In una mostra allo Studio G7 di Bologna l’artista Daniela Comani mette insieme gli incipit e le frasi finali di 212 romanzi. Ne ha cambiato il genere (portando tutto al femminile) e ha costruito un doppio racconto inedito. Tutti i dettagli nell’intervista.

Dal libro sul copia-incolla di Kenneth Goldsmith alla straordinaria poetessa americana Amanda Gorman, stiamo assistendo a un nuovo interesse per il linguaggio scritto e declamato, e ai suoi utilizzi artistici. Ne è la prova l’opera di Daniela Comani, ora in mostra a Bologna. Ne abbiamo parlato con lei.

Qual è il tuo rapporto con l’oggetto-libro? Sei una avida lettrice, una bibliofila, una bibliomane, o niente di tutto questo?
Ho un rapporto costante con l’oggetto-libro, sia come consumatrice sia come produttrice; ha un ruolo centrale nella mia produzione artistica, ho pubblicato circa una ventina di libri d’artista. Già la mia prima installazione video, Comunicazione vs Estraniamento (1993), era incentrata sulla lettura: nell’opera, quattro persone di diverse nazionalità leggono una pagina di libri famosi, classici occidentali, in una lingua straniera che non comprendono. In seguito ho utilizzato il libro per altri progetti. Le pile di libri crescono sul mio tavolo, ho bisogno di averli intorno a me per sfogliarli, leggerli, consultarli, fotografarli…

Nella serie Novità editoriali avevi già lavorato sull’oggetto-libro, modificando il titolo di alcuni testi celebri e cambiandone il genere. L’intento mi sembra esplicito ma volevo chiederti se la scelta dei volumi avesse un particolare significato per te.
Ho iniziato questo progetto con i libri che avevo attorno a me, a casa, quindi sì, sono libri che avevo letto, a me cari. Ho poi proseguito la ricerca con altri libri, che magari avevo letto e non avevo più sottomano, oppure che avrei sempre voluto leggere, cercandoli nelle biblioteche, nei mercatini, negli scaffali di conoscenti e amici. Nella scelta c’è una limitazione inevitabile: il genere sessuale del titolo deve essere ribaltabile, ad esempio Lo straniero diventa La straniera, L’uomo senza qualità diventa La donna senza qualità, e questo non funziona con tutti i libri/titoli.

Ha un ruolo anche la scelta di quelle precise edizioni, di quelle precise grafiche editoriali?
Anche l’aspetto visivo gioca un ruolo importante: ho cercato spesso edizioni datate, se possibile quelle originali, oppure le copertine degli Anni Sessanta, Settanta e Ottanta, la cui grafica mi piace molto e ha per me un aspetto familiare: sono quei libri/edizioni che riconosciamo subito, che un po’ tutti hanno già visto.

Daniela Comani, La dottoressa Zivago, 2007, dalla serie Novità editoriali, archival pigment print su PhotoRag 308g, cm 27,5x20,7. Courtesy l'artista & Galleria Studio G7, Bologna. Photo Alessandro Fiamingo
Daniela Comani, La dottoressa Zivago, 2007, dalla serie Novità editoriali, archival pigment print su PhotoRag 308g, cm 27,5×20,7. Courtesy l’artista & Galleria Studio G7, Bologna. Photo Alessandro Fiamingo

DANIELA COMANI E LA SCRITTURA

Con questo nuovo progetto su L’inizio e La fine colgo uno slittamento dall’oggettualità alla sperimentazione testuale, alla poesia visiva, al cut-up.
Secondo me lo slittamento è parziale/relativo. Quest’ultimo progetto si riaggancia a quegli interventi di genere in contesti sociali culturali tipici delle Novità editoriali –  anche se in quel lavoro l’aspetto visivo è più immediato –, in cui il momento centrale è il ribaltamento del genere sessuale, cioè sta nel testo, nella parola, nel titolo, più che nella foto stessa. Questo nuovo racconto/collage è anche un’occasione per proseguire quelle tematiche. Infatti, ritroviamo diverse sovrapposizioni degli stessi libri; per fare solo un esempio, la copertina La vecchia e il mare delle Novità editoriali e l’incipit in The Beginning The End: “Ero una vecchia che pescava da sola su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendevo un pesce”.

I riferimenti “storici” a cui alludevo prima hanno ritrovato un’eco importante dopo la pubblicazione anche in Italia di CTRL-C, CTRL-V di Kenneth Goldsmith, il saggio sulla “scrittura non creativa” tradotto da NOT Editions. Questo rinnovato interesse per il testo, anche poetico – penso ad esempio alla straordinaria speech poetry di Amanda Gorman –, a tuo avviso da cosa deriva?
Ho notato anche io che c’è un maggior interesse per la poesia visiva e dintorni. Secondo me giocano un ruolo fondamentale diversi fattori legati all’evoluzione dei mezzi di comunicazione degli ultimi 10-15 anni, sia a livello tecnologico, sia contenutistico. Sto pensando alle piattaforme come WikiLeaks (proprio da questo contesto provengono le mail di Hillary Clinton utilizzate in seguito da Kenneth Goldsmith) e alle nuove tecnologie dei dispositivi mobili: l’uscita del primo iPhone e in seguito i modelli Android e le correlative app di messaggistica: solo Whatsapp ha in media uno scambio quotidiano di 30 miliardi di messaggi nel mondo. E poi l’affermarsi dei social come mezzo di comunicazione e rete sociale: il condividere, informare/disinformare, diffamare, accusare. E da circa 4-5 anni il moltiplicarsi di fake news, dove il confine tra realtà e finzione si dilata.

Vuoi dire che scriviamo molto più di prima?
Intendo dire che l’approccio con il messaggio scritto – attraverso la scrittura breve, la scrittura con immagini/pittogrammi tramite emoji – è diventato molto più familiare, non è mai stato tanto presente nel nostro quotidiano come oggi; fa parte della griglia del nostro agire a livello professionale, pubblico, e privato: quand’è l’ultima volta che hai trascorso un’intera giornata senza scrivere e-mail o messaggiare? Te lo ricordi? Io no.

In effetti nemmeno io…
Queste dinamiche vengono percepite da artisti e autori, che sono i primi a riflettere e riproporre, in forma rielaborata, questi formati che rispecchiano le strutture e le contraddizioni del nostro essere contemporaneo. Infine: l’hip hop e il rap hanno raggiunto un livello mainstream già all’inizio degli Anni Novanta, ma solo pochi anni fa hanno superato il rock come popolarità. Questo è un fatto che la dice lunga.

Daniela Comani, The Beginning The End, 2020, pigment print, 3 elementi, cm 210x120 cad. (dettaglio). Courtesy l'artista & Galleria Studio G7, Bologna
Daniela Comani, The Beginning The End, 2020, pigment print, 3 elementi, cm 210×120 cad. (dettaglio). Courtesy l’artista & Galleria Studio G7, Bologna

IL PROGETTO DI DANIELA COMANI

Torniamo al tuo progetto. In estrema sintesi: hai scelto 212 libri di narrativa, ne hai accostato le frasi iniziali per creare un testo ex-novo. Poi, mantenendo il medesimo ordine, hai costruito il testo composto dalle frasi finali, con un minimo editing riguardante il pronome personale, portato all’Io in direzione appropriazionista. È corretto? Ho dimenticato elementi importanti?
L’hai riassunto con grande chiarezza. Se vogliamo entrare più nel dettaglio, l’installazione The Beginning The End è composta da un libro con due lati (The Beginning e The End) che si incontrano al centro e da un dittico che ripropone il libro in formato di immagine-testo, 70 x 50 cm cad., dove si leggono i due racconti: The Beginning, un testo-collage di 212 incipit, e The End, un testo-collage di tutte le 212 corrispettive fini. Nell’installazione esposta allo Studio G7 troviamo anche un terzo elemento: una grande stampa (220x390cm) che rappresenta tutte le mie 424 schede d’archivio in tre lingue con le citazioni raccolte per poter comporre il testo-collage. In quest’opera si può intuire il processo creativo e leggere da quali libri sono state tratte le citazioni e come sono state modificate le frasi. Mi piaceva l’idea di rapportare questo mondo così vasto di materiale raccolto con l’opera estremamente minimale, due brevi racconti di circa 3000 parole l’uno.

Come hai scelto i 212 romanzi? Sono quelli che ti hanno influenzato di più, quelli a portata di mano, il frutto di una call? Qual è stato il criterio?
Il criterio è stato un po’ lo stesso di quello delle Novità editoriali: sono partita dai libri che avevo a casa, che avevo letto, che mi erano cari, e poi mi sono allargata consultando libri nelle biblioteche, nei negozi, a casa da amici. Nessuna call. È un progetto cresciuto lentamente, iniziato nel 2014, che ho proseguito pian piano, quando trovavo/leggevo un libro e annotavo la citazione se la ritenevo utile al mio fine. L’idea si è formata nel corso del tempo con quelle citazioni, quegli incipit che mi hanno sempre intrigato/fatto riflettere, come l’inizio de La campana di vetro di Sylvia Plath, una breve frase che racconta di quell’estate quando Ethel e Julius Rosenberg furono giustiziati per spionaggio sulla sedia elettrica; era il 19 giugno del 1953, un fatto, una data che avevo già utilizzato nel mio libro Sono stata io. Diario 1900-1999. Oppure quei romanzi di Herta Müller o José Saramago che iniziano e finiscono con la stessa frase. E l’incipit di romanzi/racconti famosi come La metamorfosi di Kafka – l’idea di trascrivere l’incipit in prima persona (femminile) mi intrigava molto –: “Una mattina, destandomi da sogni inquieti, mi trovai mutata in un insetto mostruoso”.

Fammi fare l’avvocato del diavolo: perché un collezionista dovrebbe essere interessato a un testo, per di più non scritto di tuo pugno? Potrebbe con estrema facilità riprodurre il tutto. Cerchiamo di spiegare dove risiede l’atto creativo in progetti di questo genere.
È la domanda delle domande. Cioè a questo punto dovremmo partire dall’opera Fountain di Marcel Duchamp, non credi? Nel momento in cui mettiamo un orinatoio su una base e lo esponiamo in un museo o in una galleria d’arte, è ancora solo un orinatoio? Se poi l’orinatoio è anche firmato? Oggi ci sembra tutto chiaro, ma nel 1917 non era affatto un’operazione scontata; però tuttora, questa domanda ogni tanto riemerge… Come diceva Bruno Munari, “quando qualcuno dice: questo lo so fare anch’io, vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima”. Al di là di questo, mi piacerebbe raccontare quello che per me è quest’opera dall’aspetto così minimale (quasi da anti-opera) che contiene e nasconde diverse galassie, quelle di 212 libri, romanzi, storie, finzioni di autori.

Volevo arrivare proprio qui. Raccontaci.
È come un mosaico di frasi che ho accostato in una sequenza mia, cercando di creare una nuova storia, un nuovo filo narrativo. Questo nuovo brevissimo racconto di 212 frasi riciclate ha una sua struttura: inizia in estate e termina in primavera, giorno dopo giorno, dal mattino alla sera. Considero il testo scritto di mio pugno: le frasi prese in prestito sono solo uno strumento/mezzo per raccontare una storia che poi non è altro che un autoritratto.

Una ultima domanda, anzi due: un autore verbo-visivo che consiglieresti di approfondire e una mostra che consiglieresti di studiare. Visto che chi intervista non si espone quasi mai, io lo faccio e dico: Tomaso Binga e, per quanto riguarda le mostre, sono indeciso fra La parola nell’arte (MART, Rovereto, 2007-08) e Ugo Rondinone: I love John Giorno (Palais de Tokyo, Parigi 2015). A te la palla!
Sarei tentata di scrivere: Daniela Comani e The Beginning The End (Studio G7, Bologna 2020-21), ma immagino che come risposta non valga!

Diciamo che vale ma allora devi raddoppiare la risposta.
Allora propongo Herta Müller. Lei – che è una vera scrittrice – ha composto tanti collage di parole che richiamano l’estetica della lettera anonima di una volta: quando con le forbici si ritagliavano dai giornali le lettere e le parole di diverse dimensioni e caratteri per incollarle una di fianco all’altra su un foglio e formare una frase. Per quanto riguarda la mostra: Political Affairs – Language is not innocent” (Kunstverein in Hamburg, Amburgo 2019): il titolo è già tutto un programma.

– Marco Enrico Giacomelli

Evento correlato
Nome eventoDaniela Comani - The Beginning The End
Vernissage11/12/2020 ore 15
Duratadal 11/12/2020 al 02/04/2021
AutoreDaniela Comani
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoGALLERIA STUDIO G7
IndirizzoVia Val D'aposa 4a - Bologna - Emilia-Romagna
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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.