L’architetto originario del Burkina Faso è tra i protagonisti della Milano Arch Week diretta da Stefano Boeri, in corso nel capoluogo lombardo. Lo abbiamo intervistato a Roma, a pochi giorni dall’apertura del suo Serpentine Pavilion.

Una vicenda biografica, la sua, simile a un romanzo: classe ‘65, dal villaggio di Gando in Burkina Faso, Diébédo Francis Kéré arriva a Berlino grazie a una borsa di studio. Poi la laurea in architettura presso la Technische Universität, l’esperienza europea, la formazione dello studio e il ritorno a casa, per sistemare e migliorare. Un grande esempio di amore e fedeltà per il proprio Paese, portato avanti anche grazie alla Kéré Foundation, sempre in prima linea.
Ora Kéré è improvvisamente salito alla ribalta per essere il 17esimo autore del Serpentine Pavilion, in apertura il prossimo 23 giugno nei Kensington Gardens di Londra: sarà il primo architetto africano a realizzarlo. Lo incontriamo a Roma, in occasione del contest annuale organizzato dalla RUFA – Rome University of Fine Arts, per il quale Kéré ha presieduto la giuria, premiando Francesca Salvati per il suo lavoro video su Amatrice. Una competition giunta alla sua terza edizione, che ha visto impegnati 132 partecipanti, 9 partner e 21 professori dell’Accademia.

Diébédo Francis Kéré. Photo credits Erik Jan Ouwerkerk
Diébédo Francis Kéré. Photo credits Erik Jan Ouwerkerk

Cosa ha significato tornare a casa con un bagaglio di conoscenze tecniche e linguistiche così ampio e perché forse tutti dovrebbero mettere il naso fuori, crescere, e poi fare ritorno con un rinnovato know how?
Mi ritengo una persona privilegiata. Per me è stato naturale tornare e coinvolgere la mia comunità. Soprattutto, credo che l’Africa abbia fortemente bisogno di edifici di qualità e aver avuto la possibilità di studiare fuori e acquisire skill è stata una grande fortuna, non solo per me. Aiuta a cambiare prospettiva. Voi europei non vi rendete conto di cosa significhi avere accesso all’informazione in un Paese come il Burkina Faso, in cui l’aspettativa di vita si aggira intorno ai cinquant’anni e i bambini spesso crescono senza scuola, elettricità e acqua potabile. L’educazione è un valore troppe volte dato per scontato: ecco perché appena ho potuto sono tornato. Non ci ho pensato due volte. L’architettura è una grande fonte di ispirazione.

Il suo studio professionale – Kéré Architecture, avviato nel 2005 a Berlino – è composto prevalentemente da giovani tedeschi e si regge su di un motto: “People are the basis of every piece of work”. Ci spieghi meglio.
Penso, semplicemente, che se l’architettura non viene fatta per le persone, per cos’altro la facciamo? È una messa a servizio per l’umanità. Quindi sì, confermo: per me le persone restano la base assoluta, la più solida, su cui sviluppare tutto. Al di là dei miei collaboratori [sorride, N. d. R.].

Kéré Architecture, BF National Assembly. Photo credits Kéré Architecture
Kéré Architecture, BF National Assembly. Photo credits Kéré Architecture

Molti i premi e i riconoscimenti ricevuti. Qual è stato quello che ha apprezzato maggiormente o che ha più influito sul suo lavoro?
L’Aga Kahn del 2004. Semplicemente perché è stato il primo, e riceverlo all’inizio della mia carriera ha rappresentato un riconoscimento pubblico che ha creato interesse e consapevolezza sul mio lavoro. Inoltre, rendendomi in qualche modo ambasciatore dell’architettura e della cultura africana nel mondo, è stato un incoraggiamento generale non solo al mio lavoro, ma a tutti i designer che vogliono seguire la strada che ho percorso io.

Il tema del contest della Rufa University, per il quale lei è stato chiamato a fare da presidente di giuria, è Human Democracy. Studenti e partecipanti sono stati invitati a progettare “per arrivare al cuore della democrazia e dell’umanità, la democrazia dell’essere umano, il luogo simbolico dove si realizzano giustizia e uguaglianza”. Condivide questo concetto? Cosa ne pensa del lavoro dei ragazzi?
Il tema è davvero interessante. Complesso, direi. Mi ha colpito che una università lo abbia scelto per i suoi studenti. E devo dire che la qualità che ho riscontrato, nei lavori dei 25 finalisti, è molto alta. Ho apprezzato le idee, le ho trovate pura energia. È stata dura scegliere il vincitore. Penso che sia un modo utile e importante per sensibilizzare i loro comportamenti e far sì che imparino a lasciare il mondo migliore di come lo hanno trovato. L’educazione alla creatività in questo gioca un ruolo fondamentale, poiché sviluppa le capacità espressive.

Il 23 giugno apre il suo Serpentine Pavilion: una consacrazione definitiva. Prima di lei a progettarlo sono stati Zaha Hadid, Sanaa, Herzog & de Meuron, Fujimoto, BIG, per citarne alcuni. Cosa può raccontarci, in anteprima, del progetto?
Sono super entusiasta! Non vedo l’ora. Sono emozionato, ma anche consapevole che ho una grande responsabilità, poiché raccolgo l’eredità di alcuni grandissimi prima di me. Rimanendo me stesso e portando il mio stile, ho dovuto progettare un padiglione nuovo, ma in continuità, che inneschi il senso della sorpresa. Spero di raggiungere il risultato che mi sono prefissato. Manca poco, giudicherete voi stessi! Anzi, siete tutti invitati.

Kéré Architecture, Opera Village. Photo credits Erik Jan Ouwerkerk
Kéré Architecture, Opera Village. Photo credits Erik Jan Ouwerkerk

La sua firma è ormai universalmente riconosciuta per portare avanti nella progettazioni lavori “socially engaged with an ecological design”. Si riconosce in questa definizione?
Direi di sì, tutto sommato. Ma non è stata una mia intenzione, non mi sono mai prefissato questi obiettivi specifici. Il coinvolgimento sociale e la sostenibilità restano dei capisaldi nel mio pensiero. È venuto così, spontaneamente, ma di sicuro è una definizione calzante. I miei progetti africani sono estremamente semplici, è vero, e realizzati con pochissimo, ma rispondono a bisogni reali. Per questo ho creato la Kéré Foundation: per sensibilizzare e trovare finanziamenti per continuare a costruire scuole e ospedali in Burkina Faso, dove il vero lusso è avere la luce elettrica e una toilette!

Tre parole per definire il suo lavoro.
Passion. Questioning. Survey.

Un’ultima curiosità. In tanti anni si è mai abituato al clima tedesco?
No, al freddo non mi sono mai abituato! Ma di Berlino apprezzo il cielo, quel cielo quasi bianco e quel silenzio che c’è in alcune giornate invernali: mi aiuta a pensare, a concentrarmi. Se il cielo fosse sempre blu e pieno di sole credo che lavorerei molto meno [sorride, N. d. R.].

Giulia Mura

www.unirufa.it/en/
http://www.serpentinegalleries.org/explore/pavilion
http://kere-architecture.com/

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Giulia Mura
Architetto specializzato in museografia ed allestimenti, classe 1983, da anni collabora con il critico Luigi Prestinenza Puglisi presso il laboratorio creativo PresS/Tfactory_AIAC (Associazione Italiana di Architettura e Critica) e la galleria romana Interno14. Assistente universitaria, curatrice e consulente museografica, con una forte propensione all'editoria e allo sviluppo di eventi e progetti culturali, per il magazine PresS/T letter e per il format Archilive ha curato una rubrica sui libri d'architettura. È stata caporedattrice per la rivista araba Compasses e da anni collabora come freelance per testate italiane e straniere; con continuità è presente nella versione online e onpaper di Artribune. È co-founder di Superficial, studio creativo di base a Roma che si occupa di ricerca e sviluppo di progetti incentrati su: comunicazione, immagine, architettura, design, cultura, eventi, branding.

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