Parola alla fotografa Elena Andreato, tra i protagonisti di TEDx Padova

“Identities” è il titolo della rassegna che ha ibridato forme, talk accademici e artisti nel cuore di Padova, sotto l’egida di TEDx. In quella occasione abbiamo incontrato la fotografa e art director Elena Andreato.

Elena Andreato, Parco Treves, Padova, 2020
Elena Andreato, Parco Treves, Padova, 2020

Il 17 ottobre scorso, prima dell’inasprimento delle limitazioni legate all’emergenza sanitaria, al cinema Porto Astra è andato in scena TEDx Padova, la rassegna incentrata quest’anno sul tema della identità. Fra i protagonisti c’era anche Elena Andreato, autrice della performance fotografica curata da Alice Nereide Cossa.

Parco Treves,Teatro Anatomico dell’Università di Padova, Caffè Pedrocchi, come sei “scivolata” da uno all’altro?
L’identità del luogo è data dalla persona che lo abita. Nelle fotografie ho cercato di sviscerare questa relazione psico-sociale con l’abitare e con l’identificarsi con un luogo: luce, costumi, comportamenti dei soggetti sono stati orientati in questa direzione di senso.
Negli scatti realizzati a Parco Treves la circolarità della struttura assume un significato simbolico. Il ciclo della vita viene esemplificato da donne vestite ugualmente che filano un tessuto comune: fanno parte di un’associazione del Padovano che, attraverso laboratori artistici, aiuta le persone nell’elaborazione del lutto. Con le signore del Caffè Pedrocchi volevo proporre una riflessione sulla definizione di identità rispetto agli altri: siamo alla continua ricerca di approvazione e di confronto, nella perenne speranza di trovare nell’altro un difetto che ci faccia sentire più aderenti all’idea di perfezione che vorremmo incarnare.

Il Caffè Pedrocchi: la vecchiaia con gioia?
L’intera vita con gioia e la vecchiaia con spensieratezza; dove gli impegni non si accavallano più e il tè con le amiche diventa un rituale, una bustina di zucchero che addolcisce i dolori del mondo. I soggetti ritratti non raccontano la vecchiaia ma la routine che l’ha sconfitta. La vita è un rito che col suo ritmico incedere inganna il tempo. Le signore ritratte sono lo stereotipo di una categoria che realmente abita questo luogo e che è maestra di quest’inganno.

Lavori con la fotografia e con la maschera, perché? 
“Identità” è stata la tematica scelta per l’incontro di quest’anno. Ho scelto la maschera come concetto di non-identità a cui è strettamente legato il Teatro Anatomico; sede dell’insegnamento dell’anatomia attraverso la vivisezione di cadaveri. Quello che ho voluto rappresentare sono le innumerevoli forme di vita che sono state donate alla scienza, corpi senza nome rimasti per sempre sconosciuti.
La fotografia vuole raffigurare la distanza che si crea tra le persone e la realtà inconoscibile che sta dietro la morte; la maschera è l’elemento di confine fra queste due realtà. È solo osservando le varie forme della morte che conosciamo più a fondo la vita. Inoltre, l’idea di maschera è da un lato globale e dall’altro locale, con la tradizione teatrale e carnevalesca che in Veneto è ancor oggi molto sentita.

Elena Andreato, Teatro Anatomico, Università di Padova, 2020
Elena Andreato, Teatro Anatomico, Università di Padova, 2020

ELENA ANDREATO E LA FOTOGRAFIA

Qual è il gioco di Elena Andreato dietro la maschera?
Dietro la maschera ci sono pensieri spesso confusi, alle volte bizzarri però mai irraggiungibili.
La maschera è uno strumento per raggiungere alcune di queste mie idee. Cerco sempre di empatizzare e coinvolgere nei miei progetti le persone più affini a me in quel determinato momento. Nessun gioco, solo immedesimazione; l’aiuto viene dato dall’esterno, che talvolta ne diventa complice.
La maschera è un mezzo potente con il quale ogni persona può mutare e trasformarsi nell’esatto opposto di ciò che è. Il nostro io più profondo, il nostro carattere vestito da sorriso.
Chi vuole può usare la maschera per mostrare la propria sofferenza, chi la propria perfidia, l’importante è essere autentici e mai limitarsi a usarne solamente una. Le maschere vanno collezionate e appese al muro; quando si esce di casa la si sceglie e la si indossa, meglio se con un bel cappello.

E il movimento sotto la superficie dell’immagine?
Quello che nasconde ogni immagine è un oceano denso di emozione. La scelta del team e la collaborazione, i preparativi per la realizzazione dello scatto, l’intuizione improvvisa, lo smarrimento, l’illuminazione. Riscontro una certa ossessione per i dettagli, tutto dev’essere esattamente dove l’ho immaginato; talvolta il risultato non sempre corrisponde all’idea estetica che avevo in partenza: molte cose vengono accettate ugualmente e assecondate, poiché mi rendo conto che dalla contingenza del casuale può scaturire un risultato sorprendente. Il processo creativo è una nuotata dal fondo dell’abisso freddo e oscuro verso la superficie, calda e cristallina.

Una piattaforma internazionale calata nel contesto Veneto può funzionare? E se sì, quali sono le peculiarità locali? 
Il mio contributo di immagini descrive tre ambienti che fungono da simulacro per l’anima di Padova che, attraverso lo spettro evocativo dell’immagine, vanno ad abbracciare dei “monumenti architettonici” oltre che dei luoghi tutt’oggi abitati dalla quotidiana vita cittadina.
È la materializzazione di un sogno a cui ho lavorato per tre mesi preparandomi per lo schermo dell’Astra e per il suo affezionato pubblico. Soprattutto il Caffè Pedrocchi è stata l’occasione per generare delle nuove serie, quelle che John Searle chiamerebbe “sequenze formali”, utili a focalizzare un certo modo di fare fotografie che trova in Martin Parr una delle influenze principali. Questa piattaforma è un luogo eccezionale d’incontro per incoraggiare la condivisione di idee e stimolare il potenziale umano della città dei “tre senza” provando a svincolarsi dai pregiudizi. Voglio ringraziare Alice Nereide Cossa per avermi invitata a condividere con TEDx il mio vissuto e la mia visione, e Giacomo Broggini per il supporto continuo e per i preziosi consigli.
In Veneto esistono realtà fortissime, giovani di talento che faticano a emergere per mancanza di strutture pubbliche di supporto, ma nonostante questo Padova, come Venezia, rimane una piazza interessante per il talent scouting.

Gaspar Ozur

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