Gli “artigiani digitali” hanno risposto alla chiamata degli ospedali mettendo a disposizione il loro savoir faire e la loro esperienza nel co-design. Dall’esempio di Isinnova nel bresciano alle molte iniziative sparse sul territorio, ecco come energie di solito impiegate in ambiti diversi si sono messe in moto per un fine comune.

Non sono certo figure nuove, ma in questo momento di emergenza si sono guadagnati un ruolo di primo piano grazie a un approccio basato sull’uso di tecnologie diffuse e a basso costo e sulla progettazione partecipata, cioè sulla condivisione di informazioni e buone pratiche.
In prima linea nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, il circuito dei maker ‒ o “artigiani digitali”, etichetta sotto la quale si possono raccogliere tutte quelle persone, non necessariamente designer di professione, che si avvalgono di strumenti come la stampa 3D e i software open source per produrre artefatti in proprio e si scambiano conoscenze grazie alla rete, oppure a ritrovi fisici come i Fab Lab ‒ ha dato un importante contributo nella realizzazione, praticamente “on demand” e in tempi brevissimi, di dispositivi medici dei quali c’era carenza, dalle mascherine alle valvole per i respiratori, recuperando una parte delle capacità di produzione bloccate per via della chiusura delle fabbriche o disperse altrove a causa della globalizzazione. Ed esprimendo una vocazione sociale che era già ben radicata nel movimento: tra i tanti progetti presentati ogni anno nelle fiere di settore, per esempio alla Maker Faire di Roma, un numero considerevole riguarda il miglioramento della qualità della vita di persone che si trovano in difficoltà, il sostegno a territori in guerra o la disabilità.

LE VALVOLE PER RESPIRATORI STAMPATE IN 3D

La prima di queste storie di autoproduzione, diventata virale sui social, riguarda la “valvola Charlotte” per la ventilazione assistita realizzata dalla startup bresciana Isinnova per l’ospedale di Chiari, nel bresciano. Come in altre zone molto colpite dal COVID-19, a Chiari i dispositivi sanitari per la terapia intensiva non bastavano e la filiera produttiva tradizionale non riusciva a supplire alla carenza. In particolare, stavano finendo le valvole Venturi per i respiratori di rianimazione e il fornitore non poteva procurarne altre in tempi ragionevolmente brevi. Attraverso la direttrice del Giornale di Brescia e il fondatore del laboratorio di fabbricazione digitale The FabLab, Massimo Temporelli, il direttore dell’ospedale, si è messo in contatto con Christian Fracassi, ingegnere e fondatore di Isinnova, che a titolo gratuito ha riprodotto il pezzo con un’operazione di reverse engineering (dal pezzo finito al file 3D). Qualche giorno dopo, Fracassi è stato contattato da un primario in pensione, Renato Favero, che gli ha sottoposto un’idea: trasformare una maschera da snorkeling caratterizzata da un grande facciale, già in commercio e prodotta da una nota multinazionale francese, in una maschera C-PAP per terapia sub-intensiva. In poco tempo, ottenuto il disegno CAD della maschera dall’azienda produttrice, Isinnova ha disegnato e stampato in 3D il nuovo componente per il raccordo del respiratore, la valvola battezzata “Charlotte”. Da Brescia, l’ondata di partecipazione si è propagata nel resto del Paese, e un po’ ovunque sono nate iniziative simili, su scale differenti e spesso dal basso. Energie impegnate in mondi diversi, dalla nautica alla subacquea alla prevenzione degli incendi, si sono messe in moto a beneficio di ospedali e territori. Maschere nate per osservare i fondali o per proteggere alcune categorie di lavoratori, opportunamente hackerate, sono diventate dispositivi sanitari da utilizzare in extrema ratio. Vi raccontiamo due di queste storie minime, di provincia.

5 Terre Academy e Superfici, maschere finite
5 Terre Academy e Superfici, maschere finite

IN LIGURIA UN AIUTO DAL MONDO DEI SUB

In un angolo di Liguria di Levante raramente agli onori della cronaca, se non per i grandi flussi turistici, un’associazione di volontariato ambientalista incentrata sulla subacquea e la preservazione dei fondali e una startup che lavora per la componentistica navale lavorano a braccetto per raccogliere le famose maschere da snorkeling, usate, sul territorio e trasformarle in respiratori oppure protezioni individuali. “I ragazzi di Superfici, con cui avevo già lavorato su un altro progetto, hanno raccolto la chiamata di Brescia per la stampa in 3D”, racconta Leonardo D’Imporzano di 5 Terre Academy. “Hanno realizzato una prima serie di valvole Charlotte e Dave [una diversa versione sviluppata sempre da Isinnova a partire dalla Charlotte, N.d.R.] da spedire là, poi è nata l’idea di organizzarci anche a livello territoriale coinvolgendo la mia associazione che poteva recuperare più facilmente le maschere. Siamo riusciti a recuperarne un certo numero da un diving e a trasformarle per poi fornirle agli ospedali della nostra zona, a La Spezia e a Sarzana, e a farle arrivare anche più lontano, ad Arezzo”. Poi si è passati a una vera e propria raccolta sul territorio, insieme ad alcune farmacie che si sono prestate come punto di raccolta. “In meno di una settimana abbiamo raccolto quasi cento maschere, stiamo vedendo tanta solidarietà”. Questo passaggio è stato determinante perché si tratta oggetti pensati per il leisure, tipicamente in possesso dei privati piuttosto che dei diving, che usano invece attrezzature più professionali. “Queste maschere con un facciale grande non sono ideali per la subacquea”, spiega ancora D’Imporzano. “Era un progetto innovativo ma con degli errori. Però si sono rivelate perfette per uno scopo diverso, che non era quello preventivato da chi le ha progettate”. Oltre alle maschere, che comunque rimangono un presidio da usare in situazioni di assoluta emergenza, alle quali, per fortuna, gli ospedali liguri non sono ancora arrivati, i ragazzi di Superfici e 5 Terre Academy hanno studiato anche un kit che consente di collegarle a filtri ffp2 e ffp3, e quindi di usarle come dispositivi di protezione personale, e degli “scudi” di protezione in acetato di cellulosa per le persone più esposte al contagio, dai sanitari impegnati nei reparti COVID ai medici e pediatri di base e ai farmacisti. “Abbiamo sfruttato canali già attivati in passato, tutta quella serie di connessioni che ognuno di noi ha e che in Italia siamo sempre molto bravi a mettere a sistema. Con Superfici, e con un’azienda di ottica che ci aiuterà a velocizzare la produzione degli scudi di protezione, avevamo già lavorato al progetto dei SeaGlasses”. Occhiali da sole realizzati secondo un principio di economia circolare e a chilometro zero, riciclando rifiuti plastici trovati in mare. “Quando si tira via la plastica dal mare va a finire in discarica e lì rimane, non diventa risorsa. Per questo abbiamo voluto trasformarla in qualcosa di pratico, che tutti usiamo”. Intanto, non lontano dalle Cinque Terre, anche la Mares di Rapallo sta convertendo le proprie maschere in ventilatori C-PAP grazie a collettori stampati in 3D.

Giannella, valvola
Giannella, valvola

DA RAVENNA IL RACCORDO PER TRASFORMARE MASCHERE ANTIGAS IN VENTILATORI

Il progetto di Isinnova ha ispirato anche un giovane tecnico antincendio di Ravenna. Ottavio Giannella ha ideato un raccordo che collega comuni maschere antigas da lavoro, dispositivi che in questo periodo sono più facili da trovare di quelli biomedicali, a ventilatori polmonari. “Ho a che fare tutti i giorni con dispositivi di protezione individuale”, ha spiegato Giannella.
Da qui nasce l’idea di creare un adattatore per le maschere antigas con filtro a vite, compatibili con lo standard RD40, per poter ampliare, qualora fosse necessario, le possibilità e le dotazioni degli ospedali”. Per sviluppare l’idea ha coinvolto un ingegnere informatico, Davide Necchi, e un tecnico informatico, Gianpaolo Missiroli, che si sono occupati della realizzazione del disegno e della progettazione dell’adattatore per la stampa 3D. Il progetto è senza scopo di lucro ed è open source: i file di stampa e le istruzioni di montaggio sono disponibili gratuitamente sul web. “Offro gratis la mia idea a gruppi di ricerca e ospedali, ma i collaudi e le certificazioni spettano agli organi competenti”, ha spiegato il giovane ravennate nei giorni scorsi. La speranza è, comunque, che i nuovi contagi continuino a calare e che questi dispostivi, pensati per situazioni di assoluta emergenza, non siano necessari.

Giulia Marani

https://www.isinnova.it/
www.cinqueterreacademy.com
https://aurorard40.soprit.it/

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.