L’italiana Alberta Romano nuova curatrice di Kunsthalle Lissabon

Un percorso di studi prima alla Sapienza di Roma e poi all’Accademia di Brera di Milano, il corso per curatori a CAMPO di Torino, numerose attività e collaborazioni con gallerie e istituzioni in Italia e all’estero. La nuova curatrice del centro contemporaneo di Lisbona ci ha raccontato la sua storia e la sua visione dell’arte del presente.

Alberta Romano, ritratto
Alberta Romano, ritratto

Kunsthalle Lissabon nasce nel luglio 2009 come spazio no profit, affermandosi nel corso di oltre dieci anni di vita nel panorama culturale e artistico di Lisbona, diventando un importante punto di riferimento nella produzione del contemporaneo. Ad oggi, conta la realizzazione di oltre 40 mostre e la pubblicazione di più di 20 progetti editoriali, dando prova di una grande apertura verso artisti soprattutto emergenti e ricerche internazionali. Negli anni ha ospitato all’interno dei suoi spazi le personali Laure Prouvost, Athena Papadopoulos, Nathalie Du Pasquier, Céline Condorelli, Jacopo Miliani, Petrit Halilaj e Wilfredo Prieto, per citarne alcuni.

Kunsthalle Lissabon Outdoor. Ph Bruno Lopes
Kunsthalle Lissabon Outdoor. Ph Bruno
Lopes

ALBERTA ROMANO NUOVA CURATRICE DI KUNSTHALLE LISSABON

La nuova curatrice è originaria di Pescara, classe 1991. La nomina alla Kunsthalle Lissabon è un traguardo importante in un curriculum relativamente breve ma già significativo, comprendendo collaborazioni con gallerie di Milano, Napoli, Berlino e con la fiera Artissima di Torino. Esperienze che le hanno aperto un varco fino al centro espositivo di Lisbona, dove ha lavorato come assistente prima di prendere le redini dell’attività curatoriale. In occasione del nuovo incarico, ne abbiamo approfittato per indagare sul percorso professionale di Alberta Romano, chiederle della sua visione sul contesto culturale portoghese e su quello dell’arte di oggi.

Come inizia il tuo percorso di curatrice?
Dopo essermi laureata in Storia dell’Arte a La Sapienza di Roma sentivo il bisogno di spostarmi a Milano per conoscere più da vicino l’arte contemporanea. Le mie prime esperienze come curatrice sono iniziate mentre studiavo all’Accademia di Brera. In quel contesto, per alcuni versi un po’ datato, ho avuto la fortuna di incontrare docenti lungimiranti come Barbara Casavecchia, Loredana Parmesani e Francesco Poli che mi hanno insegnato a riconoscere luci e ombre del sistema dell’arte.

Trevor Shimizu: Performance Artist. Exhibition view with Suffering Thespian (2000); YAWN, (2005–2009); The Lonely Loser Trilogy: Internet Concert (2018), Ica Philadelphia at Kunsthalle Lissabon. Photo Bruno Lopes.
Trevor Shimizu: Performance Artist. Exhibition view with Suffering Thespian (2000); YAWN, (2005–2009); The Lonely
Loser Trilogy: Internet Concert (2018), Ica Philadelphia at Kunsthalle Lissabon. Photo Bruno Lopes.

Pensi che Milano sia stata quel trampolino di lancio che cercavi nel tuo percorso?
Milano, seppur frenetica, penso sia il luogo ideale nel quale fare le prime esperienze, basta una solida preparazione e un discreto spirito di iniziativa. Uno dei pochi meriti che riconosco a Milano è la meritocrazia. È in quel contesto, infatti, che ho curato le mie prime mostre come Exhibition of the year 2016 e ho affiancato Claudio Guenzani, un gallerista che di Milano ha contribuito a costruire la storia dell’arte contemporanea. Poi mi sono trasferita a Berlino dove ho lavorato come assistente per la galleria Chertludde (all’epoca si chiamava solo Chert). Lì, ho scoperto cosa significava lavorare in un ambiente famigliare e perseguire le proprie passioni con tenacia e perseveranza.

E poi?
Successivamente sono tornata in Italia per frequentare CAMPO, il corso per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, al quale devo senz’altro una grande spinta verso il contesto artistico italiano. Da lì, infatti, sono nate la mia collaborazione con Artissima come assistente curatrice di Vittoria Martini e Ilaria Bonacossa per il Deposito d’Arte Italiana Presente e la mia collaborazione con la Fondazione CRC di Cuneo. Un’altra grande famiglia è quella ho incontrato a Napoli, dove la Galleria Umberto Di Marino non solo mi ha permesso di realizzare la mostra Every breath you take, ma affianca e supporta tuttora il mio percorso con costanza. Insomma, la mia storia è fatta di tutte quelle persone che hanno creduto in me e che ho avuto la grande fortuna di conoscere durante il mio percorso di formazione.

Zheng Bo, The Soft and Weak Are Companions of Life 柔弱者生之徒, 2020. Installation view with Pteridophilia 1 (2016). Video (4K, color, sound). Installation view at Kunsthalle Lissabon. Photo Bruno Lopes
Zheng Bo, The Soft and Weak Are Companions of Life 柔弱者生之徒, 2020. Installation view with Pteridophilia 1 (2016). Video (4K, color, sound). Installation view at Kunsthalle Lissabon. Photo Bruno Lopes

Quando e come parte il tuo legame con la Kunsthalle Lissabon?
Ho iniziato a lavorare alla Kunsthalle Lissabon a settembre 2019 come assistente curatrice. Lì per lì non avevo idea di cosa mi aspettasse, la mia unica sicurezza era quella di star entrando, in punta di piedi, in un contesto di alto livello che si era sempre distinto non solo per le mostre che aveva ospitato, ma soprattutto per l’onestà intellettuale che precedeva la fama dei suoi direttori i quali, negli anni, avevano trasformato un non profit in una vera e propria istituzione.

Raccontaci qualcosa del contesto artistico portoghese.
Innanzitutto, quando si pensa al panorama artistico e culturale portoghese, è necessario non accostarlo troppo a quello italiano. In Portogallo, istituzioni artistiche e culturali di ogni tipo hanno la possibilità di ricevere ingenti fondi economici dallo Stato che ne supporta non solo l’apertura o il singolo progetto, ma anche la crescita nell’arco di tutto il percorso.

Che ruolo ha la Kunsthalle Lissabon nel panorama culturale della città?
Dalla sua apertura, ha ospitato più di 40 mostre e pubblicato 16 libri, diventando un punto di riferimento per l’arte contemporanea nazionale e internazionale, grazie ai suoi continui scambi e collaborazioni. Sin dal principio, inoltre, la Kunsthalle ha cercato di proporsi come luogo di ritrovo, accogliente per gli artisti, ma anche per la comunità che lo circondava. Non a caso al suo interno ospita una piccola biblioteca, assemblata nel corso di oltre dieci anni di attività, nella quale è possibile consultare cataloghi, libri d’artista, saggi e tanto altro.

Pensi che le vicissitudini del 2020 abbiano mutato la fisionomia culturale di Lisbona e del suo modo di presentare l’arte al pubblico?
Se il Covid19 avrà mutato la fisionomia culturale di Lisbona immagino lo scopriremo tra qualche anno, guardando alle risorse e alle economie che potranno essere ancora investite nel settore culturale. Per ora, gli unici elementi ai quali abbiamo dovuto rinunciare sono stati due: gli opening (e questo potrebbe quasi essere un vantaggio) e la presenza fisica degli artisti. Questo, al contrario, è stato un elemento decisamente triste con il quale ci siamo dovuti confrontare. Sebbene email, messaggi e videochiamate ci abbiano permesso di discutere con l’artista fino all’ultimo secondo anche del più piccolo dettaglio dell’installazione, purtroppo abbiamo dovuto rinunciare a tutto quel corredo di pranzi, cene e confronti che solo la vicinanza fisica riusciva a regalarci.

Laure Prouvost, Melting into one another ho hot chaud it heating dip, 2020. Installation, curtains, blown glass, clay, squid ink, water, branches, stones, films. Kunsthalle Lissabon. Photo Bruno Lopes.
Laure Prouvost, Melting into one another ho hot chaud it heating dip, 2020. Installation, curtains, blown glass, clay, squid ink, water, branches, stones, films. Kunsthalle Lissabon. Photo Bruno Lopes.

Come si svolgerà la prossima programmazione della Kunsthalle?
Il programma della Kunsthalle Lissabon del 2020 prima di concludersi vedrà ancora la mostra personale di Ad Minoliti, inaugurata il 16 settembre, e quella Rita Sobral Campos il prossimo inverno. Nel 2021, invece, ci aspettano quattro mostre personali molto impegnative: Otobong Nkanga, Federico Herrero, Manuel Solano e Sheroanawe Hakihiiwe. Per allora ci auguriamo davvero di poter tornare ad avere un confronto diretto con gli artisti invitati.

Cosa deve avere il lavoro di un artista per colpirti a primo impatto?
A primo impatto mi piacciono anche le cose belle. Al secondo mi piacciono i lavori che racchiudono un’approfondita ricerca teorica ed estetica e che riescano a trasferire il tutto in un prodotto godibile e chiaro che non sia necessariamente adatto solo a un pubblico specializzato.

Raccontaci di più.
Un altro elemento che reputo fondamentale al fine di instaurare un rapporto sereno e fruttifero tra artista e curatore è la compatibilità. Si tratta di elementi non semplici da trovare, soprattutto se li si cerca tutti in un’unica figura. Tuttavia, sono abbastanza convinta che non ci sia nulla di male nell’avere rapporti sinceri con pochi artisti, piuttosto che avere rapporti meno profondi con molti.

Cercherai, se non lo stai già facendo, di promuovere anche gli artisti italiani all’estero?
Certo. Tuttavia più che di artisti italiani, si tratta di quegli artisti con i quali, nel corso degli anni, ho avuto modo di costruire un rapporto professionale, ma anche di profonda amicizia e stima. Con loro ho condiviso molte esperienze lavorative e cercherò sicuramente di continuare a farlo anche in un futuro, soprattutto per la grande ammirazione che nutro nei confronti del loro percorso artistico.

– Giulia Ronchi

www.kunsthalle-lissabon.org

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.