione a New Italian Domestic Landscape che dalle foto (avevo otto anni quando fu fatta) ha mosso tante volte la mia fantasia. La metropolitana Cavour a Napoli, dai tratti in rubino borbonico e la cavità come una grotta d’acqua dominata dal “Cavallo Carafa” indicano una notevole perizia nella trasformazione visionaria dei luoghi. Similmente, il piano di pietra grigia, nonostante le prescrizioni della Soprintendenza, ha trasformato un posto svenuto come l’esedra napoletana del Vanvitelli a Piazza Dante in un luogo convulsamente abitato e vivissimo della città.
E poi tante altre cose, come la rivoluzione democratica di Palazzo Branciforte a Palermo, fino ai suoi primi interni Olivetti, alla casa per un collezionista, al gusto pop con il quale ha coraggiosamente rivoluzionato il tristissimo Palazzo Grassi, uno dei più brutti del Canal Grande veneziano con quella imponenza fiorentina così poco imbroccata.
Gentile Gae, per carità io non giudico il suo lavoro e non mi spetta trovarle un posto che lei già si è abbondantemente guadagnato da sola nelle storie dell’architettura; ho solo provato a raccontare come utilizzo per nutrire il mio imaginario quel che mi piace del suo operato, guardandomi bene dal considerarlo il prodotto del peggior architetto italiano.

La saluto cordialmente con viva stima,

Cherubino Gambardella

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AutoreGae Aulenti
CuratoreLuigi Prestinenza Puglisi
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Cherubino Gambardella
Cherubino Gambardella è nato a Napoli nel 1962. È architetto, professore ordinario di progettazione architettonica dal 2000 e dal 2003 insegna alla Seconda Università di Napoli, dove è presidente del Corso di Laurea Magistrale in Architettura. Ha insegnato in diverse università italiane (Roma, Napoli, Ascoli Piceno,Venezia) e ha tenuto conferenze per la Cornell University, per il Politecnico Federale di Zurigo, la Catholic Univerity di Washington. Da sempre la sua indagine teorica si è focalizzata sui temi del rapporto tra forma, utopia e linguaggi dell’architettura. Questo approccio si è evoluto nel tempo fino a definire il concetto di bellezza democratica come diritto di tutti a una bellezza non convenzionale perché ottenuta con materiali poveri, di uso comune e persino desunti dalle realtà più dure. La bellezza democratica è un messaggio sorridente e positivo: si discosta dal “brutto e ordinario” e dal concetto anglosassone di qualità diffusa, perché ne elimina il fondo paternalista. È autore di scrivere diversi libri teorici; a questa continua indagine si aggiungono saggi prodotti per alcune delle più accreditate riviste internazionali. La sua produzione di collage, molto apprezzata dalla critica, è stata oggetto di numerose mostre internazionali e pubblicazioni.