Henry Miller, la scrittura e le donne

Se ne andava quarant’anni fa uno dei membri più originali della Lost Generation, precursore di Bukowski (che da fantiano non lo ammetteva troppo volentieri) e parigino non convenzionale. Sempre in bilico fra pensatore e vagabondo, Henry Valentine Miller è stato uno scrittore originale e dissacrante. Lo ricordiamo attraverso il suo punto di vista preferito: le donne.

Ingiustamente giudicato noioso da una critica troppo sbrigativa, quel newyorkese per sbaglio (che a quasi 40 anni andò a Parigi per un decennio e poi scelse il sole della California) possedeva in realtà un modo di guardare alla vita vivace e non convenzionale, che non poteva prescindere dalla figura femminile. Sono le donne, infatti le vere protagoniste dei suoi romanzi, sempre accostate con rude sensibilità, con un rispetto di fondo, con un’ammirazione e umana comprensione, che traspaiono persino dalle sue frasi più crude.
A volte la storia (anche in letteratura) non è un giudice troppo giusto, come avrebbe detto Terzani. Abbiamo infatti assistito alla deificazione di Jack Kerouac e del suo Sulla strada (ma forse manzonianamente più famoso che conosciuto), la cui prosa polverosa proprio non raggiunge il coinvolgimento dei romanzi di Henry Valentine Miller (New York, 1891 ‒ Pacific Palisades, 1980). Che inventò lo stile di Charles Bukowski con quel Crazy Cock (1930) in cui spulciava il sesso nei suoi recessi più curiosi, infidi, cialtroni. Non che la realtà gli sfuggisse, tanto che quando rientrò negli USA dopo il soggiorno in Francia, compì un lungo viaggio nel Paese da cui ricavò L’incubo ad aria condizionata, libro che già nei primi Anni Quaranta intravide l’oppressione maccartista e l’ipocrisia kennediana (“I ciechi guidano i ciechi. È il sistema democratico”). E nel 1944, bisognoso di un po’ di respiro, decise di trasferirsi nella quiete di Big Sur.

IL RAPPORTO DI MILLER CON LE DONNE

Incasinatosi la vita fra June Mansfield, Anaïs Nin, Hiroku Tokuda, Brenda Venus (per citare solo quelle che sono diventate famose), disperato quanto Ferdinand Céline ‒ ma in maniera più divertita, quasi a voler dare alla vita tutti i calci in bocca che merita (“Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale”) ‒, Miller ha raccontato, con discreta sincerità e tanti spunti autobiografici, l’altra sponda del Novecento, quella libertaria e diffidente verso la politica, che rifiutava la guerra e disprezzava quell’antisemitismo che ormai appestava l’Europa. E aveva un punto di riferimento nelle donne e nel piacere sessuale che ne deriva; dalla trilogia di Sexus, Plexus, Nexus, passando per i due Tropici, Crazy Cock, Giorni tranquilli a Clichy e lo “scandaloso” Opus pistorum, l’opera di Miller è una divertita enciclopedia sul sesso immerso nell’esperienza di vita che, più ancora dei corpi, scuote le menti dei protagonisti, li trascina in incontri casuali su sfondi urbani di scalcinata magnificenza. In quelle pagine le donne si raccontano, svelano spesso storie di sopravvivenza, con quella noncuranza che tradisce un senso di sgangherata libertà. Chi sono le donne per Miller? Esseri in carne e ossa capaci di regalare piacere, ma anche e soprattutto compagne di viaggio o di sventura, a volte ferite nell’orgoglio ma sempre capaci di conservare la dignità, eroine di un quotidiano dove si può osare qualcosa. Fra Brooklyn, Big Sur e Parigi, Miller fa delle donne altrettante dee carnali da adorare con un fondo di divertito risentimento, e anche quando, verbalmente, le maltratta un po’, si scorge sempre una certa rabbia per non poterle vincere, una certa malcelata ammirazione per tutto il potere che può esercitare quello che, in fondo, “è nulla, un buco e basta”.
Scrivendo, Miller passa con indifferenza dalla poesia alla prosa, dal perdersi nel suono di una voce leggiadra come una farfalla al toccare vogliosamente un seno prosperoso. E alterna quel crudo realismo che solleva la polvere dagli angoli più bui a un vibrante surrealismo che scorre nelle vene come alcol puro di cui si avverte la forza corrosiva. Uno stile eclettico che enfatizza l’irrequietezza delle donne, la loro fantasia e quel vivere “di pancia” che a suo modo Miller cercava d’imitare.

Un'insenatura sulla costa di Bug Sur

Un’insenatura sulla costa di Bug Sur

FRA PARIGI E BIG SUR

Protagonista di tante sue opere (fra cui Tropico del cancro e Giorni tranquilli a Clichy – quest’ultimo scritto prendendo a ispirazione le fotografie di Brassaï), Parigi lo sedusse con il suo grigio che fu il primo ad apprezzare e a dedicarvi un appassionato incipit. Visse la città da giornalista squattrinato (corrispondente per il Chicago Tribune) non troppo assiduo Nel lavoro, con amici scrittori persino più pigri e disordinati; la visse, è il caso di dirlo, alla nottata, come un amante curioso. La sua non è la Parigi da cartolina, ma una città dell’anima che a volte nemmeno i parigini riescono a trovare, fatta di cortili in ombra, caffè scalcinati, equivoci cabaret, e quella stupenda Place des Vosges che diventa uno scrigno di ricordi. Una città dove cialtroneggiare in libertà, piacevole perché lì “la vita ti scova nei posti più strani e reconditi”, e capitava che quello sgangherato appartamento di Clichy venisse invaso in piena notte da ballerinette e cameriere raccattate dopo una notte di fregola; non si arrivava necessariamente al sesso, spesso ci si limitava a trovarsi (pirandellianamente parlando), a scambiare frasi pungenti, a provocarsi, a ingannarsi a vicenda. E quando entrava in scena il sesso… erano accoppiamenti arruffati come combattimenti di galli, schermaglie di bonaria perversione, non sempre sul “campo di piume” caro a Luis de Góngora, ma anche sullo sconnesso selciato del cortile. Insomma, una giostra degna di qui giorni frenetici, certo, eppure tranquilli, perché vissuti con quella fiducia nel futuro che un po’ è sfida e un po’ è incoscienza.
Da Parigi alla California il passo è lungo, ma Miller fece in modo di ritrovare la stessa atmosfera di tranquillità che lo aveva sedotto all’ombra di Montmartre. Big Sur è quel tratto della costa centrale californiana sconosciuto agli americani stessi, ancora così selvaggio e primitivo da apparire surreale. Miller lo paragona al Giardino delle delizie dipinto da Hieronymus Bosch, e gli dedicherà un’elegia in Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch: qui tutto diventa femminile (donna come me, verrebbe da dire citando Curzio Malaparte), a cominciare da quella natura tutta da scoprire e decifrare. È un luogo dell’anima dove Miller trovò la pace della mezza età e divenne più poetico, indulgendo sul passato. Ma non diminuì il suo bisogno di avere a fianco una donna, e quella relazione con la molto più giovane Brenda Venus (fattasi apprezzare anche sui mitici paginoni centrali di Playboy) confermò il suo carattere di bon viveur, ma anche di uomo sensibile che cercava di leggere nell’anima della dolce metà, come dimostrano le appassionate lettere che i due si scambiarono. Decisamente, Miller seppe rendersi interessante anche la vecchiaia.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli

Niccolò Lucarelli

Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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