Lo storico della medicina Gilberto Corbellini inaugura la serie di saggi pubblicati sull’ultimo numero del nostro magazine. Una riflessione sui grandi “dopo” della Storia nel momento in cui ci troviamo a fare i conti con una emergenza sanitaria epocale.

Domandarsi come sarà il mondo al termine della pandemia, quali traiettorie prenderà, a partire dal momento in cui saranno in parte o del tutto abbandonate le misure anti-Coronavirus, è un esercizio di immaginazione largamente speculativo. Troppe informazioni mancano e troppe variabili, localmente e globalmente, cambieranno nei prossimi mesi/anni, per fare previsioni dotate di qualche base probabilistica. Si sente spesso dire che prima o poi si tornerà alla normalità, ma la normalità è un autoinganno perché la condizione umana è cambiamento, e la pandemia definirà nuovi confini per una “normalità” che sarà diversa dal passato.
Almeno dalla transizione agricola la nostra specie affronta, con frequenze crescenti, periodiche epidemie e pandemie, ricorrendo a una psicologia, individuale e sociale, che grosso modo è rimasta la stessa per capacità emotive e intuitive di rispondere a minacce e disastri. Tuttavia, il contesto circostante nei secoli è drammaticamente cambiato sotto ogni profilo, cognitivo, sociale, economico, culturale ecc. Nell’età moderna l’economia di libero mercato, la scienza e la democrazia liberale hanno generato un sistema articolato, efficace ma anche precario, di approccio alle incertezze, che ha dimostrato una capacità, mai esistita prima, di mettere sotto controllo la realtà circostante: di questa novità storica, da cui sono scaturite tecnologie meccaniche, energetiche, alimentari, mediche, informatiche ecc., e di quel che via via ha significato sul piano del controllo delle epidemie, si deve tener conto. Così come del fatto che le epidemie possono danneggiare i presupposti sociali ed economici di un mondo fondato sulla conoscenza e la mobilità. Ogni epidemia o pandemia è diversa, in quanto gli agenti patogeni hanno modi diversi di danneggiare le popolazioni che colpiscono, ovvero la capacità di un parassita di circolare dipende da un insieme di condizioni ecologiche che cambiano anch’esse nel tempo.

PANDEMIA, LAVORO E STANDARD DI VITA

Le epidemie e pandemie causavano nel passato il crollo della fertilità e avevano un impatto economico più grave sulle fasce più vulnerabili (biologicamente e socialmente/cognitivamente) e povere della società. Anche in assenza di misure di controllo, le epidemie (insieme a guerre e rivolte) erano fattori di livellamento economico-sociale. Le malattie con morbilità e mortalità elevate riducevano il bacino di lavoratori e liberavano beni immobili, per cui aumentava nell’immediato il potere contrattuale di chi forniva lavoro, riducendo le diseguaglianze e, a causa del decesso dei proprietari, venivano rimessi in circolazione capitali immateriali (abitazioni, terreni ecc.). L’aumento dei salari reali che seguì la comparsa della peste nera è ritenuto uno dei motori del declino del feudalesimo, un momento chiave nell’ascesa dei Paesi dell’Europa settentrionale culminata nella Rivoluzione industriale e nella transizione verso famiglie nucleari e persone che lavoravano in cambio di salari. I salari più alti, che generavano competizione per migliorare le abilità, e la perdita di affittuari, resero più difficile per i signori feudali mantenere il sistema in Inghilterra, mentre nel resto d’Europa i tempi del declino del feudalesimo variavano: le conseguenze della peste dipendevano dal contesto in cui si verificavano. Le epidemie ricorrenti più spesso laceravano comunque il tessuto dell’economia, spingendo la popolazione al di sotto del livello che consente gli scambi e l’organizzazione economica: si perdevano i benefici dell’agglomerazione e la conseguenza era un calo degli standard di vita.
Le pestilenze nelle città tedesche del XVI secolo resero più facile per i riformatori espandere il ruolo dei governi urbani nel fornire scuole e servizi sociali. Profondi cambiamenti istituzionali derivarono dallo shock della peste, come la creazione di burocrazie preposte alla riorganizzazione legislativa del consorzio civile e alla vigilanza sui rischi sanitari, che favorivano il reclutamento di tecnici nelle amministrazioni. Non c’è molto altro di positivo da raccontare sulle conseguenze delle epidemie. L’enorme numero di vittime – si pensi che la popolazione europea recuperò la perdita demografica solo intorno al 1600 e che nel nuovo mondo, nei due secoli successivi alla conquista, scomparve il 90% della popolazione indigena – e il disagio economico e sociale che infliggevano, hanno reso più facile la colonizzazione e il ricorso agli schiavi africani per fornire manodopera. Alcune epidemie in età industriale erano seguite da stagnazione produttiva e inflazione, che erano superate solo quando proprietà e capitale tornavano a circolare. Alcuni studiosi ritengono che dopo gli shock pandemici le persone abbiano anche una maggiore propensione a spendere e ad assumere rischi.
Se sia i salari sia la competizione per il lavoro aumentarono nel passato, nel caso di Covid-19 i decessi riguardano principalmente una fascia della popolazione che non è più attiva. Al limite si può parlare di una diminuzione dei costi del welfare. Il lavoro da remoto potrebbe costituire una nuova modalità per riorganizzare diverse attività nell’ambito del settore terziario.

Influenza Spagnola. Dati ed effetti. Infografica © Artribune Magazine
Influenza Spagnola. Dati ed effetti. Infografica © Artribune Magazine

IL COVID-19 E LA SPAGNOLA

La pandemia del passato più spesso confrontata con il Covid-19 è l’influenza detta Spagnola. Il virus della Spagnola infettò circa un terzo della popolazione mondiale (500 milioni di persone almeno) e causò un numero di morti stimato tra circa 25 e 80 milioni (2,64 milioni di morti in Europa). In realtà, per decenni si è pensato che l’impatto fosse stato ben sopportato, al punto che la Spagnola è chiamata anche l’epidemia “dimenticata”. Per quanto riguarda alcune conseguenze documentate da diversi studi sulla popolazione nordamericana, la Spagnola risultò importante nel dimostrare la capacità organizzativa delle donne nella gestione dell’emergenza, soprattutto in ambito sanitario, provocò un drastico crollo delle nascite che tardarono a tornare ai livelli precedenti per il fatto che era morta propria la parte della popolazione attiva e fertile, ci fu una perdita sul piano della formazione scolastica a causa della chiusura delle scuole e questo comportò una riduzione dei salari medi per quelle coorti di giovani. In Svezia la paura del contagio danneggiò l’attività delle cooperative di consumo e in alcune regioni della Germania, dove era più intensa la radicalizzazione politica, l’adesione al nazionalsocialismo correla con il maggior impatto della pandemia. È stato studiato anche l’impatto sulle coorti in utero durante la pandemia, che pagarono ridotti risultati educativi, tassi aumentati di disabilità, minor reddito, più basso status socio-economico e maggiori sussidi pubblici ricevuti rispetto alle altre coorti di nascita.
Il paragone con la pandemia in corso deve considerare che la pandemia influenzale del 1918-19 si verificò prima che la transizione epidemiologica moderna fosse completata, ovvero quando morbilità e mortalità erano ancora alte e le epidemie di malattie infettive comuni. Inoltre, quella pandemia era dovuta a un virus diverso, che usava per diffondersi le vie di trasporto pubblico ed era particolarmente letale nei Paesi in via di sviluppo, con sistemi sanitari pubblici inadeguati: probabilmente l’India ebbe il bilancio delle vittime più alto al mondo. Gli uomini erano colpiti più delle donne e la malattia era particolarmente fatale, oltre che per neonati e anziani come di consuetudine, per la fascia di età 20-40. L’uso di interventi di sanità pubblica non farmacologici (misure di blocco, mascherine e sostanze ritenute igienizzanti) variava in modo significativo nel mondo e all’interno dei Paesi, ma nessuno fu così lungo o esteso come quelli attuali. Se introdotte con i tempi appropriati, le chiusure riducevano la trasmissione e la mortalità.

IL POST CORONAVIRUS

Non sappiamo come finirà. Il virus è in grado di adottare diverse strategie adattative a fronte delle misure di controllo. Non è improbabile che diventi uno dei circa 200 ceppi di virus che causano solo raffreddore, ovvero potrebbe differenziarsi in varianti che per un certo tempo richiederanno periodiche vaccinazioni. Non sappiamo in quali tempi saranno concluse le vaccinazioni, quale estensione geografica riusciranno ad avere e quanto durerà la protezione immunitaria. Senza dimenticare le incertezze dovute al numero di persone che sceglieranno di non vaccinarsi o non riusciranno a vaccinarsi e così manterranno persistente il rischio di trasmissione. In pratica non è chiaro come si rimetterà in moto la circolazione delle persone e tornerà a livelli efficienti quella delle merci. Il Coronavirus ha impattato diversamente, per morbilità e mortalità, sui diversi Paesi in ragione sia di effetti dovuti alle caratteristiche genetiche del patogeno sia di differenti ecologie geografiche, demografiche, psicologiche e politiche. Le comunità più isolate geograficamente e meno popolate hanno avuto più facilità a controllare l’impatto della malattia, così come Paesi con culture più collettiviste e istituzioni non liberali. In teoria, l’impatto economico e politico di una pandemia dovrebbe essere tanto meno grave in funzione della ricchezza e del grado di avanzamento tecnologico di un Paese, ma il virus ha colpito soprattutto i Paesi occidentali più avanzati, favorendo l’instabilità sociale quando la fase paternalista della gestione non sarà più giustificata o sostenibile.
L’impatto del virus si è avuto soprattutto per la congestione dei sistemi sanitari, in particolare per il fatto che esiste dal 1953 la terapia intensiva, dove si è concentrata quella percentuale più bassa di pazienti a rischio di effetti letali. Praticamente tutta la sanità è stata dirottata per gestire l’emergenza Covid-19 e gli esperti stimano che quando questa terminerà si cominceranno a contare i decessi di pazienti oncologici e cardiovascolari che non hanno potuto ricevere i necessari trattamenti. Nonché si dovrà far fronte all’aumento drammatico di disturbi mentali dovuti all’isolamento, alle tensioni familiari in regime di lockdown, alla perdita di lavoro ecc. Ci si chiede se l’emergenza sanitaria terminerà in modo uniforme per quei Paesi che, a differenza del mondo asiatico dove a parte l’India il virus è stato controllato, si stanno ancora trascinando nelle campagne di vaccinazione con più o meno efficienza, o se alcuni Paesi ne usciranno prima. È più probabile il secondo scenario, e chi ne uscirà prima avrà dei vantaggi strategici sul piano economico, ma forse anche di sollievo sociale e per la psicologia delle persone. Ergo i Paesi che rimarranno più indietro si troveranno a subire anche un vortice di declino dagli incerti sbocchi politici.

Vo’ (Padova), maggio 2020. Photo © Matteo de Mayda
Vo’ (Padova), maggio 2020. Photo © Matteo de Mayda

VIRUS E LIBERTÀ

In quale misura le conquiste sul piano dei diritti fondamentali persisteranno se le pressioni esercitate dal virus premieranno le società o le scelte meno liberali? È forse la domanda più importante. In quale misura le libertà che i governi hanno sottratto saranno interamente restituite? Sull’onda dell’emergenza quasi tutti i Paesi, ma ovviamente con meno problemi in quelli tradizionalmente illiberali, hanno limitato le libertà di movimento, fatto incursioni nelle vite private, usato in modo opaco dati e informazioni, sottomessa l’educazione alla censura ideologica, ecc. Purtroppo, per larga parte della storia, le libertà personali non sono state la norma, cioè non erano previste e le epidemie giustificavano le restrizioni in assenza di altre misure. L’auspicio è che la nuova normalità conquistata progressivamente torni a essere tale, perché il paradosso di questo ultimo anno è che si è fatto credere che il virus si trasmetta a causa di troppa libertà. Che sia così non è provato, mentre è provato che le risorse medico-scientifiche ed economiche per metterlo sotto controllo sono il prodotto storico della libertà di pensiero, di espressione e d’impresa.

Gilberto Corbellini

Articolo pubblicato su  Artribune Magazine  #59-60

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Gilberto Corbellini
Gilberto Corbellini insegna storia della medicina e bioetica alla Sapienza Università di Roma ed è direttore del Museo di storia della medicina - Dipartimento di medicina molecolare. Scrive sull'inserto culturale Domenica de Il Sole 24 Ore e ha pubblicato diversi libri, tra cui: Perché gli scienziati non sono pericolosi (Longanesi, 2009), Scienza, quindi democrazia (Einaudi 2011), Scienza (Bollati Boringhieri 2013); Nel Paese della Pseudoscienza. Perché i pregiudizi minacciano la nostra libertà. Milano, Feltrinelli, 2019.