Aspettando la Biennale di Yinchuan. Il racconto di Cristiana de Marchi (II)

Prosegue la narrazione di viaggio dell’artista italiana presente all’inedita Biennale di Yinchuan e ospite di una residenza che mette in campo temi delicati: dai rischi ambientali al dialogo con il territorio fino alla convivenza stessa tra gli artisti.

Artists' village, Yinchuan
Artists' village, Yinchuan

LA VITA NEL VILLAGGIO
Erano anni che non ascoltavo tanto Richard Clayderman, specie in un’improponibile combinazione con una pessima registrazione di Per Elisa. Le prove di filodiffusione iniziano la mattina presto: altoparlanti e videocamere di sorveglianza sono ovunque, nell’Artists’ Village che meno di ogni altro somiglia al Village quanto più si apparenta a un resort di lusso cui mancano solo un centro sauna e massaggio (almeno per ora, e forse non per molto…).
Un soffuso senso di controllo permea la percezione del quotidiano: dalla mensa, che impone ritmi imprescindibili, allo shuttle che costituisce il nostro unico collegamento con la città, al sottofondo musicale, senza dimenticare le continue intrusioni di stagisti il cui compito è accertarsi circa il nostro livello di soddisfazione.

LA BIENNALE E I SUOI ARTISTI
Su 72 artisti invitati 12 sono cinesi, in omaggio all’ospite; sette sono indiani, in ossequio al curatore, e ben 13 sono “arabi” (residenti o appartenenti alla diaspora), probabilmente in ragione di qualche ricca sponsorizzazione, come malignano i più critici.
Quattro appartamenti con annesso studio sono occupati da Benitha Perciyal e Valsan Koorma Kolleri (India), Alke Reeh (Germania) e Mohammed Kazem (Emirati Arabi), oltre a quello che occupo io, nel quale una minuscola scrivania costituisce l’unico arredo e il gigantesco spazio non avrà occasione di riempirsi granché vista la natura della mia pratica e il progetto che intendo sviluppare. Essendo la biennale direttamente ispirata da preoccupazioni ambientali, buona parte degli artisti invitati in residenza – una residenza, come accennato, dichiaratamente produttiva – si cimentano con l’habitat locale e puntano alla realizzazione di installazioni site specific, anche incoraggiati dagli splendidi scenari, poiché l’Artists’ Village è situato in un’oasi naturalistica alle sorgenti del Fiume Giallo.

MoCA Yinchuan
MoCA Yinchuan

KOLLERI E REEH
Valsan Koorma Kolleri sta creando una serie di monumentali strutture realizzate in materiali naturali (canne, argilla, erba) il cui livello di indefinitezza, caratterizzate come sono da aperture/squarci abbinati a una conca che sembra offrire riparo, autorizza una lettura sia in termini di tenda che di nido, in entrambi i casi uno spazio-rifugio, quasi un ventre.
Anche Alke Reeh si cimenta per l’occasione con il tema della tenda, realizzata in tessuto a seguire un itinerario labirintico: l’installazione consiste in una serie di strutture su scala ridotta, il cui ingresso è quindi precluso, che si intersecano a creare un percorso di fatto non sperimentabile. Se il rimando è alle decorazioni in stucco delle moschee, tema su cui la Reeh si è diffusamente espressa, la sensazione iniziale è quella di una castrazione, di un’esperienza negata. Ma potrebbe forse trattarsi, in termini meno affrettatamente negativi, di una riflessione sulla funzione puramente decorativa dell’arte, su una sua mancata incidenza in funzione di un cambiamento a livello socio-politico, pensiero che mi accompagna mentre Alke mi mostra la location dove si ancoreranno le sue opere.

Artists' village, Yinchuan
Artists’ village, Yinchuan

KAZEM E IL MARE
Poco lontano, il lavoro di Mohammed Kazem affiancherà quello di Robert Montgomery – quest’ultimo già installato dal team del MoCA Yinchuan: una installazione neon che recita “The Birds return without video-taped memories. The sea has no name for China or even for America. The sea has no name even for itself” (“Gli uccelli ritornano senza memorie videoregistrate. Il mare non ha nome per la Cina né per l’America. Il mare non ha nome neppure per se stesso”).
Kazem sta lavorando a un’installazione che fa parte della serie Directions (ricordate il padiglione degli Emirati Arabi alla Biennale di Venezia 2013, l’igloo che riproduceva la sensazione di vertigine derivata dal fatto di sentirsi persi in mezzo al mare?).  Standing on Water (titolo provvisorio) si compone di coordinate intagliate in legno e poste a flottare sullo stagno che rappresenta un punto focale dell’ecosistema locale. L’ambizione a camminare sulle acque è qui incarnata dalle coordinate registrate da Mohammed Kazem in prossimità del laghetto e gettate in acqua a simboleggiare la sua presenza in un luogo cui non è ammessa l’umana presenza.
Suona la sirena e parte il messaggio registrato di allerta: mi guardo intorno per capire il livello di preoccupazione generale. Nessuno sembra prestare caso a quello che interpreto come un esercizio di efficienza che pare lasciare tutti indifferenti. I paradossi della filodiffusione in salsa cinese!

Cristiana de Marchi

Yinchuan // dal 9 settembre al 18 dicembre 2016
Yinchuan Biennale – For an Image, Faster Than Light
a cura di Bose Krishnamachari
MOCA
No.12, HeLe Road
Xingqing District

+86 (0)951 8426106
www.moca-yinchuan.com

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Cristiana de Marchi
Nata a Torino nel 1968, da oltre un decennio Cristiana de Marchi si è stabilita in Medio Oriente dove vive e lavora (Beirut, 1998-2006; Dubai, dal 2006 ad oggi). Specialista in arte e archeologia, ha collaborato con varie istituzioni culturali (fra cui Istituto Italiano di Cultura in Libano; Musée Archéologique, Beyrouth; Archaeology Museum, Sharjah, UAE; Fondazione The Flying House, Dubai) e insegnato presso università italiane e straniere (Politecnico di Torino; Université Saint-Joseph, Beyrouth). Scrittrice e artista, conduce da anni una ricerca personale in ambito creativo, oltre a pubblicare contributi su riviste d’arte contemporanea italiane e internazionali.