In provincia di Viterbo, il borgo di Civita di Bagnoregio è al centro di una storia che accomuna numerose realtà italiane. Vittima dello spopolamento, si è trasformata in una meta del turismo mordi e fuggi. Ne abbiamo parlato con Giovanni Attili, autore di un libro sul tema.

1 milione di turisti l’anno a fronte di soli 11 abitanti stabili. Civita, paese minuto, arroccato nella Valle dei Calanchi, accanto a Bagnoregio, è ridotto a scenografia per un turismo mordi e fuggi da svolgersi spesso in una sola giornata. La sua storia è invece complessa e avvincente. Una storia da preservare e approfondire, come si evince dalla pubblicazione Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni di Giovanni Attili. Un libro stratificato ed eterogeneo, perché è un saggio ricco di citazioni, ma con alcuni tratti da romanzo, con interviste agli abitanti e ricerche d’archivio e delle splendide tavole illustrate, progettate da Attili con Francesco Rita.
Abbiamo incontrato il suo autore, docente di Urbanistica alla Sapienza di Roma, dove insegna Sviluppo sostenibile e Analisi dei sistemi urbani e territoriali. Con lui abbiamo discusso a lungo, approfondito la complessità dei temi che riguardano un piccolo borgo fragile nel centro della penisola ma la cui evoluzione è paradigmatica. E ha a che fare, come scrive Agamben nella prefazione, con la domanda “Che cosa significa abitare?”
Ma iniziamo dall’incipit: “Il destino di morte di Civita è l’anello di delimitazione della sua stessa vita”.
La catastrofe non arriva mai inattesa a Civita. Fa parte di un destino geomorfologico fatto di crolli e smottamenti in cui le creste delle argille si assottigliano, il profilo della rupe tufacea si modifica, il perimetro del borgo si assottiglia. È una natura mai domabile in cui la geologia acquisisce dei tratti molto umani. L’estrema fragilità di Civita, in fondo, richiama la fragilità delle nostre vite. Il suo paesaggio costantemente evolvente ci obbliga a confrontarci con la nostra finitudine. È quasi un confessionale. Puoi venirne respinto o entrarci in risonanza.

INTERVISTA A GIOVANNI ATTILI

Fino agli Anni Sessanta, come spieghi nella prima parte del tuo saggio, il destino della città è definito dal rapporto co-evolutivo tra la comunità locale e la fragilità di questo territorio. Sono gli abitanti di una terra madre e matrigna al contempo a prendersene cura con la loro operosità e caparbietà.
Gli Anni Sessanta rappresentano un momento di violenta discontinuità nella storia di questa terra. Sono gli anni in cui il destino del borgo si lega a quello di molte altre aree interne del nostro Paese segnate da uno spopolamento forzato. Sono gli anni in cui il processo di industrializzazione sgretola assetti socio-produttivi e obbliga i civitonici a lasciare quel suolo martoriato. Quest’abbandono, di fatto, acuisce la fragilità di Civita. Fino a quel momento, la comunità locale aveva svolto un ruolo fondamentale di presidio, mettendo al lavoro una conoscenza ordinaria e territorializzata, ma anche una capacità quotidiana di cura. I civitonici erano capaci di entrare in relazione con i sussulti della terra, trasformando e rigenerando costantemente il proprio spazio di vita. In questo senso, hanno dispiegato il potenziale racchiuso nell’idea stessa di progetto. Ossia di pro-jectum, l’azione di gettare in avanti ‒ verso il futuro ‒ l’esistenza.

Si può dire che l’abitante originario di Civita sia stato anche urbanista?
Forse un urbanista prima che l’urbanistica divenisse disciplina. Si tratta di un modo di fare città che era patrimonio collettivo.  Ogni più piccola azione trasformativa tesa a garantire la sopravvivenza del borgo era la sintesi di un sentire-in-comune e conservava ante litteram lo spirito più prezioso di un fare urbanistico straordinariamente indisciplinato, capace di costruire uno spazio che era al tempo stesso fisico, relazionale e simbolico.

Giovanni Attili – Civita senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, Macerata 2020)
Giovanni Attili – Civita senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, Macerata 2020)

L’ARCHITETTA ASTRA ZARINA E CIVITA

Nel 1963 si stabilisce a Civita l’architetta Astra Zarina, a cui dedichi un intero capitolo. Come scrivi, ogni sua azione è mossa da curiosità, ascolto e capacità di cura.
In controtendenza rispetto al processo di spopolamento, Civita viene riscoperta dall’esterno. Astra Zarina, architetta e docente lettone emigrata negli USA, è il motore di questa fase di ripopolamento del borgo. Astra è consapevole del rischio di una progressiva atrofizzazione sociale di Civita. Di fronte a questo possibile baratro, si mette in ascolto. Con estrema umiltà apprende le tecniche locali di costruzione e rende disponibili le sue competenze di architetto. Non solo. Invita i pochi abitanti rimasti a riprendere quel faticoso viaggio della restanza che si era dolorosamente interrotto anni prima. Si tratta di un obiettivo ambizioso, coltivato con audacia e in uno spirito di co-progettazione. Procede al restauro di molti immobili destinati al disfacimento. Recupera dal passato la forza propulsiva di riti e pratiche che rischiavano di addormentarsi nel c’era una volta. Le riattualizza, puntando sul senso giocoso dello stare insieme e di essere comunità. Costruisce anche una scuola residenziale che è stato uno straordinario incubatore di slanci e immaginazioni progettuali per Civita.

Ce ne parli?
Si chiamava Hilltowns Program ed è stata un’esperienza longeva e dirompente. Per circa trent’anni, nei mesi estivi, studenti di architettura e urbanistica provenienti da alcune università americane trovavano ospitalità nelle case dei civitonici. Seguivano lezioni e workshop ma imparavano soprattutto attraverso una pratica immersiva nella vita quotidiana della comunità. Il fare diventava uno spazio di apprendimento collettivo. Astra, in base alle loro specificità e alle loro passioni, li guidava nella scelta di progetti di ricerca che avrebbero dovuto sviluppare durante la loro permanenza. Sono stati studenti voraci, si sono occupati veramente di tutto: dall’impianto morfologico della città all’uso degli spazi pubblici, dall’analisi etnografica della comunità civitonica al dettaglio realizzativo dei mobili. Questi progetti si ponevano l’obiettivo di immaginare un futuro per Civita, di ricucire quel legame vitale e operoso che aveva da sempre unito Civita alle sue valli, di riattivare poeticamente questa terra. Purtroppo si tratta di un materiale prezioso che non è stato mai opportunamente valorizzato dai governanti del territorio.

La rivitalizzazione del borgo, con Astra Zarina, fa leva sulla progettualità e sulle potenzialità degli abitanti. Un lavoro denso di immaginazione politica. Non è forse ciò che manca in questo momento?
Astra è tuttora una presenza parlante per i civitonici, per me è stato un faro prezioso. In un momento in cui la storia sembrava condannare questo luogo a un processo di atrofizzazione radicale ed estremo, Astra è riuscita a terremotarne il destino, creando le condizioni affinché le rovine potessero trasformarsi in promesse gravide di futuro.  Con la complicità degli abitanti, Astra si è accostata alle ferite di questa terra per cucirle alla vita, per trasformare la morte in un luogo abitato. Lo ha fatto consegnando a Civita una nuova possibilità di esistenza. Oggi non c’è nulla di tutto ciò. Sono lontane quelle pratiche di cura, quella compassione esercitata politicamente, quell’intelligenza sociologica. Ciò che manca oggi è proprio l’immaginazione. Siamo sopraffatti da un pragmatismo incapace di prefigurazione. Abbiamo assunto come unico orizzonte possibile il violento fenomeno di overtourism che sta devastando il presente di Civita.

Giovanni Attili – Civita senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, Macerata 2020)
Giovanni Attili – Civita senza aggettivi e senza altre specificazioni (Quodlibet, Macerata 2020)

IL LIBRO DI GIOVANNI ATTILI

Nel libro scrivi che oggi assistiamo alla celebrazione di una forma storica, disancorata dalla vita, una città solo da guardare. La vera minaccia alla sopravvivenza del borgo, a tuo avviso, non viene più dal sottosuolo ma dalla trasformazione in città-cartolina.
A fronte di soli 10 abitanti stabili, prima della pandemia, Civita è stata visitata nel 2019 da 1 milione di turisti mordi e fuggi. È in corso un gigantesco processo di spettacolarizzazione del borgo che produce una banalizzazione del paesaggio, una mercificazione spinta di ogni ambito vitale, un’erosione degli spazi pubblici. Se prima la morte era l’orizzonte ultimo che caricava di senso una complessa relazione co-evolutiva tra uomo e ambiente, oggi la morte è divenuta l’ennesimo souvenir. Si è creato un turismo tanatoscopico, le persone accorrono per vedere lo spettacolo della fine. Ma quella fine è depolarizzata, non contiene più alcun trauma, è solo una effigie iconica da osservare e fotografare. Ciò che trionfa è un approccio predatorio e voyeuristico. Il processo di estetizzazione spinto alle estreme conseguenze, la celebrazione di una forma disancorata dalla vita che l’aveva prodotta finisce con il negare l’essenza stessa dell’abitare. Civita è diventata un museo a cielo aperto a cui si accede pagando un biglietto di ingresso. Un involucro vuoto e imbalsamato che mette in vendita se stesso. Un patrimonio che ha perso definitivamente la sua capacità di rigenerazione. Ecco perché nel libro mi domando: per quanto tempo una città può rivendersi senza rigenerare ciò che vende?

In che modo l’esperienza di Civita ci può insegnare qualcosa?
Se letta correttamente, può insegnarci qualcosa in negativo. Parlando di Civita e della perdita della capacità di abitare tipica delle zone devastate dall’overtourism, il libro vuole essere anche un monito per tutte quelle realtà che scommettono in maniera frettolosa su un rilancio economico basato esclusivamente sulla monocoltura turistica. La mia posizione non è ideologicamente contro il turismo, che è stato comunque in grado di risvegliare una economia locale. Il problema si pone quando non ci sono altre dimensioni produttive e vitali, quando tutta l’economia si regge su forme di estrattivismo, quando la dimensione monocolturale diventa prevalente. La pandemia, in questo, ci ha forse insegnato qualcosa: la monocoltura turistica produce fragilità. L’iper-specializzazione funzionale di un sistema rende quello stesso sistema estremamente rigido e a rischio di rottura. Senza ridondanza e senza riserve di vitalità socio-economica, basta una perturbazione esterna per far collassare tutto.

A gennaio, Civita è stata candidata per l’iscrizione alla lista del Patrimonio Unesco. È una opportunità di rinascita? 
A mio avviso, è una candidatura molto scivolosa che presenta dei rischi sottovalutati da chi si occupa del governo di questo territorio. Il più grande è quello di trasformare questa candidatura nell’ennesimo strumento di marketing territoriale per accendere la desiderabilità e per attrarre ancora più turisti. L’amministrazione locale ha fatto dell’iper-visibilizzazione del borgo il proprio mantra e la propria ossessione.  Secondo me ci sarebbe invece bisogno di politiche di de-visibilizzazione e di de-monumentalizzazione. La candidatura Unesco, come scrive Marco D’Eramo, è un urbanicidio perché contribuisce a un dispiegamento violento di tutte le potenzialità estrattive dell’industria turistica.

Emilia Giorgi

Giovanni Attili – Civita senza aggettivi e senza altre specificazioni
Quodlibet, Macerata 2020
Pagg. 400, € 32
ISBN 9788822904744
www.quodlibet.it

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Emilia Giorgi
Emilia Giorgi (Roma, 1977) è critica e curatrice di arti visive e architettura contemporanee. Dal 2002 al 2009 collabora con il MiBACT, tra le altre attività alla definizione del programma culturale del museo MAXXI di Roma, dove poi lavora dal 2010 al 2012. Come curatrice indipendente ha collaborato tra gli altri con La Triennale di Milano, la Fondazione Feltrinelli, il Centro Pecci di Prato, l’Istituto Centrale per la Grafica, la Fondazione VOLUME!, la Fondazione Pastificio Cerere (Roma). Nel 2015 cura la sezione Cut and Paste del Padiglione Italiano (diretto da Cino Zucchi) della Biennale di Architettura di Venezia. Autrice di numerosi saggi e pubblicazioni, scrive per le principali testate italiane, come Il Manifesto, Artribune, Flash Art, Domus, Abitare, Icon Design. Il suo libro più recente è "Giorni come stanze. Riappropriarsi della città" (Libria, 2020). Fa parte del direttivo dell’IN/ARCH Lazio.