Si conclude l’infinito cantiere del Salinas di Palermo. Il museo pubblico più antico di Sicilia torna alla città
Il Museo Salinas è un luogo straordinario di memorie archeologiche, con importanti collezioni e spazi rinnovati. Un luogo che ha atteso molti anni per completare il riallestimento delle sale. Ora si presenta in versione integrale, con un percorso ampliato su due nuovi piani
Ci sono voluti 17 anni. Un tempo lungo, estenuante, costellato di ostacoli burocratici, di procedure amministrative, di modifiche in corsa e aggiustamenti, e certamente di ricerca, di lavoro, di dedizione. E di suspense collettiva. La miracolosa data, più volte lambita, annunciata e rinviata, è arrivata davvero: il 6 novembre del 2026 il Museo archeologico regionale di Palermo, intitolato al geniale archeologo Antonino Salinas, apre le porte dell’antico e rinnovato edificio che ne ospita le collezioni fin dal 1866: uno splendido complesso monumentale, edificato tra il ‘600 e il ‘700, che fu Convento dei Padri Filippini e che oggi è nobile scrigno nel cuore del centro storico, in Piazza Olivella, in perfetto allineamento con il vicino Teatro Massimo. Ed è questa un’apertura integrale, definitiva, un momento cruciale di restituzione alla città, che torna a scoprire i tesori, i documenti, i reperti e le mille narrazioni che questo luogo custodisce e tutela, e che in larga parte galleggiavano nel limbo di un passaggio infinito, di una metamorfosi inesausta.
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Il lungo iter del nuovo Museo Salinas
Se nel 2009 il Museo chiudeva le porte per l’avvio di un poderoso intervento di restauro e riallestimento – su progetto museografico dell’architetto Stefano Biondo – nel 2016 l’allora direttrice Francesca Spatafora riusciva a inaugurare il pianoterra, con il delizioso chiostro d’ingresso in cui s’incastona la fontana del Tritone, con il romantico giardino che intreccia frammenti di rovine, palme, banani, felci, cespugli d’acanto, piante di agrumi ed essenze mediterranee, e con la nuova, straordinaria Agorà imbevuta di luce zenitale, filtrata dall’ampio lucernaio. Tutt’intorno le sale della permanente, riorganizzate sulla base di un progetto scientifico derivato dal lavoro sinergico tra l’Università di Palermo e la direzione del museo, con le diverse figure avvicendatesi nel tempo: le archeologhe Agata Villa ( 2010-2013), Spatafora (2013-2016), Caterina Greco (2019-2022), e infine l’architetto Giuseppe Parello, già direttore e poi presidente del Parco della Valle dei Templi, che con convinzione ha definito e portato a compimento l’intricata sfida progettuale. Un traguardo che ha un peso specifico e che parla di impegno personale e di merito, ma che certo beneficia del lavoro di chi, negli anni, ha profuso idee, energie, pazienza istituzionale: i direttori precedenti, gli accademici, la squadra interna di archeologhe (Sandra Ruvituso, Costanza Polizzi, Lucia Ferruzza, Elena Pezzini, Alessandra Merra) e di restauratrici (Alessandra Carruba e Alessandra Barreca): un team, quest’ultimo, che ha di fatto realizzato pezzo dopo pezzo il nuovo volto del museo, assemblando, selezionando, ripristinando e ripulendo, studiando, preparando testi e apparati didattici, nonché provando ad armonizzare l’originario disegno museografico (dalla divisione degli spazi alle forniture di vetrine e plinti) con le graduali evoluzioni del progetto stesso.
Dal pianoterra ai due nuovi piani: il museo più antico di Sicilia
Altri 10 anni sono dunque stati necessari per completare l’opera, dopo quel 2016 di festa ed entusiasmo, quando si ammirarono le ultime trasformazioni dell’ex convento: la monumentale sala delle metope di Selinunte, le spettacolari gronde leonine provenienti dal Tempio della Vittoria di Himera, la maschera della Gorgone, le imponenti statue di Zeus, le statue acefale dei togati di Tindari, i sarcofagi fenici, gli esemplari di urne e statuette votive, le molte iscrizioni greche e latine.
Il percorso, oggi compiuto, continua così attraverso i due piani superiori, nuovi di zecca. Un iter che distribuisce centinaia di reperti secondo un criterio misto – iconografico, topografico, cronologico – scandito dalle varie collezioni storiche acquisite dall’istituzione, le quali restituiscono l’articolato processo di formazione del moderno museo. Ed è, il Salinas, un museo che si edifica sulla ricchezza dei reperti – tra cui si contano molti capolavori – così come sulla forza e sul prestigio della propria storia. Museo pubblico più antico della Sicilia, fu istituito in età borbonica, nel 1814, a partire da un nucleo di collezioni del Museo dell’Università di Palermo. Divenuto museo nazionale con l’Unità d’Italia, dal 1866 – a seguito della soppressione degli ordini religiosi – si spostò nella splendida casa dei Padri Filippini all’Olivella. Nel 1995 giunse l’intitolazione a Salinas, che lo diresse ininterrottamente dal 1873 al 1914, e che all’Università di Palermo guidò la cattedra di archeologia, la prima istituita in Italia.
Il primo piano del Salinas, le collezioni regie e il carro di Pompei
Le donazioni borboniche trovano posto al primo piano, con statue, vasellame e suppellettili in bronzo rinvenuti con i primi scavi a Pompei e Torre del Greco, quindi inviati dai sovrani a Palermo. Straordinari, per rarità e potenza iconografica, per l’estrema finezza esecutiva e per la forza narrativa dischiusa, sono il gentile Satiro Versante (40-50 d.C.) in candido marmo, copia romana di un originale greco attribuito a Prassitele, e l’Ariete bronzeo di evidente fattura ellenistica, con il suo realismo vibrante: è l’esemplare superstite di una coppia che decorava il Castello Maniace a Siracusa e che fu poi trasferita a Castelbuono, quindi a Palermo, dove – secondo fonti storiche – fu esposta a Palazzo Reale dal 1543. Il secondo ariete venne distrutto durante i moti rivoluzionari del 1848.
Nella stessa area, detta “Sala delle Colonne” – nitido spazio scandito da una fila di colonne scanalate – si inserisce un altro gioiello, il gruppo scultoreo raffigurante il nerboruto Eracle che afferra la Cerva dalle corna d’oro, catturata sulla Rupe di Cerinea, in Arcadia: proveniente dalla “Casa di Sallustio”, a Pompei, era parte di una fontana installata nell’atrio della dimora gentilizia, adagiata su una base in marmo bianco, a contrasto con il nero profondo delle sinuose forme bronzee.
Novità assoluta, qui, è il Carro cerimoniale, anch’esso giunto dalla Casa di Sallustio, uguale al gemello – unico esemplare integro – ritrovato nel 2021 in una villa a Civita Giuliana, nei pressi di Pompei. Quello esposto per la prima volta al Salinas è stato recentemente scovato fra i depositi: il lussuoso oggetto, di cui sono sopravvissuti dei frammenti, ritrova la sua forma grazie ad una struttura trasparente, su cui sono apposti e modellati gli elementi superstiti.
Dalla Menade farnese agli etruschi di Casuccini
Limitrofa è la cosiddetta “Sala della Ricreazione”, dove i Padri Filippini trascorrevano ore di relax e in cui il restauro ha portato alla luce un meraviglioso soffitto ligneo policromo e tre nicchie auree scavate a parete (destinate probabilmente a piccole statue sacre); fulcro visivo è il mosaico pavimentale a motivi geometrici proveniente da Piazza della Vittoria, nell’area di Palazzo dei Normanni, scoperto nel 1868. In questa stanza si trovava, un tempo, la Direzione del Museo; e qui giganteggia oggi la bella Menade farnese, baccante avvolta da fluide vesti, memore delle convulse notti di danze e di riti feroci al seguito del corteo sacro di Dioniso. La statua emerse a Roma tra il 1545 e il 1546, durante gli scavi nelle Terme di Caracalla; nel 1827, quando si trovava al museo archeologico di Napoli, fu scelta dal Re Francesco I di Borbone per gli arredi della tenuta di caccia palermitana “La Favorita”, dove rimase fino agli Anni ‘50 del secolo scorso, prima di confluire nella collezione del Salinas. Al suo fianco è giunta di recente la statua marmorea di Diana, dea cacciatrice in corsa, proveniente – forse – da una fastosa dimora suburbana di Roma, Villa Madama. Anch’essa, dal 1817, viene documentata tra i viali del Parco della Favorita: dal 2024 è stata trasferita al museo.
Di grande pregio e allestita con fine equilibrio è anche la collezione del Barone Astuto, insaziabile collezionista siciliano, che nella sua dimora di Noto costituì alla fine del XVIII secolo un “Museo d’Antichità”, densa wunderkammer con statue, erme e bassorilievi romani, alti candelabri marmorei finemente intagliati, elementi funerari, oggetti d’uso quotidiano e curiosità antiquarie, con tanto di biblioteca e gabinetto di storia naturale.
E ancora merita un’osservazione accurata la sezione (un po’ affollata) in cui trova posto un rilevante segmento della collezione Casuccini, composta da migliaia di reperti d’epoca etrusca ritrovati in un podere da Pietro Paolo Bonci Casuccini, imprenditore agricolo appassionato di archeologia: sono ceramiche attiche figurate, buccheri, sarcofagi, urne funerarie, bronzi. La collezione fu acquisita nel 1865 per 35.000 lire dal Museo di Palermo, che ebbe la meglio su fior di contendenti (dal Museo di Firenze al Louvre e al British di Londra).
Tra gli oggetti singolari più interessanti si segnalano gli Ex voto in terracotta di Cales, teste femminili ma anche organi, mani e arti, risalenti al IV – II sec. a. C.. Un gruppo affascinante di manufatti colmi di genuinità, in cui il sentimento del sacro, l’avventura dei corpi e la sintesi tra pensiero magico, paura, speranza, fede e dolore, si fanno raffigurazione simbolica e strategia devozionale. Spostata poi dal pianterreno al primo piano la celebre Pietra nera di Palermo, tra le maggiori attrazioni del museo: è un’iscrizione a caratteri geroglifici su una stele di basalto nero, in cui sono stati decifrati i nomi dei sovrani egizi predinastici e gli annali delle prime cinque dinastie di faraoni. Viene considerata una delle principali fonti storiche del mondo egizio.
Secondo piano, dalla Preistoria alla magia di Orfeo
Si concentra al secondo piano la storia archeologica della Sicilia occidentale, con un focus sulla Palermo antica e il racconto-resoconto delle campagne di scavo che si susseguirono durante il Novecento. Così dalla Preistoria si giunge alla fase fenicio-punica, con Mozia e la necropoli dell’antica Panormo, Marsala e Solunto. Spazio anche alla storia medievale della città araba e bizantina, sezione in cui spicca una raccolta di bellissime ceramiche di fattura arabo-normanna, che a distanza risuonano con le collezioni di incantevoli vasi a figure rosse e nere, prodotti ad Atene tra il VI e il V sec. a.C. e allestiti al primo piano.
Una folgorazione per gli occhi e lo spirito è, al termine del percorso, la Sala dei Mosaici di Piazza della Vittoria, per la sezione dedicata alla Palermo ellenistico-romana. Fu in quest’area, accanto a Palazzo Reale, che nel 1868 comparvero i resti di un grande edificio romano del II-III sec. d.C. (detto “Edificio A”), i cui mosaici giunsero al Salinas. Sono il Mosaico di Nettuno, il Mosaico delle Stagioni e poi al centro il Mosaico di Orfeo, rara raffigurazione del leggendario cantore e suonatore di lira, capace di parlare agli animali, disceso nell’Ade per salvare la sposa Euridice, perduta per sempre sulla soglia tra la vita e la morte per via di un’umana debolezza: nel ricordo di lei la sua musica divina avrebbe risuonato in ogni dove, come voce del cosmo e della natura. L’imponente parete musiva domina la stanza, satura di luce cristallina, trovando nella figura-fulcro di Orfeo, circondato dalle fiere in ascolto, uno straordinario spettacolo sinestetico, poetico, letterario. La sala, a partire dala magnetica scena orfica, funziona come una macchina del tempo, capace di rapire lo sguardo e generare catene di suoni, racconti, visioni.
Spazio alla tecnologia immersiva, infine, con La Casa delle maschere, angolo in cui sono allestiti secondo fedeli proporzioni filologiche cinque pannelli decorativi parietali, strappati a fine Ottocento da un’antica abitazione di Solunto: è un seducente ciclo pittorico dedicato al culto di Dioniso, che richiama le decorazioni di Pompei ed Ercolano, qui completato e ravvivato cromaticamente da un dispositivo di realtà aumentata.
Salinas, un museo di tutti
“È questo un nuovo traguardo nel percorso di valorizzazione del patrimonio archeologico e culturale che custodiamo”, ha dichiarato il direttore, Giuseppe Parello, soffermandosi sulla volontà di coniugare “il rispetto per l’architettura storica del monumento, in continuo dialogo con il cuore pulsante della città contemporanea, e l’attenzione alla fruizione delle collezioni, rese protagoniste di un’esperienza di conoscenza coinvolgente e accessibile. In questa direzione – ha aggiunto – si inserisce anche il nostro progetto di ‘Design for All’, per un museo inclusivo, capace di accogliere ogni visitatore, indipendentemente da età, abilità, competenze linguistiche e capacità di concentrazione. Perché il Salinas sia sempre più un luogo di meraviglia, dialogo e di cultura, aperto a tutti”. Apertura, la parola chiave, la parola amuleto: agognata, immaginata, ripetuta ed invocata, immaginando da lontano decine di stanze dell’attesa, trasformate in depositi temporanei, in cantieri ostinati, in spazi di silenzio, di studio o di assenza, fra cataste di giorni persi, inseguiti, dilatati, esasperati, rimessi poi in ordine e a regime. Fino all’odierna meta che sa di comunità, di identità composite, di appartenenza generosa, nonostante l’irragionevole unicità – tutta siciliana – di certi progetti ultradecennali che si destano, che si svelano, quasi fossero nati ieri; forse invecchiati, appesantiti da qualche polemica di troppo, ma in casi come questo nutriti di un surplus di conoscenza e di bellezza che è quasi commozione, che è promessa di radici future e magari speranza di nuovi traguardi, di progettualità ulteriori.
Helga Marsala
Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas
Piazza Olivella 1, Palermo
Orari: martedì-domenica, 9-19 (domenica fino alle 13.30)
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