Il collezionista d’istanti. Le riflessioni di Pino Boresta

Viaggiare nel tempo è una delle ossessioni dell’uomo fin dalla notte dei tempi. E se non fosse così difficile? Pino Boresta propone una serie di ipotesi, tra immaginazione e scienza.

Pino Boresta, P.U.A. – Progetto Unghia Arte, 1996
Pino Boresta, P.U.A. – Progetto Unghia Arte, 1996

E.O. – Esistenza Obliterata
Come obliterare un’esistenza?
Come obliterare una vita?
Obliterare un’esistenza!
Obliterare la propria vita!
Ho una vita obliterata.
Oh! Vita obliterata.
Vita

E se il tempo così come lo conosciamo esistesse solo nella nostra testa? Questo è quello che pensano diversi scienziati con teorie sempre meno strampalate. E io che da sempre cerco di capire da dove nasca questa mia ossessione di obliterare la mia esistenza, facilmente riscontrabile in progetti come: P.B.A. – Progetto Biglietto Arte, P.U.A. – Progetto Unghia Arte, R.A.U. – Reperti Archeologici Urbani, R.C. – Residui Corporei e altri che scoprirete strada facendo, non potevo non farmi catturare da nuove ponderazioni e considerazioni.
Avete mai provato a mettere giù per iscritto qualche riflessione o pensiero che vi passa per la mente mentre in auto siete fermi al semaforo, proprio come sto facendo io in questo momento? Vi accorgereste che fareste in tempo a scrivere solo qualche parola, che immediatamente scatta il verde. State certi che se invece foste rimasti fissi a guardare il luccicone rosso aspettando il segnale di via libera, il tempo vi sarebbe sembrato infinito. Ebbene, vi assicuro che è esattamente così, perché io ho scritto un libro intero in questa maniera; un progetto editoriale fermo lì, da decenni. Lavoravo per una ditta di bottoni all’ingrosso, facevo le consegne ed ero sempre immerso nel traffico congestionato di Roma, così ogni qual volta che mi sorgeva una qualche riflessione interessante degna di essere ricordata me la annotavo sull’agenda dove appuntavo anche tutti i miei incontri giornalieri con i clienti. Spesso, però, facevo in tempo a scrivere giusto qualche riga, che zacchete! scattava il semaforo verde, e quindi dovevo aspettare un nuovo semaforo rosso per completare quello che avevo iniziato a scrivere.
Esattamente come la famosa storiella dei due pescatori che si lamentano perché il pentolino dell’acqua sul fuoco, per un buon caffè, non bolle mai, e quando improvvisamente si voltano per tirare su un pesce che aveva appena abboccato, ecco lì che l’acqua gorgheggia alla grande. Questa è una di quelle storielle che ci leggevano, a noi scolari delle scuole elementari, dal libro di lettura. L’altra che ricordo ancora meglio di questa è quella del “Gomitolo d’oro” (che sotto vi riporto) che è poi diventata la fiaba didattica da me utilizzata per spiegare il senso del tempo ai miei tre figli nei loro momenti di crisi adolescenziali, ma anche di dolore.
Ora! Mi sono sempre chiesto se sia un caso che di tante storie (o brevi fiabe) lette in quegli anni le uniche che ricordo siano proprio queste due che prendono in esame lo scorrere del tempo. Un’ossessione quella del tempo che era già scritta nel mio DNA, oppure sono state queste prime letture a stimolare questa mia ossessione? Ossessione che ha poi dato vita e forma a molti miei progetti, alcuni dei quali citati in precedenza.

Pino Boresta, P.B.A. – Progetto Biglietto Arte, 1995
Pino Boresta, P.B.A. – Progetto Biglietto Arte, 1995

ALGORITMI PREDITTIVI

Per questo motivo, quando ultimamente ho letto che all’Università di Bonn un gruppo di informatici capeggiati da Jurgen Gall è riuscito a mettere a punto un software con il quale si possono elaborare degli algoritmi predittivi che, anticipando fino a qualche minuto il comportamento umano, riescono a predire il futuro, non ho potuto che rimanerne affascinato. L’idea che questo possa essere non la porta, ma almeno la finestra per cercare di fare dei viaggi nel futuro mi ha eccitato a tal punto che ho sentito la necessità di lanciare i miei pensieri alla ricerca di qualche ragionamento, di qualche riflessione che potesse essere utile come indagine di studio per aiutare un software di tal genere, o che perlomeno tracciasse una qualche linea di ricerca che valesse la pena di essere approfondita. Lì per lì non sono approdato a nulla di concreto, ma la risposta è arrivata qualche giorno più tardi mentre annotavo su una delle mie agende l’ennesimo déjà-vu. Un’altra di quelle mie manie che pratico da circa tre decadi. C’è chi annota i propri sogni, io mi appunto déjà-vu. Déjà-vu che sono sparsi qua e là su varie agende che spero un giorno di riuscire a ordinare e raccogliere in un unico testo. Anche questo un altro dei miei forse inutili progetti editoriali, come quello top secret già pronto, ma in stand by dal 2003 per mancanza di un editore dal titolo Il collezionista d’istanti, che nessuno si azzardi a rubarmi il titolo.

DÉJÀ-VU E COMPUTER

Ora, tornando al software che riesce a predire il futuro del comportamento umano, questa è stata la risposta che mi è stata suggerita da una delle mie molteplici manie: ho pensato che potrebbe essere interessante studiare gli effetti e le cause dei déjà-vu, in quanto questi potrebbero nascere e sorgere grazie a degli algoritmi intuitivo-emotivi che ognuno di noi possiede naturalmente, e di cui io ho già scritto molto. Infatti, ciò che tento di fare ogni volta che ho un déjà-vu è quello di cercare di indovinare cosa mi succederà subito dopo, e soprattutto se sarà un avvenimento positivo o negativo. Ecco io ho un sacco di appunti al riguardo, quindi ora dovrei solo farlo sapere a Jurgen Gall. Ok! Ok! Forse mi sono montato la testa. Ma vi voglio rendere partecipi di un’altra mia scoperta, anzi forse sarebbe più giusto dire deduzione.
Vi siete mai accorti di tutte quelle volte che con il vostro PC avete fatto un viaggio nel tempo? Infatti, mentre scriviamo con “word” se non siamo convinti di come la stesura del testo sta prendendo forma, abbiamo la possibilità di copiare l’ultima parte (o la parte dell’elaborato che ci interessa), e semplicemente cliccando sul comando “Annulla digitazione” possiamo tornare indietro a nostro piacimento a un momento precedente della costruzione dell’elaborato e lì incollarlo ricominciando a scrivere da quel punto. In sostanza inseriamo una parte della costruzione di un elaborato che stavamo compiendo nel presente in un momento passato dell’elaborato stesso. Ebbene, non abbiamo così fatto un viaggio nel tempo? Un viaggio all’indietro? Per cui, per viaggiare nel tempo, quello che, forse, dovremmo fare è concentrarci su come selezionare l’ultima parte della nostra esistenza; cliccare “copia” (non “taglia”, altrimenti rischiamo di cancellare l’ultima parte della nostra vita inibendoci la possibilità di tornare indietro) e cercare il comando della digitazione (quella che in “word” è in alto a sinistra) denominata “Annulla digitazione” e cliccarci su. Così facendo, torneremo indietro fino al giorno della nostra vita che ci interessa e a quel punto facciamo “incolla”, e il gioco è fatto. Ora detta così potrebbe sembrare un’assurdità, ma questa è solo una semplificazione teorica, che, secondo me, se ci concentriamo e lavoriamo insieme, possiamo trasformare in qualche assioma di fondo che potrebbe essere utile alla causa di noi dannati ossessionati dalle teorie del tempo. Sia ben chiaro, non voglio costringere nessuno, è giusto un’idea ispiratami da quello che scrive Carlos Castaneda: “Siamo esseri viventi; dobbiamo morire e rinunciare alla nostra consapevolezza. Però se potessimo cambiare, anche solo una sfumatura, un filo, che misteri ci attenderebbero! Che misteri!”.

Pino Boresta

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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.

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