In Campania 6 euro, a Bolzano 65: quanto pesa il divario degli investimenti in cultura (riflessioni sul Rapporto Istat)
L’Istat condensa nell’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile i dati registrati nel 2025 per leggere le tendenze e le disuguaglianze di benessere in Italia. Patrimonio culturale e paesaggio sono due leve importanti: ecco perché
C’è spazio anche per la cultura, in relazione alla fruizione che ne facciamo in Italia, nel consueto Rapporto annuale sul benessere equo e sostenibile stilato dall’Istat.
Cos’è il Rapporto sul benessere equo e sostenibile dell’Istat
Avviato nel 2010, il progetto punta infatti a monitorare la qualità della vita delle persone, oltre alla sostenibilità del progresso e alla distribuzione del benessere nella popolazione e sul territorio (nel complesso, si segnala nel lungo periodo un miglioramento del quadro generale, ma la mappa del benessere continua a confermare la spaccatura Centro-Nord/Sud Italia, con il Mezzogiorno segnato da livelli inferiori alla media nazionale). Prendendo in considerazione un set di 148 indicatori statistici, quindi, il Rapporto offre una lettura delle tendenze e delle disuguaglianze di benessere in diversi “campi di applicazione”, dal più ovvio – la salute – all’istruzione, dalla sicurezza alla qualità dei servizi. Con un focus dedicato al paesaggio e al patrimonio culturale.
Anche la cultura è benessere: in Italia cresce la fruizione museale
L’edizione 2026 del Rapporto, riferita al 2025, racconta di una crescita evidente di visitatori nei musei, siti archeologici e monumenti aperti al pubblico dislocati sul territorio nazionale (1,55 ogni 100 chilometri quadrati): rispetto al 2022, anno della ripresa post pandemia, il dato sale di un 30,5%. Ed è positivo anche il confronto con il 2019: rispetto alla frequentazione museale pre-covid oggi si rileva un +8,4% di visitatori. Ma scomponendo il dato, è interessante notare come il turismo culturale si concentri ancora su pochi, grandi poli: l’indicatore di densità e rilevanza del patrimonio museale, che pesa le strutture in base al numero dei visitatori, mostra infatti una forte concentrazione nelle regioni che ospitano i maggiori poli del turismo culturale: Lazio, Campania e Toscana.
Quanto investono i Comuni in cultura
D’altro canto, e questo è un dato da leggersi in prospettiva rispetto alle potenzialità turistiche del Paese, aumenta la spesa dei Comuni per la cultura, anche se restano profonde disuguaglianze territoriali, con il valore minimo registrato in Campania e quello massimo nella Provincia autonoma di Bolzano (mentre capofila delle regioni a statuto ordinario è la Toscana).
Il verde storico come patrimonio culturale ed elemento di contrasto del degrado
E non bisogna sottovalutare il traino del patrimonio paesaggistico: il verde storico (ville, parchi e giardini di interesse artistico o storico e altre aree verdi tutelate dal Codice dei beni culturali e del paesaggio) rappresenta oltre il 10% del verde urbano nei capoluoghi italiani. Queste aree sono parte integrante del patrimonio culturale e contribuiscono in misura rilevante alla qualità degli ecosistemi urbani. Tutelarle e valorizzarle non è quindi solo un’opportunità in chiave turistica, ma anche un atto di responsabilità che dovrebbe orientare le politiche culturali urbane: se il Rapporto individua una percezione del degrado in lieve calo, questo non è valido per le aree metropolitane. Nel 2025, il 21,4% delle persone sopra i 14 anni esprime insoddisfazione per il paesaggio del luogo di vita, con un tasso di insoddisfazione che sale fino al 34,7% nei Comuni centrali e al 24,3% in quelli periferici (ancora una volta la Campania guida questa poco lusinghiera classifica, con insoddisfazione per il 35,3% di chi vi risiede).
In Italia aumenta la partecipazione culturale. Soprattutto tra i più giovani
Tornando sui dati che definiscono la partecipazione culturale, si può guardare con fiducia al futuro. Nel 2025, la quota di persone dai 6 anni in su che ha svolto almeno due attività di partecipazione culturale fuori dalle mura domestiche raggiunge il 40%, il valore più alto dal 2014. E i livelli più elevati si riscontrano proprio tra i più giovani. Stabile, invece, la lettura di libri e quotidiani, con una leggera flessione che affligge i quotidiani, mentre oggi come dieci anni fa, il 23% degli intervistati dichiara di leggere 4 o più libri nel corso dell’anno. Una tendenza che trova conferma nella fruizione delle biblioteche, tornata ai livelli pre-pandemia (ma non tra i giovani tra i 15-24 anni).
Livia Montagnoli
Consulta il Rapporto BES integrale
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati