Jean-Paul Sartre, l’umanista esistenziale

Quarant’anni fa moriva Jean-Paul Sartre, filosofo dell’esistenzialismo e autore di riflessioni che conservano intatta la loro attualità.

Jean-Paul Sartre nel suo studio a Parigi, anni Cinquanta
Jean-Paul Sartre nel suo studio a Parigi, anni Cinquanta

A quarant’anni dalla scomparsa, Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre (Parigi, 1905-1980) resta uno degli intellettuali più importanti del Novecento. Insieme a intellettuali come Vian e Camus, animò la Parigi del secondo dopoguerra e indagò l’essenza dell’umanità. Filosofo impegnato di coerente fede comunista, Sartre si batté per la libertà di colleghi e attivisti che nel mondo erano vittime di regimi dittatoriali. Ma, trascorsa la breve stagione della fantasia al potere, e con il pensiero strutturalista a guidare i radicali Anni Settanta, l’esistenzialismo di Sartre uscì dal dibattito pubblico. Il suo pensiero, però, è più attuale che mai, grazie a un concetto scomodo ma necessario, che si chiama responsabilità.

IL PESO DELLA LIBERTÀ

In estrema sintesi, il pensiero esistenzialista nasce dal senso di disorientamento, confusione o terrore di fronte a un mondo apparentemente privo di significato o assurdo; una condizione avvertita e studiata da Søren Kierkegaard nel primo Ottocento. Sartre, però, anche alla luce di un secolo in crisi come il Novecento, cerca gli strumenti per spiegare quello scenario così tragico, e risale fino all’Umanesimo, cui, con il suo pensiero, fa compiere un ulteriore passo in avanti  rispetto al Rinascimento; ai vari David e Perseo, pensati da Michelangelo e Cellini come conquistatori della libertà, Sartre fa seguire un individuo che è già libero di per sé, in quanto essere razionalmente pensante e dotato di una coscienza, la quale implica la capacità d’azione, di ragionamento, di scelta e si identifica completamente con l’individuo. Che è così obbligato a guardare dentro se stesso, facendo affidamento sulle sue risorse morali, se ne ha.
Tuttavia, a differenza dell’uomo rinascimentale, quello di Sartre non è al centro dell’universo, ma vaga nelle sue periferiche profondità, minuscola particella perduta nell’oscurità. Nel pensiero di Sartre, l’individuo compiuto è colui che riesce a sopportare il peso della responsabilità, ma soprattutto della solitudine nell’universo, ipotizzando la non esistenza di Dio. All’altro capo, Jacques Maritaine, con il suo Umanesimo integrale, forniva una differente visione dell’umanesimo moderno, ovvero quella di una società che raggiunge la libertà e la grazia rifacendosi ai valori cristiani.
Nemmeno per Sartre era facile disimpegnarsi in un dopoguerra difficile, che chiedeva prese di posizione ideologiche, e afflitto dal cancro della società di massa: appoggiò entusiasticamente il marxismo e il maoismo, salvo poi prenderne le distanze. Ma comunque, a differenza di Martin Heidegger, ebbe il coraggio di “scendere in strada”. Di assumersi la responsabilità della scelta.

Alberto Giacometti, Uomo che cammina, 1960. Basilea, Fondation Beyeler © Alberto Giacometti Estate
Alberto Giacometti, Uomo che cammina, 1960. Basilea, Fondation Beyeler © Alberto Giacometti Estate

EROI IN CAMMINO

Con negli occhi il quartiere di Saint-Germain-des-Prés e i suoi viali alberati, il pernod al Café de Flore e le nottate al Tabou con la voce di Juliette Gréco in sottofondo, si potrebbe quasi pensare all’esistenzialismo come a una passeggiata al chiaro di luna, in una fresca sera d’ottobre. Lungi dall’essere un esercizio mondano, il pensiero di Sartre è invece una rigorosa e impietosa analisi sul ruolo dell’individuo, e se c’è un’immagine che la riassume, probabilmente è L’uomo che cammina di Alberto Giacometti; nell’ultima fase della sua carriera, attraverso forme scarne, al limite della brutale freddezza, lo scultore elvetico riuscì a immortalare la condizione dell’umanità contemporanea; in quell’incedere spigoloso si ritrova l’abitudine a guardare le stelle, la determinazione di chi non può permettersi di “cessare di essere libero”. In ragione di ciò, di questo peso da portare, l’individuo di Sartre è un eroe come quello di Georg Baselitz, autore a sua volta di un teatro esistenzialista fermato sulla tela, scaturito da strati e strati di colore che feriscono il supporto così come la schiavitù ferisce l’anima.
C’è un peso morale in questi dipinti, ovvero la difficoltà a trovare un senso nell’esistenza dopo aver constatato quanto in basso può cadere l’umanità; Baselitz è artista radicale, che sottopone la coscienza a un doloroso e approfondito esame, e la sensazione che ne ricava non può essere che il disgusto, apparentabile alla nausea di Sartre e all’amarezza di Camus (che sono poi le medesime di Tomasi di Lampedusa).

VUOTO CONTEMPORANEO

Nell’epoca della civiltà del consumismo, in cui l’individuo non è coscienza ma immagine, nell’epoca delle identità digitali che permettono di pontificare comodamente seduti a casa (persino il Coronavirus ha risvegliato decine di infettivologi, politologi, esperti vari finora nascosti), delle battaglie condotte attraverso qualche rumorosa comparsata in televisione, il concetto di responsabilità è decisamente passato in secondo piano. Per Sartre, essere liberi significa decidere direttamente dei propri atti ed esserne totalmente responsabile. Nell’ultimo aggettivo sta tutta la “scomodità” di un intellettuale che ricerca il senso dell’esistenza nelle azioni, nel loro significato, negli effetti che producono. È infatti l’individuo che con il suo agire dà senso al mondo, un senso che spesso nel Novecento si è però tradotto in violenze e oppressioni sugli altri, in atti di vigliaccheria, in logiche di prevaricazione, nell’idea dell’impunità e (anche a causa di un diffuso relativismo scaturito dal ’68) nella mancanza di coerenza.
Seduti sul divano, rifugiati dietro un profilo su qualche piattaforma social, politici, intellettuali, cittadini medi, siamo davvero lontani dal camminatore di Giacometti e Sartre.

Niccolò Lucarelli

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.