L’editoria di settore ai tempi del web, il ruolo della fotografia nel veicolare il progetto architettonico, le aspettative della prossima Mostra Internazionale di Architettura: una conversazione a tutto campo con la direttrice di “Abitare”.

Milanese (classe 1965) Silvia Botti è architetto e giornalista, direttrice di Abitare dall’aprile 2014. In questi tre anni, sotto la sua direzione, il mensile ha cambiato forma, divenendo un sistema multimediale completo. Alla storica rivista cartacea, infatti, fondata da Piera Peroni nel 1961, si affiancano un sito web, social media con profili Facebook, Twitter, Instagram, l’organizzazione di eventi e quella di corsi e workshop di aggiornamento e formazione. Inoltre oggi Abitare produce, in stretta collaborazione con il Corriere della Sera, collane di volumi tematici come “Lezioni di Architettura e Design” o “Architetture e interni urbani” mentre con il sistema arredo di RCS – che comprende, oltre alle pagine dedicate del Corriere, il mensile Living – realizza il Design Summit, appuntamento annuale dedicato ai temi “caldi” del progetto. L’ultimo si è tenuto il 30 novembre nella sede milanese del Corriere della Sera ed era dedicato alle buone pratiche del progetto nell’economia circolare. L’abbiamo incontrata a Roma, al MAXXI, in occasione del secondo appuntamento di Obiettivo Architettura, rassegna di incontri tra progettisti e fotografi italiani curata da Lucia Bosso, in scena fino al 24 gennaio 2018. Silvia Botti ha preso parte come moderatrice all’incontro dedicato a Park Associati in conversazione con Andrea Martiradonna.

L’INTERVISTA

Le riviste cartacee di architettura sono molto cambiate negli ultimi anni, dovendo adottare strategie differenti per meglio bilanciare il crescente ruolo/potere del web. In che modo pensate di tornare a essere una rivista capace di attrarre i più giovani, cresciuti conoscendo quasi esclusivamente la consultazione online?
Abitare ha un pubblico abbastanza giovane. Un terzo dei lettori ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni e oltre la metà ne ha meno di 44. Il dato non dove sorprendere, sono proprio i giovani, quelli della generazione digitale, a dare i segnali più interessanti nei comportamenti di acquisto e lettura. In fondo sono cresciuti leggendo con passione e voracità i libri di Harry Potter. Ora comprano e si abbonano a riviste come Internazionale. Per quanto riguarda Abitare con i giovani condividiamo anche ottimi rapporti “dal vivo”, partecipano ai nostri workshop e agli eventi. Sono attenti e molto preparati.

Il tempo è tiranno! Uno dei principali problemi che un direttore deve affrontare oggi è la velocità di uscita, per evitare fughe di notizie e contenuti già “scaduti”. Quali strategie intende mettere in campo per controllare questo fenomeno?
La velocità di uscita è un concetto sconosciuto per chi fa un mensile. Ma in epoca di informazione digitale lo è diventato anche per chi lavora nei quotidiani. Giusto il web si può permettere certi ragionamenti. Ma a che pro? Oggi il grande tema è la qualità dell’informazione. Non la sua velocità. Quella è data dal mezzo. Cerchiamo di impegnarci su concetti come verità, correttezza, completezza. Mi sembra più saggio e più utile.

Silvia Botti
Silvia Botti

Uno, nessuno e centomila: tantissimi i temi della contemporaneità. In che modo intende affrontarli in una rivista di architettura? Pensa che sia utile parlare con un approccio multidisciplinare al mondo o è importante mantenere una certa autonomia?
L’approccio multidisciplinare è obbligatorio in epoca di complessità. Multidisciplinare è diventato anche il progetto. Il mito del creativo demiurgo che tutto risolve, come quello del genio animato dall’estro e dal talento, sono definitivamente tramontati. La macchina progettuale – che sia quella delle grandi architetture o di semplici oggetti – si è fatta complessa, è fatta da più attori provenienti da diversi campi e discipline, parla linguaggi differenti e si avventura in territori sconosciuti come l’immaterialità. Noi cerchiamo di dare voce a tutte queste anime, parliamo dei progetti, delle realizzazioni, delle idee, dei metodi e delle visioni piuttosto che celebrare i progettisti.

È a Roma per partecipare a un appuntamento al MAXXI curato da Lucia Bosso – BasedArchitecture chiamato “Obiettivo Architettura” che indaga la relazione tra fotografia, architettura e i suoi protagonisti. Qual è la sua opinione in merito?
Il rapporto tra architettura e fotografia è fondamentale. È l’unica alternativa al sopralluogo per vedere un qualsiasi manufatto. Ma la fotografia non è neutra. Con le immagini si può fare tutto. Soprattutto in epoca digitale, con le possibilità infinite della post produzione. Amo le fotografie “vere”, quelle che ti raccontano al meglio l’edificio senza snaturarlo. Quelle che quando poi ti capita di vederlo dal vivo non resti impressionato dalla differenza (in genere in peggio). Mi piace anche notare le differenze tra lo sguardo del fotografo e quello dell’architetto. Che ci sono e, se ben gestite, rappresentano anche un’opportunità straordinaria per il progettista che può rileggere il proprio lavoro con il necessario distacco.

Abitare #563
Abitare #563

Soffermiamoci sul MAXXI, una delle poche iconiche opere di architettura museale contemporanea che la città di Roma possiede. Quanto e in che modo un dispositivo del contemporaneo come questo deve avere un ruolo nel sistema culturale della città?
Non amo per nulla l’aggettivo iconico. Lo considero dispregiativo, focalizza l’attenzione sull’involucro e svuota l’oggetto di qualunque significato. Quanto alle “icone”, in architettura contemporanea Roma ne ha diverse. Il tema è come si rapportano non solo alla città, ma al sistema culturale in cui si insediano. Sono nodo di quale reti? Quanta forza creativa hanno? Fanno cultura? Generano pensiero? Il momento è difficile, le risorse sono poche, in tutto il mondo anche le maggiori istituzioni museali stanno cercando nuove strade; ma osservando la programmazione del MAXXI mi pare sia evidente la scelta di non segnare il campo e procedere invece in modo più tradizionale attraverso un palinsesto ricco di eventi a dimensione locale, al massimo nazionale.

L’architettura, ancor prima di essere osservata, deve essere percorsa per essere capita, apprezzata e amata. Quanto la sua immagine e la sua restituzione hanno potere rispetto all’opinione che di un edificio si può avere? Che ruolo hanno le riviste in questo?
Sono d’accordo fino a un certo punto. Non si possono vedere e “percorrere” tutte le architetture. E conosco persone che vivono o lavorano da anni in un edificio e non ne conoscono nemmeno tutti gli spazi. Vero invece che una rivista può contribuire al successo (o all’insuccesso) di un’opera. Oggi forse in modo meno decisivo che in passato, ma il potere di orientare l’opinione pubblica lo abbiamo. Ed è una grande responsabilità da governare con saggezza.

Abitare #569. Mexico City
Abitare #569. Mexico City

Chiudiamo con una riflessione/previsione sulla prossima Biennale di Venezia, curata da Yvonne Farrell e Shelley McNamara. Un evento tra i più importanti nello scenario degli appuntamenti di settore, sempre più numerosi sul fronte internazionale. Che tipo di copertura strategica e approfondimento Abitare proporrà ai suoi lettori?
Seguiamo sempre la Biennale di Architettura con grande attenzione. Ne rendiamo anche conto in diretta sul web e sui social proprio nei giorni dell’inaugurazione. Al di là dell’importanza dell’evento in sé, è anche l’occasione per incontrare gli architetti, conoscerne di nuovi, vedere progetti. Quest’anno ci aspettiamo molto dalle Grafton. Due progettiste che amiamo e delle quali ammiriamo la straordinaria capacità di creare spazi pubblici di qualità.

Giulia Mura

www.abitare.it

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.