Economia, tutela del lavoro, arte contemporanea. A che punto siamo in Italia?

Quello dell’arte contemporanea, in Italia, è uno degli ambiti in cui i lavoratori sono maggiormente in difficoltà, specie dal punto di vista contrattuale. Quali potrebbero essere le soluzioni?

MUSE, Trento. L'esibizione del coro A Bocca Chiusa, LIS
MUSE, Trento. L'esibizione del coro A Bocca Chiusa, LIS

Malgrado siano molte le persone che sostengono che la nostra arte contemporanea sia in buone condizioni, in realtà ci sono altrettanti segnali che, nel nostro Paese, evidenziano qualche debolezza strutturale. Non è certo questo il tempo più adatto per fare analisi sulla base di dati che ovviamente risentirebbero dei crudi effetti del Covid e delle restrizioni a esso correlate. Al di là del numero di visitatori, tuttavia, l’arte contemporanea si presenta come un segmento di mercato, e, in quanto tale, può essere analizzato non solo con il numero di spettatori, ma anche nelle sue dimensioni più strutturali, come ad esempio le dimensioni occupazionali, i flussi economici, il numero di operatori.
È in questo quadro che si inserisce la ricerca condotta da AWI – Art Workers Italia sul mercato dell’arte contemporanea finalizzata ad analizzarne le dimensioni occupazionali. I risultati di tale ricerca, come molti sospetteranno, sono poco incoraggianti e hanno sicuramente il pregio di definire un perimetro di ragionamento che, prima o poi, sarà necessario avviare in modo sistemico.

ARTE CONTEMPORANEA E LAVORO

Stando ai dati, in pratica, l’arte contemporanea è un settore in cui l’80% dei lavoratori è costretto a cercarsi un doppio lavoro. E non sempre in ambito artistico. Ancora, sempre stando ai dati, l’arte contemporanea è un settore in cui quasi la metà dei lavoratori percepisce contributi inferiori ai 10.000 euro annui, con forme contrattuali che vedono il contratto di lavoro dipendente come una forma sostanzialmente residuale (circa il 23%), a favore di altre forme come stage (1%), volontariato (2,6%), Co.co.co. (4,4%), lavoro nero (6%), altro (6,6%), prestazione occasionale (19,7%), Partita IVA (36,2%).
Volendo quindi aggiungere ai numeri un po’ di colore, abbiamo una generazione di aspiranti lavoratori nel mercato dell’arte, tra artisti, professionisti e tecnici, principalmente formati in contesti accademici e in molti casi con esperienze accademiche internazionali, e che poi tornano alla loro cara Italia per poter lavorare senza un contratto di lavoro stabile, con un reddito di lavoro annuo che non consentirà mai di recuperare gli investimenti sostenuti durante il percorso di studi. Più che un’analisi di settore, questa ricerca sembra un epitaffio.
E sembra un epitaffio anche se consideriamo ciò che tutti sappiamo ma che molto raramente vogliamo ammettere sull’arte, ovvero che l’arte è un mercato opaco. Che è un modo molto carino e tecnico per indicare che l’arte è un sistema economico non trasparente.

Il lato di tutela dei lavoratori è importante, ma le condizioni che attualmente definiscono il mercato dell’arte richiedono che, prima ancora di interventi correttivi sul lato occupazionale, si debba favorire l’estensione del mercato stesso”.

Pur tenendo in mente tale condizione, però, è chiaro che questi numeri, pur parziali, pur riferiti a un sistema non trasparente, riflettono una struttura di mercato debole, caratterizzato da un eccesso di offerta di lavoro (i lavoratori) rispetto alla reale domanda (galleristi ecc.), condizione che consente a questi ultimi di poter avviare collaborazioni più vantaggiose rispetto a strutture di mercato maggiormente regolate e/o con un rapporto diverso tra domanda e offerta. Ma non si tratta solo di questo: si tratta anche di un mercato debole sul lato dei ricavi e dei margini, caratterizzato da un’aleatorietà di sistema molto elevata e da un sistema fiscale che tende a ridurre la rilevanza che in realtà questo settore ricopre all’interno della produzione di cultura. Si tratta di un mercato che quindi tende a essere eccessivamente concentrato, perché si rivolge ancora a segmenti di nicchia, rappresentati dai collezionisti e non a una popolazione ampia, nonostante il livello dei prezzi per le opere di artisti contemporanei abbia subito un calo considerevole.
Stiamo parlando, in breve, di un mercato che ha sicuramente difficoltà strutturali, e che necessita un’attenzione su tutti i versanti: il lato di tutela dei lavoratori è importante, ma le condizioni che attualmente definiscono il mercato dell’arte richiedono che, prima ancora di interventi correttivi sul lato occupazionale, si debba favorire l’estensione del mercato stesso.  Senza una crescita reale del mercato, il rischio è che introdurre maggiori tutele per i lavoratori potrebbe sortire effetti opposti a quelli desiderati, favorendo ancor più il ricorso a forme contrattuali poco ortodosse, se vogliamo restare nell’alveo del politicamente corretto.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.