Parola a Salman Ali, per lunghi anni al fianco di Alighiero Boetti dopo l’incontro in Afghanistan, e ad Agata Boetti, figlia dell’artista e direttrice dell’archivio a lui intitolato.

Assistente e fraterno amico di Alighiero Boetti, Salman Ali è testimone diretto delle creazioni dell’artista, del suo estro creativo e della sua profonda umanità. Una testimonianza raccontata nell’autobiografia Salman Alighiero Boetti edita da Forma Edizioni, in uscita nei prossimi mesi, e che si accompagna alla mostra organizzata dalla Galleria Tornabuoni di Milano. Una rassegna che vedrà esposta negli spazi di via Fatebenefratelli 34 la collezione privata di Salman, composta da diverse opere di Alighiero.
La mostra avrebbe dovuto essere presentata a novembre, ma causa delle restrizioni adottate per la lotta al Covid-19, è stata posticipata a inizio 2021.

INTERVISTA A SALMAN ALI E AGATA BOETTI

Salman, come ha conosciuto Alighiero Boetti?
Ci siamo conosciuti in Afghanistan allo One Hotel, l’albergo che Boetti aprì a Kabul. Io lavoravo lì, preparavo il tè afgano, il Chai. Pian piano ho iniziato a fare altri lavori. Mi occupavo della camera di Boetti, degli ospiti dell’Hotel e delle pubbliche relazioni.

Come era visto un artista italiano nell’Afghanistan degli Anni Settanta?
Salman Ali: Quando andavamo in giro per Kabul, nessuno faceva caso al fatto che Alighiero fosse uno straniero. Lui vestiva come un afghano, un vero membro della comunità, per questo era visto da tutti come uno del posto.

Prima dell’incontro con Alighiero, lei aveva esperienza con il mondo dell’arte?
Salman Ali: No, non avevo esperienza, semplicemente Alighiero mi spiegava cosa dovevo fare e io seguivo le sue indicazioni. Quando rientrava in Italia, mi affidava dei compiti relativi al suo lavoro e così ho iniziato ad avvicinarmi all’arte.
Agata Boetti: Quando Boetti nel 1971 inizia con i ricami, affida a Dastagir, suo primo manager, la gestione delle relazioni con le ricamatrici, in quanto a un occidentale non era concesso parlare con donne afghane. Dopo un po’ di tempo, subentra Salman a gestire i rapporti sia con le ricamatrici che con lo stesso Dastagir, per poi arrivare a coordinare l’intera rete delle relazioni.

Salman Alì, Agata Boetti e Matteo Boetti, San Bernardino, 23 agosto 1973. Photo © Giorgio Colombo
Salman Alì, Agata Boetti e Matteo Boetti, San Bernardino, 23 agosto 1973. Photo © Giorgio Colombo

DALL’AFGHANISTAN A ROMA

Nel 1973 Alighiero le propone di seguirlo in Italia e lei accoglie con piacere il suo invito.   Perché ha deciso di trasferirsi a Roma?
Salman Ali: Lui mi ha chiesto di andare a Roma e io ho accettato con piacere. Una volta pronti i documenti sono partito per l’Italia. A Roma abbiamo vissuto fino al 1981 nell’abitazione di Santa Apollonia. Io aiutavo Alighiero nel suo lavoro quotidiano. Compravo i giornali, le riviste, i colori, tutto l’occorrente per la creazione delle opere d’arte, in più mi occupavo anche dei bambini. Portavo Agata e Matteo all’asilo di Santa Maria in Trastevere.
Agata Boetti: Per un ragazzo afghano di campagna era impensabile non accettare una proposta come quella. Trasferirsi in Italia, in Europa, era qualcosa di straordinario, infatti il padre di Salman vedeva questa proposta come una benedizione. Pur comunicando poco a parole, Salman e Alighiero parlavano con gli occhi, trasmettendosi l’intensità dei rispettivi sguardi. Quando Boetti chiese a Salman di trasferirsi a Roma, sempre con la forza dello sguardo Salman accettò, come se conoscesse Alighiero da sempre.

Nel 1979 scoppia la guerra in Afghanistan. Da quel momento non è più possibile lavorare lì. Come è stato interrompere i vostri viaggi nel Paese che entrambi amavate molto?
Salman Ali: Fino al 1979 era consentito viaggiare in Afghanistan, poi dopo quell’anno è cambiato tutto. L’ultimo viaggio di Alighiero a Kabul, infatti, risale al 1979. Io, invece, sempre nel 1979, a causa della guerra, sono rimasto bloccato in Afghanistan per molto tempo. Dopo tante peripezie, sono riuscito a far ritorno a Roma nell’estate del 1982 e da quel momento sono rimasto accanto a Boetti.
Agata Boetti: Quando Salman tornò a Roma, noi eravamo in vacanza a Vernazza e ci raggiunse lì. Alighiero in quei giorni aveva avuto un grave incidente stradale. Appena saputo dell’incidente Salman si precipitò al capezzale di Boetti. Quando si risvegliò, Boetti nel vedere Salman pensò di essere morto perché non era a conoscenza del suo ritorno in Italia e, quindi, pensava di trovarsi nell’aldilà con il suo amico afghano. Quando realizzò di essere vivo e che Salman era riuscito a tornare in Italia, scoppiò in un pianto di gioia.

Essendo impossibilitati al viaggiare in Afghanistan, come vi siete organizzati con la produzione degli arazzi dopo il 1979?
Salman Ali: La produzione si è spostata a Peshawar, in Pakistan, nel 1987, dove venivano organizzati dei gruppi di lavoro composti dalle ricamatrici del posto per la realizzazione degli arazzi.
Agata Boetti: Dal 1979 al 1987, pur non potendo più viaggiare nel Paese, le relazioni con l’Afghanistan continuarono attraverso la famiglia di Salman. Gli arazzi venivano poi spediti in Italia via posta. Solo nel 1987 la produzione venne spostata in Pakistan, a Peshawar, dove le ricamatrici si riunivano in veri e propri workshop. Boetti voleva che tutte le ricamatrici lavorassero in buone condizioni e pretendeva che non ci fossero bambine a ricamare. Le bambine dovevano andare a scuola. Siccome, da uomo occidentale, non poteva direttamente verificare che queste condizioni venissero rispettate, mandava Salman oppure me a controllare.

Salman Alì e Alighiero Boetti all'inaugurazione della mostra alla Galleria Christian Stein, Milano, 25 marzo 1987. Photo © Giorgio Colombo
Salman Alì e Alighiero Boetti all’inaugurazione della mostra alla Galleria Christian Stein, Milano, 25 marzo 1987. Photo © Giorgio Colombo

SALMAN ALI E ALIGHIERO BOETTI

Lei ha partecipato al processo creativo di uno degli artisti più importanti del Novecento: come nasceva l’idea per un’opera d’arte?
Salman Ali: Alighiero traeva ispirazione dalle cose comuni. Le copertine dei giornali, ad esempio, per lui potevano essere trasformate in arte.
Agata Boetti: Le idee nascevano da quello che accadeva nel quotidiano. Andavamo in edicola e compravamo un sacco di giornali, in quanto le immagini erano fondamentali nella poetica di Alighiero. Dunque tutte le opere nascevano da quello che avevamo sotto gli occhi tutto il tempo.

Guardando Alighiero, ha mai pensato di seguire le sue orme e diventare un artista?
Salman Ali: No, no, non ci ho mai pensato. Per me già solo partecipare al lavoro di Boetti, aiutandolo come assistente, significava molto.

Di cosa si occupa oggi?
Salman Ali: Oggi sono in pensione, ma vado sempre in archivio, sbrigando commissioni varie come andare in posta o in banca. Sono rimasto solo io. Agata è a Parigi, Matteo (figlio di Boetti) a Todi.
Agata Boetti: L’archivio di oggi è un po’ come lo studio di ieri e Salman si occupa delle stesse cose che faceva in studio con Alighiero. Partecipa, inoltre, alle sedute di perizia, data la sua immensa conoscenza delle opere di Alighiero, specialmente degli arazzi di piccole dimensioni che lui stesso assemblava.

All’inizio del prossimo anno, lei sarà protagonista di una mostra presso la Galleria Tornabuoni di Milano in cui verrà esposta la sua collezione privata. A quale opera si sente più legato?
Salman Ali: Sono molto legato ai piccoli arazzi e alle mappe realizzate in Afghanistan. Anche la creazione dei “tutto” e delle copertine era molto divertente.

Nell’autobiografia racconta la sua vita insieme ad Alighiero, per lei è ancora presente la sua figura?
Salman Ali: È stato molto importante per me raccontare la storia della nostra amicizia. La figura di Alighiero è qui, è ovunque.
Agata Boetti: Alighiero ha creato una grande famiglia tra noi tutti. Anche i figli di Salman sanno bene chi è Alighiero, anche se non lo hanno conosciuto. Pur non essendoci più, Alighiero è presente. È presente in archivio, a casa e nella vita di ciascuno di noi.

Antonio Mirabelli

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AutoriAlighiero Boetti, Agata Boetti
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Antonio Mirabelli
Antonio Mirabelli si è laureato in giurisprudenza presso la Luiss Guido Carli di Roma e nello stesso ateneo ha frequentato la Scuola di Specializzazione per un biennio. Avvocato e appassionato di arte, matura esperienza nel campo del Wealth management come consulente nella pianificazione patrimoniale e curando la gestione di prestigiose collezioni private. A Milano frequenta il Master in Arts Management presso l’Università Cattolica di Milano, dove affina le doti manageriali. Elabora progetti per l’implementazione dell’offerta culturale di soggetti pubblici e privati, si occupa di CSR (Corporate Social Responsibility) e lavora come Art Advisor.