Il design che fa bene alla mente. L’esperienza di MinD a Torino

Il design partecipativo come alleato alle tecniche di riabilitazione tradizionali: è l’approccio scelto dall’associazione MinD Mad In Design, che dal 2014 promuove l’empowerment e il reinserimento professionale dei pazienti psichiatrici attraverso la pratica progettuale.

Contatto fotoinserimento. Progetto guidato da Marco Marzini
Contatto fotoinserimento. Progetto guidato da Marco Marzini

Tra le emergenze diventate più evidenti nel corso del 2020 c’è senz’altro quella legata alla salute mentale. Da un lato, l’esperienza del confinamento ha permesso a molti di sperimentare una situazione di isolamento radicale mai provata, e magari di rendersi conto che prima della pandemia da Covid-19 c’erano già molte persone confinate loro malgrado, rinchiuse nelle loro case e nelle loro menti. Dall’altro, le restrizioni di questi mesi e l’incertezza verso il futuro hanno reso ancora più diffusa la sofferenza psichica. Secondo un dispaccio ANSA dello scorso ottobre, sarebbero 84 milioni ‒ una su sei ‒ le persone che soffrono di disturbi della mente in Europa. L’impatto della pandemia sulla salute mentale non è ancora del tutto quantificabile, ma il dato sembra destinato ad aumentare. Solo in Italia, si stimano nei prossimi mesi fino a 150.000 casi di depressione in più.

DESIGN PER CURARE IL DISAGIO PSICHICO

Nel trattamento del disagio psichico, anche il design può avere un ruolo importante, soprattutto per quanto riguarda tutte quelle pratiche che si rifanno all’approccio partecipativo e al co-design e che, come suggerito dal loro nome, riconoscono il bisogno di coinvolgere gli utenti nel processo di progettazione. Le persone sono viste come parte attiva, co-designer e co-ideatrici di soluzioni di design desiderabili, e il loro impegno ha risvolti positivi anche in termini di empowerment e crescita personale. A Torino, al Campus Lingotto, l’associazione MinD Mad in Design porta avanti un lavoro basato sul “fare insieme”, organizzando a cadenza annuale dei workshop tematici che riuniscono studenti universitari, utenti dei servizi di salute mentale sul territorio, educatori e infermieri, sotto la guida di designer professionisti. A lanciare il progetto sono state, nel 2014, due architette, Giulia Mezzalama e Sandra Poletto, e una psicologa, Elena Varini.
Ci siamo accorte che tra la cultura creativa e la salute mentale c’erano delle sinergie possibili, perché entrambe le pratiche aiutano e riconoscere competenze e risorse spesso latenti”, racconta ad Artribune Giulia Mezzalama, alla guida dell’associazione. “La progettazione, poi, è uno strumento di grande inclusione. Ci permette di abbattere lo stigma sociale che ancora pesa sui nostri utenti, che sono essenzialmente persone seguite per patologie psichiatriche, ma anche di immaginare e preparare un loro reinserimento professionale”. Lo sforzo nell’eliminare la barriera ideale tra i pazienti e gli altri, nella convinzione che, come ripeteva Franco Basaglia, “da vicino, nessuno è normale” è evidente anche nel documentario Human Shapes. Elementi di fragilità, girato dal regista Marco Da Re e realizzato in collaborazione con CAMERA, il Centro Italiano per la Fotografia, per raccontare il lavoro dell’associazione. Seguendo i protagonisti in vari momenti della loro vita quotidiana e ascoltando i loro pensieri, in effetti, non è immediato capire chi sia l’utente e chi l’operatore che lo accompagna. Per quanto riguarda il reinserimento nel mondo del lavoro, invece, una success story tra tante è quella di Riccardo, che era arrivato a un passo dalla laurea in architettura prima che la sua patologia gli impedisse di proseguire e che, dopo aver vissuto per anni nei gruppi appartamento, strutture protette per persone in difficoltà, è riuscito a inserirsi nello studio di interior design Marcante Testa. “Fare l’architetto è un ansiolitico potentissimo”, ha dichiarato al Corriere della Sera, che lo ha intervistato due anni fa. La sua emotività, che spesso gli aveva creato dei problemi nella vita, si è rivelata una risorsa importante nel lavoro creativo.

Osmonauti. Progetto guidato da Astrid Luglio
Osmonauti. Progetto guidato da Astrid Luglio

COME FUNZIONA MIND MAD IN DESIGN

I designer coinvolti nel progetto guidano dei team di progettazione multidisciplinari, che lavorano su diversi aspetti del tema prescelto. Quest’anno, per esempio, nell’ultima edizione del workshop che per colpa della pandemia si è dovuta svolgere interamente online, all’interno del tema generale “Prendersi cura” Astrid Luglio si è concentrata sull’olfatto e ha guidato i partecipanti nella creazione di una loro personalissima geografia olfattiva, basata sulle esperienze quotidiane e sui ricordi d’infanzia. “Un lavoro eccezionale che è stato anche un antidoto all’odore del luogo di cura, spesso sgradevole”, spiega Giulia Mezzalama.
Il punto di arrivo è solitamente un concept di progetto, qualche volta un prototipo non industriale, costruito con mezzi artigianali. “Nel 2018 abbiamo lavorato con Daniele Lago e la sua azienda sul tema del tavolo, che aveva una valenza simbolica importante perché è il luogo della convivialità e della condivisione. Questa collaborazione non ha avuto come esito un prodotto perché non siamo strutturati per farlo, però ne sono usciti diversi spunti interessanti”.

I PROGETTI DI MIND MAD IN DESIGN

Contatto, un complemento d’arredo realizzato sotto la guida del designer Marco Marzini, è una sorta di sfera morbida che si appoggia al tavolo e lo trasforma in un luogo di relazione empatica, cui appoggiarsi per una coccola o un abbraccio. “L’idea viene da un utente, che ha raccontato al gruppo la sua abitudine di appoggiare la testa sul tavolo per scaricare la tensione nei momenti difficili”, spiega ancora la presidente di MinD. Sesto Piano, ideato dal gruppo diretto da Lorenza Branzi, designer e docente della NABA, è una struttura multifunzionale in legno composta da sei piani sospesi che sfrutta lo scorrimento verticale per creare ambientazioni sempre nuove all’interno di una stanza seguendo le diverse esigenze degli utenti e permettendo loro di “appropriarsi” di volta in volta dello spazio comune. Altri oggetti di dimensioni più contenute, realizzati in collaborazione con i fablab della zona con tecniche come la stampa digitale, sono stati portati nelle strutture e vengono usati nella pratica riabilitativa.
Tra i progetti in corso c’è ARIA (il nome è una crasi di Architettura e RIAbilitazione), un percorso di co-progettazione inclusiva per ripensare il reparto di psichiatria dell’Ospedale Santa Croce di Moncalieri che arriverà a compimento nel 2021. “A differenza di quanto avviene nella maggior parte dei progetti basati sull’umanizzazione degli spazi di cura, interveniamo non alla scala architettonica ma a quella dell’interior design. È un aspetto di solito sottovalutato, ma importantissimo nel restituire una sensazione di calore, di umanità”.

Giulia Marani

https://www.madindesign.com/

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.