Starbucks finanzia un giardino esotico in Piazza Duomo. Un architetto di giardini lo progetta. Le istituzioni approvano. Ma il web sfotte e la destra insorge: vogliono africanizzare Milano? Poi, il rogo. Siamo alle solite: se non la butta in caciara, l’italiano s’annoia.

Hanno appiccato il fuoco, nella notte di sabato scorso. Sperando di cancellare l’inviso giardino esotico con un bel rogo. Tre palme sono state travolte dalle fiamme e una in particolare ha subito gravi danni, restando carbonizzata.
Ecco come il cretinismo diffuso – alimentato da ignoranza e anticivismo cronico – ha trasformato in nuovo simulacro dell’odio collettivo un boschetto di palme, fiori e banani, in via di realizzazione a Milano, a Piazza Duomo. Un’operazione promossa da Starbucks, colosso americano del caffè, che sta per aprire un megastore a Piazza Cordusio e che ha vinto un apposito bando per il rifacimento temporaneo della piazza: tre anni e poi l’allestimento sarà smantellato.
Del resto, di bersagli contro cui scatenare la bestia del peggiore populismo non si è mai sazi. Ieri un immigrato, oggi una palma, domani un giornalista o un politico a caso.

Manifestazione di Casapound contro le palme a Milano
Manifestazione di Casapound contro le palme a Milano

Così, nel paese dei Napalm51, dei tuttologi della rete, degli hater scatenati, il dibattito sul nuovo progetto di restyling green, firmato dall’architetto Marco Bay – un esperto in materia di paesaggio e giardini – approvato dal Comune e validato dalla Soprintendenza, si trasforma in un teatro, fra commenti indignati sui social (grazie al cielo bilanciati da altri lucidi, ironici, sensati), manifestazioni politiche, ostruzionismo in aula e infine l’atto vandalico che punisce le piante: il distillato di idiozia che mancava.
Era scesa in piazza persino Casapound, nei giorni scorsi. Straordinario lo slogan sullo striscione: “No all’africanizzazione di Piazza Duomo“. Il livello è un po’ lo stesso di chi dà della scimmia o tira noccioline a un nero (qualcuno ricorda l’omicidio di Fermo? O il caso Calderoli?). Matteo Salvini dà un eloquente contributo, con uno dei suoi graffianti tweet: “#Palme e banani in piazza Duomo? Follia. Mancano sabbia e cammelli, e i clandestini si sentiranno a casa”, mentre il centrodestra insorge parlando di difesa della “sacralità di piazza Duomo“. Addirittura. Poi, a Palazzo Marino, arrivano delle mega banane gonfiabili, brandite dai consiglieri di Lega e Forza Italia: un tocco di sobrietà, durante una seduta del consiglio comunale.
C’è poi chi storce il naso per l’invasione di campo della multinazionale, che assomiglierebbe a una forzatura, a una ‘brendizzazione’, una roba sporcamente capitalistica, più che filantropica. Il solito, vetusto, sospetto nei confronti del privato che mette a disposizione risorse per beni, spazi e servizi pubblici. Dimenticando che, in casi come questo, tutto passa dal vaglio delle istituzioni e da professionalità riconosciute, nel segno della cooperazione.

Banane gonfiabili in aula, a Palazzo Marino, per protestare contro le palme
Banane gonfiabili in aula, a Palazzo Marino, per protestare contro le palme

PALME E BANANI. QUESTIONE D’IDENTITÀ?

Ma se l’architetto avrà anche osato, immaginandosi un volto inedito per una piazza storica del Nord, la capacità di costruirvi intorno polemiche a sfondo razzista e nazionalista è una cosa grottesca. E come sempre accade, è così che si fomentano i peggiori. Teppisti, violenti, disadattati.
Ironica Cecilia Strada: “Non so come dirvelo ma sento di doverlo fare: anche il geranio è una pianta che viene dall’Africa. Se vi viene voglia di dar fuoco ai vasi sul vostro balcone, state almeno attenti a non bruciarvi la casa, neh”.
L’idea di Bay può piacere o meno. Può essere criticata per motivi tecnici o estetici, ragionando di architettura del paesaggio o di botanica. Tutto lecito. Anzi, sarebbe pure un dibattito gradevole, stimolante. Se non si fosse in parte trasformato, as usual, in caciara mediatica, in aggressione, in strumentalizzazione politica. “Troviamo ridicolo”, avevano spiegato i fascisti del terzo millennio, “il tentativo far passare come scelta di avanguardia quello che è l’ennesimo segno di una politica che punta alla distruzione del legame con la propria storia, le proprie origini, la propria terra“. Donne, alberi e buoi dei paesi tuoi. Un banano come attentato all’essenza di un territorio.
E tralasciando la questione complessa (qui ridotta a macchietta)  dell’identità culturale, basterebbe far notare che palme e banani sono presenti in moltissimi giardini e piazze d’Italia, senza considerare che alcune specie sono tipiche dei climi freddi o perfettamente capaci di adattarvisi.

Palme a Piazza Duomo nell'800. Un post su Facebook del Comune di Milano
Palme a Piazza Duomo nell’800. Un post su Facebook del Comune di Milano

ERAVAMO PIÙ AVANTI NELL’800?

Intanto, il sindaco Giuseppe Sala, non proprio innamorato del progetto, lo difende. Giustamente. Tutelando la professionalità di chi ci ha lavorato e la legittimità dell’iter istituzionale: “Non sono così entusiasta dell’idea delle palme ma c’è stato un bando e la sovrintendenza si è espressa in modo positivo. La mia opinione in questo momento vale tanto quanto quella di un cittadino milanese. Vediamo come reagiranno le persone e per il momento sospendo il giudizio“. E ancora, dinanzi alle critiche tramutate in retorica d’accatto, parla di “quell’atteggiamento cristiano di accoglienza che rafforza e fortifica i valori milanesi“.
Insomma, Milano non la fa certo un albero. Storia, tradizione e identità restano e anzi si rafforzano, laddove l’approccio verso il nuovo è quello del dialogo, del ragionamento e dell’apertura. Concetti che non vanno troppo di moda, ultimamente.
Nulla che impedirà lo sbocciare del giardino esotico ai piedi della Madonnina, con le sue fioriture di bergenia lilla in primavera, di ortensie rosa in estate e di canne giganti cinesi in autunno. Un po’ Hammamet, un po’ Beverly Hills, un po’ Palermo. Ma anche un po’ Milano, visto che di palme in piazza Duomo se n’erano viste già nell’Ottocento e nel Novecento, come hanno fatto notare tanti utenti sui social, la stessa pagina Facebook del Comune e un caustico Philippe Daverio: “È un’idea che mi piace molto, soprattutto perché la banana è il simbolo della Repubblica attuale. I palmeti c’erano già nel XIX secolo!”. Foto d’epoca e vedute pittoriche sono la testimonianza e la risposta migliore: il futuro era già ieri. Peccato averlo dimenticato.

 Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.