Lettere dal fronte domestico: la testimonianza da New York di Alessandro Facente

Clara Tosi Pamphili invita gli intellettuali “in isolamento” a scrivere una lettera in questi giorni difficili dovuti all’emergenza coronavirus. Uno spazio di condivisione di idee, pensieri e speranze

Alessandro Facente e Andrea Nacciarriti_allestimento 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market], 2019 foto di Mark Power
Alessandro Facente e Andrea Nacciarriti_allestimento 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market], 2019 foto di Mark Power

In questi giorni difficili, nei quali tutta l’Italia è bloccata, i musei sono chiusi, i luoghi di ritrovo scomparsi, a causa dell’emergenza Coronavirus, l’isolamento fisico necessario a proteggerci è indispensabile ma non deve limitare le nostre relazioni emotive, ancora più importanti per sostenerci l’un l’altro. Per dare un segno della nostra volontà di stare insieme abbiamo chiesto a tanti intellettuali di scrivere una lettera che dica cosa si sta facendo, che libro si sta leggendo o rileggendo, che racconti le difficoltà, le scoperte e le riscoperte. Dopo la prima lettera scritta da Antonio Mancinelli, Caporedattore di Marie Claire, sono seguiti i dispacci della giornalista e critica d’arte Alessandra Mammì,  della curatrice Domitilla Dardi, dell’architetto Antonio Forcellino, della corrispondente dalla Spagna di Artribune Federica Lonati, della curatrice e docente IUAV Maria Luisa Frisa, del critico e curatore Gianluca Marziani. A raccontarci la sua quarantena, adesso, è il curatore Alessandro Facente da New York. Ma aspettiamo tante altre lettere dal fronte domestico (Clara Tosi Pamphili).

Qui, a New York, come altrove, l’emergenza coronavirus ha radicalmente cambiato la nostra esperienza della quotidianità ora che è concentrata, quasi del tutto, all’interno delle nostre case. Nel mio caso, nello studio/appartamento nel quartiere di Bedford –Stuyvesant a Brooklyn. Sebbene generalmente tranquilla, la strada dove affaccia la mia bay window questi giorni ha un silenzio insolito, a tratti rotto dal via vai delle sirene delle ambulanze sempre più frequenti. Alcune volte le si sentono in lontananza – come ora che scrivo -, mentre altre da più vicino, quando passano qui sotto raggiungendo il mio isolato. Ciò contribuisce a mantenere costante uno stato di preoccupazione.

Alessandro Facente
Alessandro Facente

IL CORONAVIRUS A NEW YORK

L’arrivo a New York del Covid19 ha funzionato come una sorta di filtro capace di far apparire questa città inospitale, o per lo meno, come non lo è ancora stata per me. In realtà, nei dieci anni che ho trascorso qui, è stata tutto il contrario. Mi auguro che il nuovo stato di cose non la faccia cambiare. L’abituale vitalità, il ritrovarsi in luoghi affollati, sono istinti che si sono spenti nell’istante in cui i vari provvedimenti di social distancing sono stati indetti dal governatore dello stato di New York, Andrew Cuomo. Un articolo apparso sul sito della CNN il 22 marzo a firma di Ray Sanchez, ricorda che, con lo sconvolgimento del programma scolastico, l’interruzione dei viaggi, dell’intrattenimento, del lavoro e del commercio, questo virus sta cambiando lo spirito della città nella stessa misura in cui era accaduto quasi vent’anni prima dopo le tragedie dell’11 settembre. Oggi come allora, ci ricorda Cuomo in una citazione riportata nell’articolo di Sanchez, a New York cambiò tutto, compresa la nostra prospettiva sul mondo, e soprattutto sulla sicurezza. La presente condizione globale di instabilità in cui siamo precipitati e che ci tiene sospesi, mi ha fatto pensare al concetto di “stasi” di cui discussi con l’artista Andrea Nacciarriti durante la preparazione del nostro progetto 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market], la sua l’installazione architettonica immersiva che curai all’interno della storica sede dell’Essex Street Market prima della sua distruzione. Insieme ad una serie di interventi più mimetici che seguivano la logica della sottrazione dell’identità più riconoscibile di questo storico mercato al chiuso nel Lower East Side (come la rimozione della luce naturale, il disallestimento dell’infografica del mercato, ecc.), Nacciarriti ha installato un countdown su di un bancone, uno qualunque tra i vari presenti all’interno della struttura. Il timer era settato per contare i giorni, ore, secondi, e centesimi di secondo che mancavano al 17 novembre 2019, data di chiusura della mostra, e metaforicamente, di cessata esistenza dell’edificio.

Andrea Nacciarriti, 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market], 2019, Visione dell'Installazione. Foto, Dario Lasagni
Andrea Nacciarriti, 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market], 2019, Visione dell’Installazione. Foto, Dario Lasagni

IL PROGETTO CON NACCIARRITI

Scandendo a ritroso il tempo, questo countdown non dava solo la misura della sua progressione ideale, ma anche della sua esistenza come materia sensibile. In una delle conversazioni che Nacciarriti ed io abbiamo avuto mentre seguivo da vicino l’installazione, alla mia domanda su quale logica l’inserimento di tale oggetto (una semplice scatola nera) andava ad agire nella definizione fisica dello spazio, lui rispose candidamente: ”Il countdown toglie il tempo”. Queste parole mi colpirono perché, gli dissi, consideravano i secondi non come entità concettuale, ma vera e propria materia plastica che veniva eliminata, come elementi a perdere di una scultura realizzata per rimozione, dalla massa iniziale che andava man mano a compiersi nel momento della sua finale sparizione. Nel nostro caso, tale materia era la sensazione di sospensione che si provava percorrendo nell’oscurità quello spazio, in attesa del suo smantellamento. L’elemento del tempo era così cruciale nell’economia esperenziale dell’intervento, che Nacciarriti diede precise istruzioni di non permettere alcun accesso nello spazio al momento in cui il timer raggiungesse lo zero. Così facemmo. Al mostrarsi di quel 00 00 00 00 00 si realizzò che nulla era più definibile nel tempo in quanto il tempo stesso non era più percepibile nello spazio. Oggi che tutti siamo davvero in attesa che si esaurisca la crisi pandemica di cui stiamo collettivamente facendo l’esperienza, l’immagine di quell’orologio e della sua sequenza di zeri mi torna in mente sempre con più forza.

Bay Window, Bedford –Stuyvesant
Bay Window, Bedford –Stuyvesant

LA STASI

Ho avuto modo anche in questi giorni di risentire Andrea. Abbiamo parlato ancora della stasi. Nelle tragedie greche il termine “stasi” rimanda allo “stasimo”, cioè, la separazione tra episodi di una storia durante la quale è in sospeso tutta l’attività in scena, e dove un canto e una danza del coro si eseguono a commento di essa. “Nel corso del tempo” precisava Andrea “la funzione del coro divenne sempre meno importante, tanto che in alcuni stasimi di Euripide si ha la sensazione che essi non abbiano reali collegamenti con la trama, diventando delle vere e proprie sospensioni della narrazione”. Lo stasimo di Nacciarriti, relativo all’abbandono di un edificio, richiama, dunque, oggi, quello di una città che pare in disarmo. In questo senso, 00 00 00 00 00 [Essex Street Retail Market] oggi mi appare come dispositivo lenticolare in cui trovo riflessa una sorta di immagine complessa disvelante tutte le crisi dell’essere umano nel suo contesto più o meno circostante, comprese le sue manifestazioni più sublimi, nobili e gloriose, come anche i suoi drammi, ferite, tragedie e degenerazioni. Abbiamo tutti letto in questi giorni, infatti, di grandi manifestazioni di solidarietà nei confronti di chi è più colpito da questa crisi, come anche, al contrario, di attacchi, in tutto il mondo, Italia e USA compresi, verso le comunità di origine asiatica finiti, purtroppo, nel bersaglio dell’odio, l’ignoranza e la discriminazione. Conoscere direttamente, per bocca dei miei stessi amici che li avevano subiti, questi fatti mi ha fatto riflettere sull’importanza di poter esprimere loro la mia vicinanza anche attraverso l’idea stessa del loro sapermi in città, come loro alleato. Insomma, rimanere qui, a New York, ha assunto per me anche un significato più ampio nella logica universale della fratellanza e del nostro affrontare in comunità le grandi crisi che colpiscono le nostre esistenze. Restare, significa, anche se utopicamente, non svuotare la città di alleati, proteggendo, con la nostra presenza, i grandi valori della democrazia, del pensiero progressivo, e della pacifica convivenza. Si rimane, dunque, anche, per praticare “l’umanità”, come dichiara il 21 marzo Cuomo in uno dei sui aggiornamenti quotidiani sull’evoluzione del Coronavirus in città, “Questo è il momento per un po’ di gentilezza. È il momento di sorridere quando passi davanti a qualcuno. È tempo di salutare. È tempo di pazienza e di non lasciare che le piccole cose ti infastidiscono”. Questa è New York al suo meglio”, conclude Cuomo; e questo siamo noi, rimanendo dove siamo, popolando la temporanea stasi che si è oggi manifestata tra chi eravamo prima e chi saremo poi come il coro in sospeso di una tragedia in corso.

-Alessandro Facente

Questa testimonianza di Alessandro Facente è il secondo capitolo della sua serie “Ai Confini del Visivo”, una serie di scritti ispirata alla serie televisiva “Ai Confini della Realtà” che esplorano eventi contemporanei attraverso il filtro delle opere d’arte, le cui espressività formali divengono il pretesto per una utopica/distopica re-immaginazione dei fatti. Il primo capitolo è stato pubblicato qui su Artribune, e tratta della fine del mondo. Lo fa intrecciando il racconto di due produzioni  del 2011 e 2012 dell’artista Gian Maria Tosatti, di una raccolta di polaroid messe insieme dal fotografo Giovanni Chiaramonte, insieme ad Andrei. A. Tarkovsky, e dei fatti relativi alla GBU-43, “La madre di tutte le bombe”, quella sganciata da Trump nel distretto di Achin in Afghanistan il 13 aprile, 2017

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