Come si crea un profumo d’autore? Maria Candida Gentile prova a spiegarci

La profumeria d’autore è un mondo tutto da scoprire. Ce lo racconta il naso Maria Candida Gentile in questa intervista in cui ci accompagna per mano in un settore che è una vera e propria arte

Maria Candida Gentile è uno dei più celebri e apprezzati nasi internazionali, capace di condurre la profumeria d’autore oltre il perimetro del semplice “prodotto”, avvicinandola alla ricerca artistica e alla cultura della percezione. Nata a Sarzana e cresciuta tra Liguria e Valle d’Aosta, entra fin da bambina in contatto con figure legate alla tradizione botanica ed erboristica, in grado di riconoscere erbe officinali, fiori, resine e specie aromatiche, le loro proprietà, il loro potere simbolico e terapeutico. Da lì deriva una familiarità con le materie prime naturali, che resterà centrale nel suo percorso. La formazione a Grasse, cuore storico della profumeria francese, le ha consegnato gli strumenti dell’analisi delle materie prime, della composizione e della costruzione della formula. Il profumo, nelle sue mani, attraversa metodo e rigore e diventa linguaggio creativo, capace di attivare memoria e immaginazione, tenendo insieme rigore compositivo, sensibilità botanica e tensione narrativa. Questa vocazione l’ha portata a dialogare con l’arte contemporanea. Infatti, con alcuni artisti, come Luca Vitone, ha realizzato opere olfattive in cui l’odore diventa dispositivo percettivo per affrontare temi complessi. Accanto alla creazione di fragranze, Maria Candida Gentile conduce laboratori in cui l’olfatto diventa mezzo di esplorazione personale e collettiva. L’abbiamo intervistata per scoprire il suo mondo.

Ritratto di Maria Candida Gentile
Ritratto di Maria Candida Gentile

Intervista a Maria Candida Gentile

Lei è nata in un territorio di confine e fin da bambina è entrata in contatto con saperi botanici ed erboristici. Quanto questa educazione sensibile alla natura ha inciso sul suo modo di intendere il profumo?
Ha inciso moltissimo, direi in modo fondante. Sono nata in un territorio in cui la natura non era un’idea astratta, ma una presenza quotidiana: le erbe, le resine, i fiori, le cortecce, gli odori della terra, del mare, della montagna. Fin da bambina ho incontrato persone che conoscevano le piante non solo per il loro profumo, ma per il loro valore, per le loro proprietà, per la loro forza simbolica e terapeutica. Questo mi ha insegnato che una materia naturale non è mai soltanto un ingrediente, ma memoria, storia e vibrazione. Credo che da lì nasca il mio modo di intendere il profumo come linguaggio vivo, legato alla natura, alla percezione, al corpo e alla memoria.

La formazione a Grasse le ha dato metodo, disciplina, tecnica, grammatica della composizione. Il suo percorso, però, sembra spostare il profumo da una zona meramente funzionale a una più percettiva ed emotiva. Quando ha capito che una formula poteva smettere di essere solo un’architettura olfattiva e diventare una forma di pensiero creativo?
L’ho capito nel tempo, lavorando sulla materia prima e ascoltando quello che mi restituiva. A Grasse ho imparato la disciplina, la costruzione, la grammatica della formula. È stato fondamentale, perché senza tecnica non esiste vera libertà. Ma a un certo punto ho sentito che la formula non poteva restare solo un esercizio di equilibrio e doveva diventare un modo di pensare, una struttura capace di contenere un’emozione, un’immagine, una memoria, persino un pensiero astratto. Per me un profumo diventa creativo quando apre una percezione. Quando chi lo annusa non sente solo delle note, ma entra in uno spazio interiore.

Il profumo secondo Maria Candida Gentile tra materie prime e storie

Da dove comincia davvero un suo profumo: da una materia prima, da una storia, da una temperatura emotiva?
Comincia quasi sempre da un’ispirazione che può essere un luogo, una persona, un’opera d’arte, una memoria, una luce, una forte emozione. Prima della formula c’è sempre un tempo di ascolto. Scrivo, raccolgo immagini, parole, impressioni. È come un diario, cerco di capire che cosa quel profumo deve dire, quale mondo deve aprire. Solo dopo arrivano le materie prime. Le scelgo, le ascolto, le metto in relazione. La formula nasce lentamente, attraverso prove, intuizioni e successive correzioni. Non parto mai dall’idea di fare semplicemente un profumo piacevole. Cerco una necessità, un’anima.

Quali materie prime utilizza?
Le materie prime a cui sono più legata sono il cisto labdano, l’elicriso e il sandalo, ma sempre usati in modo molto gentile, mai invadente. Amo anche la viola assoluta, la foglia di viola, la tuberosa e l’osmanto. Sono materie che hanno una profondità particolare, una vibrazione sottile e una capacità di aprire immagini e memorie. Ritengo che queste note debbano essere trattate con misura, perché la bellezza di una materia naturale sta nel modo in cui dialoga con le altre. Per me la scelta delle materie prime naturali è anche fisica e percettiva. Le note sintetiche non mi appartengono. Mi danno fastidio, mi disturbano, a volte mi innervosiscono proprio fisicamente. Le sento come qualcosa che distorce la percezione. Per questo ho scelto di lavorare con materie prime naturali: perché hanno una complessità e una qualità vitale che la sintesi non può sostituire.

La profumeria intercetta ricordi, a volte in modo nostalgico e consolatorio. Ci sono odori che, invece, la aiutano a dimenticare o ad allentare la pressione di certe memorie?
Sì, credo che alcuni odori non servano solo a ricordare, ma anche ad alleggerire. Non cancellano una memoria, ma possono trasformarne il peso, renderla meno dura, aprire uno spazio più respirabile. Per me l’elicriso, con il suo odore solare, asciutto, quasi di macchia mediterranea, mi riporta al mare, all’estate, a una parte luminosa dell’infanzia. Poi ci sono la rosa e la magnolia: odori che aprono in me una parte più tenera, più luminosa, quasi infantile; odori che hanno saputo trasformarsi nel tempo. Ricordo la magnolia della mia infanzia, l’altalena tra le sue foglie, quella sensazione di stare sospesa dentro il verde e dentro quell’odore narcotico. In quei momenti la magnolia mi veniva in soccorso e proteggeva qualcosa di puro che sentivo dentro, anche se intorno a me, da bambina, non tutto era semplice. Io ero Maria Candida che volava tra le foglie dell’immensa magnolia. E forse proprio per questo oggi quell’odore non rappresenta più soltanto una memoria difficile, ma si è trasformato in qualcosa di piacevole, perché mi ricorda una possibilità di salvezza. L’olfatto ha questa forza: può riportare indietro, ma può anche spostare la memoria, darle un’altra luce. Un odore può diventare un ponte tra ciò che è la realtà e la ricerca di pace.

Il profumo oggi tra arte contemporanea e mercato

Qual è la creazione olfattiva in cui si è concessa più libertà creativa?
Forse più che una sola creazione, direi che mi sono concessa molta libertà quando ho lavorato a progetti olfattivi legati all’arte contemporanea. In quei casi il profumo può diventare una soglia, un dispositivo percettivo. Può anche disturbare, interrogare, aprire una domanda. Penso a tutte le opere che ho creato con Luca Vitone e Pamela Rosenkranz o ad altre esperienze in cui l’odore è entrato nello spazio dell’arte. Lì ho potuto usare il profumo non come oggetto da indossare, ma come linguaggio per evocare luoghi, memorie, assenze, tensioni. È una libertà diversa, molto profonda, perché il profumo non deve compiacere: deve far percepire.

Oggi il profumo viene spesso valutato attraverso performance, proiezione, durata e riconoscibilità immediata. In un mercato così veloce, orientato da tendenze, creator e aspettative sempre più codificate, come si colloca il suo lavoro? Una fragranza deve intercettare il gusto del presente, anticiparlo, oppure può ancora permettersi di spostarlo, creando un desiderio che prima non c’era?
Io credo che un profumo possa ancora creare un desiderio che prima non c’era. Anzi, credo che sia una delle sue possibilità più alte. Oggi si parla moltissimo di performance, durata, scia, riconoscibilità immediata. Ma per me questi non possono essere gli unici criteri. Un profumo non è soltanto qualcosa che deve “farsi sentire” a tutti i costi: deve avere una profondità, una costruzione. Il mio lavoro non nasce per seguire una tendenza. Nasce da una ricerca personale, dalla materia naturale, dalla memoria, dall’arte e anche dalla tecnica. Naturalmente un profumo vive nel presente, ma non deve per forza obbedire al presente. A volte il compito di una fragranza è proprio spostare il gusto, educare la percezione, aprire una possibilità nuova.

Il sistema della profumeria vive una contraddizione forte. Da una parte la retorica dell’autenticità, dall’altra un mercato accelerato da lanci incessanti, limited drop, dupe, algoritmi e recensioni lampo. Come si protegge il tempo lento della creazione quando intorno tutto chiede velocità, riconoscibilità e contenuto condivisibile?
Si protegge con una scelta, anche molto faticosa: non cedere completamente alla velocità. Il profumo ha bisogno di tempo. Ha bisogno di prove, di macerazione, di distanza, di ritorni. Una formula deve evolversi, rivelarsi. Non si può ridurre a un contenuto immediato o a una risposta rapida al mercato. Io cerco di restare fedele a questo tempo lento. Non sempre è facile, perché oggi tutto richiede presenza continua, novità. Ma la creazione vera ha un altro ritmo e, per me, proteggere il tempo del profumo significa proteggere anche la sua verità. Una fragranza nata troppo in fretta rischia di non avere radici.

Ha collaborato con diversi artisti contemporanei, portando l’odore dentro lo spazio dell’opera d’arte. Quando una fragranza diventa qualcosa di più di un profumo: quando modifica la percezione dello spazio, quando riattiva una memoria collettiva o costringe chi annusa a prendere posizione?
Una fragranza diventa qualcosa di più di un profumo quando smette di essere solo un prodotto da consumare e diventa esperienza. Nello spazio dell’arte l’odore può modificare la percezione, rendere visibile l’invisibile, far emergere una memoria collettiva, creare disagio, nostalgia, riconoscimento, spaesamento. L’odore arriva prima del pensiero razionale. Per questo può essere molto potente dentro un’opera: non spiega, ma fa sentire. Quando una fragranza costringe chi annusa a interrogarsi, a prendere posizione, a ricordare o a percepire diversamente uno spazio, allora non è più soltanto profumo. Diventa materia dell’opera d’arte, una presenza invisibile, ma attiva.

Federica Bianconi

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Federica Bianconi

Federica Bianconi

Federica Bianconi è architetto, curatore e critico d’arte. Si è laureata in Architettura presso lo IUAV di Venezia e ha frequentato il Master in Management per Curatori di Musei di Arte e Architettura Contemporanea presso il MACRO di Roma nel…

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