Inaugurata il 16 marzo presso la Xavier Hufkens Gallery, una delle più importanti gallerie di Bruxelles, l’ultima mostra di Alessandro Pessoli si intitola “Like A Free Life”. Di questo e di altro abbiamo parlato con l’artista, classe 1963, originario di Cervia.

È possibile eseguire un carotaggio della mutazione della tua produzione in base ai luoghi in cui hai vissuto e tuttora vivi?
Sicuramente il posto dove si vive ha un grande influsso su quello che si fa, è un processo inevitabile. Quando vivevo a Milano la palette dei miei dipinti era molto più cupa, mi sentivo in sintonia con Sironi, ritrovavo in lui il cielo grigio di Milano, certi colori sporchi, fumosi, una sorta di tristezza, ero emotivamente legato alla Milano dell’inizio del secolo piuttosto che a quella del boom industriale o alla Milano contemporanea della moda e del design.
Verso la fine degli Anni Duemila s’intravede l’inizio di una nuova fase, i dipinti hanno colori più accesi, pieni, usavo molto le bombolette spray, lo stencil insieme alla pittura a olio, oppure lavoravo con la ceramica smaltandola con colori brillanti.

In America poi è successo qualcosa.
Trasferendomi a Los Angeles nel 2009 questa nuova fase ha avuto una spinta ulteriore. Nella percezione che ho di questa città c’è una forte componente visionaria che alimenta il mio lavoro. I colori sono diventati ancora più forti e luminosi, le figure, che mantengono ancora legami con il mio Paese, sono come sospese, isolate, fluttuanti. Sono sempre più presenti riferimenti della mia vita quotidiana e la mia immagine, il mio autoritratto ha occupato un grande spazio, è una sorta di attore che recita molteplici differenti identità.
Ho recuperato un gusto per la Pop Art e i dettagli fotografici, che in Italia non era presente. In molti dipinti recenti uso la serigrafia stampando direttamente sulla tela dipinta, credo che tutto questo sia il riflesso della mia nuova condizione.

Alessandro Pessoli, Like a free life, 2018. Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels
Alessandro Pessoli, Like a free life, 2018. Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels

Assassini che mangiano è un’opera che mi ha sempre dato da pensare. I due soggetti, mentre pasteggiano, sembrano colti da qualcosa che ne cattura l’attenzione, forse la TV, ma il loro abbigliamento, uno è in divisa, li colloca in un’epoca andata, non specifica, un dopo guerra incerto e magro. È un’opera intensa per il senso di paura ambiguo e nascosto che riporta a un’idea di male con tutte le sue mille sfumature.
Assassini che mangiano è il ritratto di Albert Speer e Hermann Goering, le immagini le ho ricavate da due foto scattate al processo di Norimberga, credo lo stesso giorno perché entrambi mangiano con le stesse posate e allo stesso tavolo. La faccia di Goering l’ho pasticciata in una sorta di muso scimmiesco mentre Speer l’ho ritagliato come fosse di cartone, in fondo era un architetto che creava facciate, anche Goering era un amante dell’arte che ha saccheggiato collezioni private e musei, insomma a farla breve entrambi erano legati alla cultura e all’arte eppure…
Dopo i loro immensi sogni di potenza eccoli che mangiano minestra al loro processo, sapevano benissimo che sarebbero morti.

Cosa ti aveva colpito di queste foto?
Nelle foto mi facevano tenerezza, se non pensi alle responsabilità vedi solo due povere persone perdute come milioni di altre in quel momento. Non c’è un vero giudizio morale che è troppo scontato, piuttosto una sospensione per fare affiorare altro. È difficile riconoscerli, solo la didascalia li definisce come assassini.
Per questo dipinto ho dovuto scrivere un piccolo testo di spiegazione. È stato comprato per la collezione di una università americana e appeso all’interno dell’edificio. Uno studente di colore si è risentito del fatto che una delle due figure ha, appunto, il viso scuro. In qualche modo l’ha identificato con i tratti somatici della sua razza, infastidito perché ha pensato che fosse una sorta d’ironia razzista e discriminatoria, allora il rettore mi ha chiesto un chiarimento, delle note per capire di cosa si trattasse veramente e sistemare la polemica.
Giusto per non farti sentire solo nella tua curiosità, il dipinto ha una tensione latente non spiegata.

Alessandro Pessoli, Tomorrow Tomorrow Tomorrow, 2018. Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels
Alessandro Pessoli, Tomorrow Tomorrow Tomorrow, 2018. Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels

L’universo iconografico da cui attingi ha confini che sembrano lontani l’uno dall’altro. Nella raccolta Note per la spesa del 1990 troviamo quanto svilupperai in seguito ed emerge il ruolo fondamentale che il disegno ha nella tua ricerca. Mi chiedo cosa in generale ti attrae e in che modo il disegno diviene essenziale alla messa a fuoco del tuo pensiero? 
Il materiale che forma il mio lavoro è solo apparentemente eterogeneo, facendo un elenco sembrano cose distanti l’una dall’altra, ma non è così. Sono gli elementi in cui si muove la nostra vita che formano la mia esperienza intima insieme a quella collettiva.
In Note della spesa del 1990 il disegno diventa la tecnica predominante, in virtù del fatto che il disegno nella sua fragilità e immediatezza riesce a veicolare concetti e sensazioni complesse, di catturare sentimenti e stati d’animo. Quest’opera è un lungo diario fatto di note, piccoli appunti visivi, arte, politica, religione, la quotidianità trovano uno spazio comune, sono messi in comunicazione, formano un unico corpo. Lo considero un lavoro germinale, molti elementi presenti li ho sviluppati singolarmente nel tempo, con diverse tecniche, dalla pittura alla scultura, passando anche attraverso l’animazione. Lavorare su carta è stata la mia tecnica preferita fino all’inizio degli Anni Duemila, soprattutto mi ha permesso nel tempo di accumulare molti stili differenti. Una sorta di anarchia del segno che ancora oggi mi aiuta a non chiudere il mio lavoro in griglie troppo rigide.

Ho visto tempo fa sul tuo profilo Instagram scatti di motori, di carcasse di moto, chopper credo. Sono seguite delle terrecotte la cui forma meccanica muta in un volto, il tuo. Sono bellissime. Di cosa si tratta? Pezzi di ricambio?  
Le ceramiche che hai visto sul mio Instagram non sono parti di ricambio, ma un intreccio fra la fisionomia della mia testa e parti meccaniche, come cilindri o candele d’accensione. Da qualche tempo praticamente tutto quello che faccio è un autoritratto, ma è solo un espediente per giocare con la fantasia, i concetti e i significati, alla fine è più un ritratto sociale quello che esce. Queste teste-motore sono congegni imballati, blow up engine che funzionano solo in modo “fantastico”.

Alessandro Pessoli, Four P, 2018. Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels
Alessandro Pessoli, Four P, 2018. Courtesy Xavier Hufkens Gallery, Brussels

Come s’inserisce Instagram nel tuo lavoro?
Spesso quello che posto in Instagram sono parti di lavoro, cose a uno stadio grezzo, materiali e idee non finite o quasi completate, in fondo a volte più interessanti o aperte dell’opera finita perché ancora appunto in forma fluida, possibilista. Io trovo molto interessanti e intense le cose che le persone realizzano tramite una vera passione, mi ha sempre colpito questa energia genuina con la quale le persone trasformano gli oggetti, vera arte popolare. Questa attitudine non è diversa dalla mia quando comincio a lavorare su qualcosa.

Quale progetto è protagonista della mostra presso la Xavier Hufkens Gallery di Bruxelles?
La mostra non ha un tema o un soggetto privilegiato, non presento sculture o ceramiche, sono un gruppo di nuovi dipinti, solo pittura. Come recita il titolo della mostra, Like A Free Life, quello che ho seguito è il piacere di dipingere, formalizzando le immagini in grande libertà, figure umane e animali, un precipitato di parti anatomiche come occhi, bocche, peni, insieme a frutta, gelati e disegni dei miei figli. La tecnica stessa è un sommarsi di elementi disparati, utilizzo la serigrafia, gli stencil, la copia dipinta in modo fotorealistico di immagini fotografiche, costruisco il dipinto come un collage. Lavori dove intreccio stili pittorici e attitudini differenti. La pittura si condensa nei dettagli descritti in modo realistico ma anche distrugge le forme tornando segno colorato, campitura di colore. Anche i significati riflettono questa ambiguità di fondo, qualcosa situato fra la mia interiorità e la realtà contemporanea, la realtà oggettuale delle cose infiltrata dalla immaginazione, immagini che rispecchiano le fratture e l’instabilità di questo momento storico.

Domenico Russo

Bruxelles // fino al 28 aprile 2018
Like A Free Life
XAVIER HUFKENS GALLERY
107 rue St-Georges
www.xavierhufkens.com

Dati correlati
AutoreAlessandro Pessoli
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Domenico Russo
Domenico Russo è laureato in Beni Artistici, Teatrali, Cinematografici e dei Nuovi Media presso l’Università di Parma. Ha collaborato con il Teatro Lenz e con la Fondazione Magnani Rocca. È impegnato come curatore in una ricerca che lo spinge alla continua scoperta dei linguaggi emergenti dell’arte contemporanea.