Prima la censura, poi le bugie, in mezzo il lavorio goffo di dirigenti e vicedirettori per edulcorare i temi del Concertone del Primo Maggio. Un verminaio da sgominare. Intanto però nessun vertice aziendale si è dimesso. E il Governo Draghi sembra intenzionato a riformare tutto fuorché l’azienda di Viale Mazzini

Tendiamo a considerare la Rai come una mera azienda televisiva. Dimentichiamo che per dimensioni, fatturato, numero di dipendenti, produzioni, capillarità, presenza sul territorio e indotto, la Rai è la più grande azienda culturale d’Italia. Quando una grande azienda culturale (oltretutto pubblica) incappa in una situazione come quella occorsa durante il Concertone del Primo Maggio, i vertici rimettono il mandato nelle mani del Governo e consentono all’esecutivo di effettuare nuove nomine. Non risulta tuttavia che Presidente, Amministratore Delegato, Direttore Generale lo abbiano fatto. Non risulta che lo abbiamo fatto neppure i vertici di Rai 3, l’emittente che quest’anno ha ospitato il Concertone e che ha avuto i suoi alti dirigenti protagonisti della querelle col cantante Fedez.

FEDEZ AL CONCERTO DEL PRIMO MAGGIO. UN DISCORSO GOFFO

Intendiamoci sui contenuti in primo luogo: l’intervento di Fedez, da molti applaudito come coraggioso ed efficace, era in realtà goffo e mal scritto. Non per i suoi obbiettivi (nobili perché volti a favorire l’approvazione in Senato di un Disegno di Legge sacrosanto), ma per la strategia e il taglio: in questi casi adoperare il registro del comizio con attacchi frontali ad un singolo partito (magari in Italia il problema dell’omofobia riguardasse esclusivamente Lega!) rischia di essere fuorviante, controproducente e di radicalizzare decisioni che dovrebbero essere prese in serenità. Tuttavia qualsiasi artista – Fedez incluso, specie nel quadro del Concerto del Primo Maggio, organizzato dai sindacati come inno al lavoro e alla libertà – dovrebbe avere il diritto di dire quello che ritiene e non certo di passare dalle forche caudine di un preventivo controllo dei testi in una surreale atmosfera da Min Cul Pop.

FEDEZ E LA RAI. CENSURA PREVENTIVA E BUGIE

Eppure è andata proprio così. Federico Lucia alla fine ha recitato (leggendo, ahinoi) il suo comizio sul palco, ha comunque raggiunto il buon risultato di un’ulteriore sensibilizzazione sul DDL Zan e non ha mancato di segnalare ripetutamente che avrebbero voluto censurarlo. La Rai invece di tacere e lasciar correre ha smentito seccamente e Fedez piuttosto che prendersi del bugiardo ha sferrato il colpo da maestro, questa volta sì dimostrando una retorica e una dialettica niente male: la videoregistrazione della telefonata che – ancorché con qualche taglio di troppo – mette al tappeto l’azienda pubblica e dimostra quanto sia pericoloso per organizzazioni pachidermiche e macchionse porsi in contrasto col secondo più importante influencer del paese (il primo è sua moglie!). Non solo dunque atteggiamento censorio a monte, ma anche menzogne a valle il tutto condito da mancanza di strategia e da improvvisazione. Ogni cosa documentata da filmati di dominio pubblico e dati in pasto ai social. Tempesta perfetta. Ma la cosa non può finire con una semplice “figuraccia” (l’ennesima, peraltro) da parte dell’azienda di Viale Mazzini.

SI SFRUTTI LA VICENDA PER RIFORMARE LA RAI

La vicenda scoperchia un verminaio e sollecita la risoluzione di un problema evidente da anni, importante quasi quanto le questioni toccate dalla Legge Zan e scientemente ignorato dalla politica di ogni colore: la Rai va riformata immediatamente e profondamente. Ed è incredibile che questo Governo abbia in programma riforme significative dovunque fuorché lì. Stiamo parlando di un’azienda culturale che – al netto di produzioni di eccellenza e di aree di indubbia qualità – è ferma in larga parte a modalità operative di sessant’anni fa; un’azienda che legge i testi dei suoi talent per approvarli a monte; un’azienda che ha un suo personale concetto di “opportunità”, una opportunità modulata più sull’interesse dei partiti che sull’interesse degli ascoltatori. Una azienda ancora scandalosamente lottizzata, in un meccanismo di suddivisione di canali e direzioni che ormai abbiamo accettato come normale e ineluttabile da decenni. Un’azienda editoriale che lavora in questa maniera è un’azienda editoriale inattendibile. Una grande realtà editoriale inattendibile, seguita ogni giorno da milioni di persone, è un pericolo quotidiano per la democrazia e dunque va riformata in maniera radicale e tempestiva. Si sfrutti questa incresciosa vicenda per farlo, se non ora quando?
– Massimiliano Tonelli
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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Direttore editoriale del Gambero Rosso dal 2012 al 2021. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune.