In mostra ai Chiostri di San Pietro a Reggio Emilia, nell’ambito della nuova edizione di Fotografia Europea, Chloé Jafé è autrice di un progetto che dà voce a un controverso aspetto della società giapponese. L’abbiamo intervistata

Sto sudando. Fa davvero caldo e fotografo da stamattina presto” ‒ scrive Chloé Jafé (Lione, 1984) mentre si trova ad Asakusa, nel maggio 2014, durante il lungo soggiorno a Tokyo.
È l’ultimo giorno del Sanja matsuri. L’evento è noto perché è l’unica occasione per gli yakuza di mostrare i loro tatuaggi. Ho incontrato persone interessanti ma nessun contatto reale. Mi sono persa nei vicoli. Decido di prendermi una pausa e di sedermi sul marciapiede. Al calare del sole, lui si avvicina a me indossando un kimono, circondato da due guardie del corpo. Non sono sicura di chi sia finché non mi parla, invitandomi a bere una birra con lui. Ho appena incontrato il boss”. Quando scrive questi appunti la fotografa francese (si è formata all’École de Condé di Lione, proseguendo gli studi alla Central Saint Martins di Londra) è nel Sol Levante da circa due anni con l’idea di fotografare la presenza invisibile delle donne nel mondo degli yakuza. Le immagini del primo capitolo del suo racconto I give you my life (Inochi Azukemasu), vincitore nel 2017 del Talent Award ‒ la trilogia realizzata tra il 2013 e il 2019 include Okinawa mon amour e Osaka Ben ‒, sono esposte nei Chiostri di San Pietro, tra le mostre selezionate dal team curatoriale di Tim Clark e Walter Guadagnini, direttori artistici della XVII edizione di Fotografia Europea Un’invincibile estate, in corso fino al 12 giugno 2022.

Nel 2013 inizi il progetto I give you my life dopo essere arrivata in Giappone un anno prima.
Mi sono trasferita in Giappone nel 2012. È stato un lungo periodo di apprendimento, prima di tutto della lingua, della cultura ma anche semplicemente per capire dove ero atterrata. Il Giappone è così diverso da qualunque altro Paese! Era la terza volta che ci andavo, ma prima erano stati viaggi brevi.

Qual è stato il punto di partenza di questo progetto per niente facile da realizzare?
Non sono mai stata una fan dei manga, ero interessata al Giappone senza un motivo preciso. Però, dopo quei primi due viaggi, ero rimasta così affascinata che, tornata in Europa, cominciai a vedere film e ad avvicinarmi alla letteratura giapponese. Il tema della yakuza (organizzazione criminale a stampo mafioso, N.d.R.) è emerso subito. Non so perché, ma tutti amano i gangster! Iniziai anch’io a vedere film sull’argomento e mi capitò tra le mani il libro Yakuza Moon: Memoirs of a Gangster’s Daughter di Shoko Tendo (esiste anche l’edizione manga con le illustrazioni di Michiru Morikawa pubblicata nel 2011, N.d.R.) che è la storia vera della figlia di un boss yakuza. Un libro che mi ha letteralmente ossessionata, tanto che ho iniziato a fare delle ricerche. Ho visto anche la serie TV giapponese Gokudo no tsuma-tachi (The Yakuza Wives), anche se si percepiva che fosse tutto un po’ romanzato perché c’erano kimono e combattimenti con le spade.

Che cosa accadde dopo?
Pensai che dovevo andare avanti. Dovevo conoscere le donne yakuza, capire chi sono. Il mondo yakuza è maschile, per esserne membro devi essere uomo. Ufficialmente non c’è alcuna donna che lo sia. Naturalmente ci sono donne che vi sono legate a vari livelli, sentimentalmente o perché lavorano in quell’ambito. Volevo cogliere quello che è presente al di là dell’apparenza. C’è una frase nota che dice che dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna ed è quello che effettivamente ho trovato anch’io. Il progetto è nato così, con quest’idea un po’ pazza di incontrare le donne della mafia, senza però ‒ onestamente ‒ che avessi una vera preparazione e sapessi effettivamente cosa avrei trovato. Niente di quello che avevo visto fino a quel momento era reale.

Chloé Jafé, Reggio Emilia, 30 aprile 2022. Photo Manuela De Leonardis
Chloé Jafé, Reggio Emilia, 30 aprile 2022. Photo Manuela De Leonardis

LA FOTOGRAFIA DI CHLOÉ JAFÉ E IL GIAPPONE

I bar di Tokyo sono stati la chiave d’accesso al mondo reale.
Fondamentalmente ho iniziato a sentirmi più a mio agio con la lingua e a socializzare con il Red-Light District di Tokyo per cercare contatti e persone, chiunque o qualunque informazione che mi portasse in quella direzione. Ma era una via troppo lunga e richiedeva troppo alcool, che fosse sake o shōchū. Devo riconoscere che i primi due anni sono stati alquanto deprimenti, ma sapevo che dovevo credere in me. Avevo chiaramente in mente l’immagine che cercavo, ma dovevo trovare la giusta situazione. Quando è arrivato il momento le persone hanno creduto in me, sapendo il motivo per cui volevo realizzare quelle foto. In questo lavoro il mio approccio è stato molto personale, per farlo dovevo essere coinvolta.

Il lavoro si è sviluppato per capitoli.
Esattamente. Il primo capitolo è I give you my life (Inochi Azukemasu): le donne e la mafia. Il secondo si chiama Okinawa mon amour e non è esattamente legato alla mafia, ma ugualmente molto personale. Okinawa è un’isola bellissima che non è molto conosciuta dagli europei. Ha una lunga storia di cui ancora deve essere detto tanto. L’ultimo capitolo, Osaka Ben, è dedicato al mio incontro con Jiro. Solitamente quando inizio un progetto è perché c’è qualcosa che mi chiama, poi è tutto uno scambio, un mescolamento di cose. Devo, comunque, essere sempre coinvolta nella storia che sto raccontando. Penso che la fotografia sia un modo per entrare e uscire dalle cose che ci attraggono e di cui vogliamo parlare. È la chiave per aprire la porta e poi chiuderla. Solitamente mi sforzo perché la storia è spesso sfuocata e non ci sono linee di confine. Ci sono volte in cui non so se mi sto divertendo, sto lavorando, fotografando o sono in difficoltà… tutto è mescolato.

Hai fatto riferimento al tuo immaginario giapponese attraverso la cinematografia e la letteratura. Invece per quanto riguarda la fotografia?
All’epoca la mia conoscenza della fotografia giapponese era minima, ma avevo una certa fascinazione per il lavoro di Araki che, certamente, è stato per me d’ispirazione.

Chloé Jafé, I give you my life © Chloé Jafé. Courtesy Fotografia Europea
Chloé Jafé, I give you my life © Chloé Jafé. Courtesy Fotografia Europea

IL PROGETTO I GIVE YOU MY LIFE

I give you my life è costituito da fotografie in bianco e nero che attraversano generi diversi, dal ritratto al reportage, in dialogo con altre in cui intervieni attraverso la pittura e i glitter.
Sono modi diversi in cui cerco di esprimermi. Ho studiato fotografia con il banco ottico, ma dalla fotografia analogica sono passata presto a quella digitale. Amo ancora la fotografia tradizionale, ma non sempre è adatta al progetto e poi, onestamente, è parecchio costosa. Ho trovato un compromesso tra queste due tecniche, montando su una fotocamera digitale gli obiettivi analogici che sono alquanto pesanti e richiedono più tempo per scattare una fotografia. Nel progetto sugli yakuza c’erano momenti che non volevo perdere, per cui dovevo necessariamente trovare un modo per scattare velocemente. In questi casi ho usato una pocket camera. Penso che nel modo in cui si raccontano storie abbia senso la lentezza della posa, oppure certe volte la velocità, la sfocatura, il movimento… è qualcosa di vivo. Fin dall’inizio, nel mio lavoro, volevo catturare i molteplici livelli, per questo ho usato diversi apparecchi e certe volte sono intervenuta con la pittura. Solitamente fotografo in bianco e nero. Tutto dipende dalla relazione che si ha con la realtà e il bianco e nero esprime un sentimento diverso nei suoi confronti. Il colore o il glitter danno un’altra dimensione all’immagine e sono un altro modo per giocare con l’osservatore, che può avere altri sentimenti, può esserne respinto o sedotto.

Il senso della bellezza attraversa tutte le immagini.
La fotografia parla di amore! Amo ogni donna e in generale tutte le persone che fotografo, sono la loro prima fan. Yumi, in particolare, che è la guardia del corpo della moglie del boss, è diventata la mia sorella giapponese. Questa donna incredibile ha avuto diverse vite. Si potrebbe fare un film sulla sua vita! Siamo diventate molto amiche anche se ha quasi l’età di mia madre. È interessante cogliere sia le diversità delle persone che le similitudini. Questo progetto parla anche del mio essere donna che guarda altre donne.

Personalmente sono affascinata dai tatuaggi sul corpo delle donne che hai fotografato. Alcuni s’ispirano alla tradizione dell’ukiyoe.
Anche se li ritenevo bellissimi, all’inizio del progetto non ero esattamente una fan dei tatuaggi. Li consideravo solo elementi visuali che non potevo escludere. In Giappone sono segni distintivi della relazione dell’individuo con la mafia. Lentamente la società giapponese sta cambiando, ma è ancora un tabù avere i tatuaggi: non si può andare in palestra o nei bagni pubblici. Certamente, però, i tatuaggi sono legati alla storia dell’arte e alla religione shintoista. Ognuno ha un preciso significato simbolico, il drago, la carpa… Il tatuaggio per loro è come un’armatura.

C’è una foto in cui hai colto un momento di leggerezza, isolando i soggetti ritratti dal contesto della spiaggia.
L’ho scattata sulla spiaggia di Chiba, vicino a Tokyo, ma potrebbe sembrare il pianeta Marte! Era il giorno di Umi no Hi, in cui si festeggia il mare. Ho fotografato una famiglia di yakuza con i kobun (il “figlio” nella struttura gerarchica della yakuza al cui vertice c’è l’oyabun, N.d.R.) in un momento di spensieratezza. Non sto cercando di rendere glamour la mafia, non è questo il mio scopo. Il mio approccio personale non ha niente a che vedere con quello giornalistico o documentario. Non giudico questo o quello, cerco solo la relazione tra un essere umano e l’altro. So come la mafia giapponese sia coinvolta in diversi affari, incluso il traffico di uomini, ma non tutti gli yakuza sono dei terribili criminali. Nelle mie foto, anche per via dei tatuaggi, possono apparire sexy rimandando all’immaginario fantasioso che abbiamo di loro, un aspetto che non posso ignorare. Quando si parla di esseri umani non ci sono solo buoni o cattivi.

Manuela De Leonardis

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Manuela De Leonardis
Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente. Dal 1993 è iscritta all’Ordine dei giornalisti del Lazio e dal 2004 scrive di arti visive per le pagine culturali del manifesto e gli inserti Alias, Alias Domenica, ExtraTerrestre. Collabora anche con Il Fotografo, Exibart, art a part of cult(ure). Con la casa editrice Postcart ha pubblicato A tu per tu con i grandi fotografi - Vol. I (2011), A tu per tu con grandi fotografi e videoartisti - Vol. II (2012), A tu per tu con gli artisti che usano la fotografia - Vol. III (2013), A tu per tu. Fotografi a confronto - Vol. IV (2017). Tra gli altri libri di cui è autrice: CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente (Postcart 2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (alièno 2015), Il sangue delle donne. Tracce di rosso sul panno bianco (Postmedia 2019), Jack Sal. Chrom/A (Danilo Montanari Editore 2019).