Alighiero Boetti e Felice d’Alfonso. Storia dell’artista e del suo avvocato

Si conobbero tanti anni fa Alighiero Boetti e Felice d’Alfonso del Sordo. Oggi è passato quasi un trentennio dalla morte del grande artista e l’avvocato ‒ il suo avvocato ‒ ci consegna qualche ricordo personale e inedito sul loro rapporto.

Felice d’Alfonso del Sordo e Alighiero Boetti. Courtesy Felice d’Alfonso del Sordo
Felice d’Alfonso del Sordo e Alighiero Boetti. Courtesy Felice d’Alfonso del Sordo

Lo conobbi quando ero “giovane di studio”. Eravamo dall’avvocato che lo assisteva in una vicenda. Un incontro professionale formale, ma già comunque iniziatico del magnetismo tipico esercitato da Boetti. Succede poi che la sera stessa, dopo aver suonato il campanello della casa di amici dai quali ero invitato, mi aprì la porta proprio lui, Alighiero, che si trovava a poca distanza dall’uscio e considerò gentile far entrare chi bussava senza aspettare che qualcuno rispondesse al citofono.

TRA AMICIZIA E RAPPORTO DI LAVORO

Riconoscendoci scoppiammo a ridere, senza parole. Questa risata però era l’inizio del nostro rapporto che sarebbe durato fino agli ultimi suoi giorni. Esattamente il giorno seguente decise che io sarei diventato il suo avvocato. Ero giovane e implume ma mi affidò immediatamente un incarico di enorme responsabilità, che necessitava più di fiducia che di abilità. Si fidò subito di me, o meglio toccò a lui per primo di fidarsi di me: ma sarebbe poi stato lo stesso a parti inverse. Lì per lì mi affidò cose di straordinario valore. Avemmo entrambi la certezza che fra noi due era nato qualcosa che trascendeva i beni materiali.
Il rapporto crebbe costantemente nel corso di tutti gli anni a venire. Pochi, ma che hanno lasciato il segno sulla mia anima, sulla mia psiche e sul mio senso estetico. “La quinta essenza del sesto senso“, per citarlo. E hanno dato l’avvio al desiderio di conoscere l’arte cosiddetta contemporanea, premesso che a mio avviso tutta l’arte è contemporanea e che siamo noi a essere postumi.
Abitavamo a due passi, Alighiero e io, e questo rendeva molto assidue le frequentazioni. Conobbi in breve tempo il suo entourage, la sua squadra di assistenti, e lui mi faceva sentire uno di loro. Io ero “l’avvocato”, quello che era in grado di sbrigare le cose pratiche, finalmente potendosi lui svincolare da esse. Io ero lusingato, ma capivo che dovevo riformulare i consueti rapporti che avevo con altri grandi personaggi che già conoscevo, perché percepivo che Boetti era molto di più.

ALIGHIERO BOETTI. ZERO MALIZIA

Alighiero pensava per immagini, in una sorta di divagamento cognitivo che gli ispirava nuove concettualizzazioni di volta in volta, e che spesso traduceva e realizzava in opere d’arte concrete e alle volte profetiche. Ciò non suoni come premonizioni o “postmonizioni”: aveva l’enorme talento di coltivare punti di vista innovativi, con insolenza creativa e incendiaria nei confronti del consueto modo di percepire la realtà.
Quanti di noi hanno detto, vedendo un Taglio di Lucio Fontana o un monocromo qualsiasi: “Questo potevo farlo anch’io”? Ebbene lui affermava: “Faccio cose talmente elementari che non capisco perché qualcun altro non le abbia pensate prima di me”. In questo rovesciamento della logica abituale si ravvisa tutto il rispetto che Boetti aveva nei confronti delle modalità di inventiva altrui; erano pertanto impossibili a priori le insorgenze di pensieri maliziosi perché essi erano assorbiti da una logica a contrariis che gli consentiva di assolvere chiunque.

Una delle mappe di Alighiero Boetti. Courtesy Felice d’Alfonso del Sordo
Una delle mappe di Alighiero Boetti. Courtesy Felice d’Alfonso del Sordo

BOETTI E IL GERGO DEGLI AVVOCATI

Naturalmente fra di noi, considerate le rispettive attività, si usava ciascuno il proprio gergo: lui fu particolarmente colpito dal fatto che un’espressione giuridica fosse “fattispecie a formazione progressiva”: ritenne tale frase applicabile anche ad alcuni suoi lavori, in quanto necessitavano di tempo per venire a esistere. Penso alle opere postali. Come funzionavano? Il lavoro finito era l’esito di collocazione su un unico pannello che sosteneva le buste di posta aerea sulle quali Alighiero aveva, nello spedirle generalmente dall’Oriente, apposto i francobolli secondo criteri precisi in previsione dell’accostamento tra loro delle buste al momento del recapito al destinatario. Si venivano così a creare componimenti di simmetrie che scaturivano da questi gruppi di lettere, mai affrancate a caso, ma affidate al caso delle Poste.
Alighiero poi adoperava i separati fogliettini di quei calendari che tutti abbiamo visto, dai quali ogni giorno si toglieva il foglio della data precedente per far comparire quello del giorno in corso. Con questi cartigli sottilissimi, tra Natale e Capodanno, componeva le cifre dell’anno venturo e le apponeva su supporti con dedica al destinatario. Ne risultava un cartoncino il cui contenuto era una data formata dal calendario a strappo. I destinatari, non essendo sempre gli stessi, o non essendolo più, ne hanno ottenuto perlopiù uno solo, alcuni di essi ad anni alterni: la continuità delle annate dei calendarietti in possesso del destinatario lasciava sempre in sospeso l’opera, che cresceva e si sviluppava secondo il concetto giuridico del “completamento progressivo della fattispecie”. Si badi bene: alcune sue opere avevano bisogno di tempo strettamente cronologico per essere create; altre avevano bisogno del Tempo, come elemento stesso della sostanza nel processo di creazione, e pertanto non come cronometria. È evidente la contrapposizione in maniera molto precisa tra il kronos e il kairos.

ALIGHIERO BOETTI E LE OPERE FATTE DA SCONOSCIUTI

Vi era molto spesso un elemento casuale così come quando il Maestro delegava a sconosciuti la realizzazione di opere, super conosciute e super apprezzate, come le “biro” o gli “arazzi”: battaglioni di donne artigiane, prima in Afghanistan e poi in Pakistan, perfette sconosciute, eseguivano questi lavori avendo come intermediario tra Alighiero e loro un “mercante” completamente dedicato ad Alì Ghiero del quale intuiva, a latitudini e longitudini dell’altrove geografico, la grandezza universale; assistenti romani colmavano fittamente di inchiostro delle penne Pelikan cartoni con degli spazi bianchi a forma di lettere dell’alfabeto o apostrofi.
Non a caso Alighiero Boetti influenzò notevolmente l’artigianato spontaneo afgano e pakistano, dove è ancora oggi relativamente facile trovare arazzi non commissionati, e tuttavia diversi dagli stilemi inconfondibili di Alighiero, raffiguranti divinità locali accostate a lettere alfabetiche, o pezzi di nazioni sotto forma di bandiere, così come accadeva nelle “mappe”.

Alighiero Boetti, Senza titolo, 1994, acquarello su carta intelata, 319x242 cm. Courtesy Felice d’Alfonso del Sordo
Alighiero Boetti, Senza titolo, 1994, acquarello su carta intelata, 319×242 cm. Courtesy Felice d’Alfonso del Sordo

LA GENEROSITÀ DI ALIGHIERO

La aneddotica su Alighiero è sterminata. Vorrei però dire della sua generosità fuori dal normale. Molto fuori dal normale.
Premesso che per tante volte ho assistito all’invio in Afghanistan degli schemi da riempire con i ricami, una delle cose che ancora mi rimangono impresse sono gli odori di quando il corriere tornava dall’Afghanistan, o segnatamente da Peshawar, con borsoni pieni di ricami. Si creava, all’apertura, una nuvola odorosa di Oriente.
Ebbene in occasione di una preparazione di una mappa ‒ lavori che si distinguevano fra loro solo per il colore degli oceani ‒ io dissi di provare a farne una con il mare nero. E Alighiero pronto: “Ma non porterà sfiga?”. Comunque, detto fatto, e, non esistendo i computer che avrebbero potuto simulare il risultato, Boetti diede incarico a Bobo Marescalchi o a Simone Racheli, non ricordo bene, di farne una a inchiostro, scala 1:1, con il mare nero. Se il risultato fosse piaciuto, una stoffa in bianco, con la sola indicazione dei colori, e il mappamondo in bianco, sarebbe partita per Peshawar per essere realizzata a ricamo.
Passa qualche mesetto, periodo nel quale furono realizzati su cartone anche le bozze 1:1 di due tappeti, e arriva la mappa nera. Un trionfo. E cosa fa Alighiero? La arrotola, la srotola, la riguarda, le gira intorno, scatta polaroid, la riarrotola, mette due elastici per tenerla ferma e… me la regala. Naturalmente fu poi realizzata in due esemplari ricamati e credo che tramite Gian Enzo Sperone uno dei due sia al MoMA. I due tappeti invece, uno rosso e uno nero, con disegni ricavati da oggetti che io riconosco uno a uno e che si trovavano sul suo tavolo di lavoro (un tavolino da ping pong a via del Pantheon), credo appartengano ancora al grande gallerista.
Fatto sta che questa mappa nera su una mia parete ancora oggi mi stupisce e mi emoziona. Della generosità di Alighiero si può parlare per pagine, e posso dire che con i lavori che lui mi ha donato e che io a mia volta ho venduto o scambiato ho oggettivamente aggiunto qualità alla mia esistenza materiale. Ma con quelli che mi sono tenuto mi sono arricchito.

Felice d’Alfonso del Sordo

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AutoreAlighiero Boetti
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