Roma era una delle candidate più in vista anni fa. E ha deciso di rinunciare alle Olimpiadi che si terranno nel 2020 e anche a quelle del 2024. Al suo posto ha vinto la capitale giapponese, che si sta preparando al grande evento.

Chissà se tra qualche anno, in un’occasione analoga a quella capitata alla progettista Kazujo Sejima, autrice di un saggio breve pubblicato nella collana Architetture e interni urbani edita da RCS, gli architetti giapponesi della generazione emergente indicheranno come proprio edificio di riferimento a Tokyo un intervento legato ai Giochi Olimpici del 2020. Per Sejima, artefice in città del Sumida Hokusai Museum aperto a novembre 2016, è lo Yoyogi National Gymnasium di Kenzo Tange – insieme alla Sky House di Kiyonori Kikutake del 1958 – l’architettura più rappresentativa della capitale giapponese. Costruita in occasione delle precedenti Olimpiadi ospitate dal Paese, la struttura “si presenta con incredibili coperture in acciaio”, scrive la cofondatrice dello studio SANAA, “concave verso l’esterno per migliorare l’acustica, sostenute per mezzo di cavi di sospensione”.

OCCHI PUNTATI SU KENGO KUMA

Le nuove leve dell’architettura nipponica potranno scegliere tra i quarantacinque grattacieli in progress – in larga percentuale in costruzione nei quartieri di Chiyoda, Chuo e Minato – e le strutture per lo sport, per la cui edificazione l’investimento si attesterebbe sui 15 miliardi di euro. Tra le nuove edificazioni emerge il National Stadium progettato da Kengo Kuma. Sulle ceneri dello stadio eretto proprio per le Olimpiadi del 1964, abbattuto nei mesi scorsi dopo una serie di rinvii, sta infatti sorgendo l’intervento al centro di una delle querelle più accese della scena architettonica recente. Le critiche mosse al design e ai costi del progetto sviluppato dallo studio Zaha Hadid Architects, indicato come vincitore del concorso internazionale dal Japan Sport Council nel 2012, sono state alimentate anche dalla petizione lanciata da diversi progettisti giapponesi – Kuma incluso –, convinti che un’eventuale costruzione avrebbe avuto un eccessivo impatto sugli equilibri della zona Meiji Jingu. A tale mobilitazione ha fatto poi seguito l’abbandono del piano firmato Hadid, giustificato con ragioni anche di tipo economico.
All’ottenimento dell’incarico, Kuma, noto per l’ampio ricorso a materiali di origine naturale, ha cercato di liberarsi del peso della controversia manifestando fiducia per il rispetto dei tempi previsti e spostando l’attenzione sul rilievo che l’esperienza olimpica potrà di nuovo avere all’interno della società nipponica. In analogia con Sejima, in un’intervista al Japan Times, ha indicato il Gymnasium di Kenzo Tange per Tokyo 1964 come “l’edificio che mi ha fatto diventare un architetto”, senza rinunciare a un auspicio: “Vorrei che i bambini nel 2020 guardando il nuovo stadio avessero, come me all’epoca, il desiderio di costruire qualcosa di simile un giorno”.

Tokyo, Shibuya. Courtesy Tokyo 2020
Tokyo, Shibuya. Courtesy Tokyo 2020

QUESTIONI IDENTITARIE

La partita che il Giappone si appresta a giocare agli occhi del mondo coinvolge direttamente anche due dei suoi aspetti identitari: il mantenimento in efficienza della formidabile rete di trasporti pubblici, nonostante l’incremento degli utenti, e la tutela della sicurezza, soprattutto in caso di disastri naturali. Proprio lo studio guidato da Kuma si sta occupando della nuova JR New Shinagawa Station, un’infrastruttura che potenzierà la Yamanote Line, la più importante linea della città e tra le più trafficate al mondo, contraddistinta da un andamento circolare. Collocabile a metà strada tra le attuali stazioni di Shinagawa e Tamachi, New Shinagawa evoca – attraverso una copertura in vetro e acciaio, sorretta da pilastri lignei – le pieghe dei tradizionali origami giapponesi. Il nascente hub si articolerà su quattro livelli, tre dei quali sopraelevati e accessibili attraverso un sistema di scale mobili e ascensori. Come prevedibile, la gestione della mobilità sta suscitando l’interesse anche delle grandi società giapponesi del settore, tra cui Honda e Nissan. In prima linea si colloca la multinazionale Toyota – tra i partner del grande evento sportivo–, attualmente al lavoro nello sviluppo della “flotta dei Giochi”, che dovrebbe prevedere auto elettriche e veicoli a idrogeno. La sfida, inoltre, potrebbe essere estesa anche al cielo, nel caso in cui le embrionali sperimentazioni sulla cosiddetta Skydrive, ribattezzata “la più piccola vettura volante al mondo”, dovessero avere esiti incoraggianti. L’obiettivo dei ricercatori del team Cartivator, finanziato anche da Toyota, è impiegare questo dispositivo, dotato di tre ruote e con una lunghezza inferiore a tre metri, per accendere la fiamma olimpica.

Tokyo, Shinkansen Bullet Train. Courtesy Tokyo 2020
Tokyo, Shinkansen Bullet Train. Courtesy Tokyo 2020

NATURA E SISMI

In un Paese scosso da terremoti devastanti, le forze avverse della natura continuano a rappresentare il grande e imprevedibile nemico da domare. La pianificazione di un’eventuale situazione di emergenza si salda con i piani messi a punto per l’organizzazione dei Giochi, divenendo anch’essa prioritaria: la città sa di non dover abbassare la guardia. Alle dichiarazioni rassicuranti degli organizzatori di Tokyo 2020 in merito al continuo perfezionamento della tecnologia si accompagnano quindi misure che comprendono l’adeguamento sismico delle strutture esistenti, il rigoroso impiego della normativa vigente per le nuove costruzioni e la stesura di programmi per coordinare eventuali operazioni. Per i visitatori che hanno già maturato un’esperienza diretta a Tokyo, la visita nel 2020 potrebbe riservare ulteriori sorprese, oltre alle novità nello skyline e alle annunciate nuove aree verdi. La capitale olimpica 2020, infatti, sotto la guida dalla governatrice Yuriko Koike, si appresta a rinunciare alla storica sede del mercato del pesce di Tsukiji – il più grande del mondo – destinato a essere trasferito in un nuovo sito, dopo ottant’anni di attività. E se, alzando gli occhi, qualcosa dovesse mancare, vorrà dire che Koike sarà riuscita anche nel suo intento di interrare l’infrastruttura elettrica cittadina. Un addio al caratteristico e intricato dedalo di cavi aerei che sezionano porzioni di cielo, manco a dirlo, in nome della sicurezza.

Valentina Silvestrini

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.