Fisco e cultura: facciamo un passo avanti

C’è bisogno di una semplificazione del fisco per la cultura? Ma come e con quali strumenti? Federico Solfaroli Camillocci prende come esempio l’Art Bonus.

Fisco e cultura
Photo Steve Buissinne via Pixabay

Che la cultura abbia bisogno non soltanto di finanziamenti, ma anche di un’efficace politica fiscale di sostegno, è ormai ampiamente riconosciuto. Ma chiedere “più agevolazioni fiscali per la cultura” non basta, occorre anche formulare concrete proposte di intervento.
Severino Salvemini, in un articolo sul Corriere della Sera dell’11 febbraio scorso, chiede un Fisco più semplice per la cultura. Secondo Salvemini, l’attuale fiscalità per la cultura “promuove poco, indirizza male e soprattutto confonde il cittadino con un impianto normativo complicato, disorganico e frammentato, frutto di stratificazioni di norme assommantesi nel passato”. Soprattutto, il percorso è ancora “appannaggio di una élite alto borghese fatta in prevalenza da filantropi e mecenati”. C’è invece bisogno di strumenti più semplici in grado di coinvolgere un pubblico più popolare: occorre “un piano più pop di defiscalizzazione delle spese culturali, c’è bisogno di un click, di un interruttore creativo”. Questo click può essere monetario (ribaltare il costo degli acquisiti culturali sul conto corrente) oppure identitario (partecipazione finanziaria a un portafoglio di iniziative di ristrutturazione o di eventi culturali di prossimità) o anche un click di restituzione sociale (destinazione alla cultura di somme espropriate alla criminalità o recuperate dall’evasione fiscale).

FISCO, CULTURA E SEMPLIFICAZIONE

Salvemini ha ragione. L’attuale disciplina delle agevolazioni fiscali per i beni e le attività culturali risulta molto articolata e quindi di non facile applicazione. In effetti, nel corso degli anni sono state introdotte misure, peraltro di indubbia validità, come la deducibilità dal reddito d’impresa delle erogazioni liberali (cd. Legge Melandri del 2000) o l’Art Bonus (il credito d’imposta del 65% entrato in vigore nel 2014), che si sono aggiunte alle agevolazioni previgenti, risalenti per lo più alla legge Scotti del 1982. Vanno inoltre considerate le variegate disposizioni fiscali a favore delle organizzazioni culturali non profit, recentemente riviste dal Codice del Terzo settore. Ne deriva, quindi, un impianto normativo frammentato di difficile lettura se non all’occhio dell’esperto. È, quindi, il momento di riordinare il sistema, il che potrebbe anche avvenire contestualmente alla riforma dell’imposizione sul reddito, in previsione da anni.
Quanto all’auspicata semplificazione dei meccanismi applicativi delle agevolazioni, va dato atto al legislatore dei progressi fatti negli anni recenti: un esempio evidente è la disciplina dell’Art Bonus, nella quale gli adempimenti burocratici risultano davvero ridotti all’osso. Ciò non toglie che l’evoluzione tecnologica possa portare a ulteriori semplificazioni nelle modalità di pagamento delle donazioni. Perciò ben vengano i “click” auspicati da Salvemini, purché si adottino le cautele formali necessarie per evitare frodi ai danni del fisco.

L’ESTENSIONE DELL’ART BONUS

La crisi originata dall’attuale crisi pandemica e i suoi pesanti riflessi sul mondo della cultura impongono, altresì, di fare un passo ulteriore, rafforzando i benefici fiscali vigenti. La prossima riforma dell’IRPEF potrebbe, ad esempio, essere la sede idonea per prevedere una detraibilità delle spese in cultura, come riproposto recentemente da Giovanna Melandri.
Un ulteriore sostegno al settore potrebbe essere offerto anche attraverso l’estensione dell’Art Bonus, sia sotto il profilo oggettivo, ampliando cioè i casi in cui si può usufruire del beneficio (ad esempio, riconoscendolo per l’“acquisto” di beni culturali, fattispecie oggi esclusa dall’agevolazione, o prevedendolo per il sostegno di giovani artisti), sia sotto il profilo soggettivo, riconoscendo il credito d’imposta anche a favore di beni culturali di proprietà privata, seppure subordinandolo a precise condizioni (es., apertura al pubblico del bene, inclusione del bene in un apposito albo pubblico ecc.).

“La disciplina dell’Art Bonus dovrebbe essere coordinata con le altre agevolazioni fiscali tuttora vigenti, in particolare nel settore dello spettacolo”.

Nel contempo, la disciplina dell’Art Bonus dovrebbe essere coordinata con le altre agevolazioni fiscali tuttora vigenti, in particolare nel settore dello spettacolo. Senza entrare in eccessivi tecnicismi, non si vede, ad esempio, perché debbano godere della sola detrazione IRPEF del 19%, e non del credito d’imposta del 65%, le erogazioni liberali a favore di enti dello spettacolo effettuate per la “produzione” nei vari settori dello spettacolo (art. 15 del Testo unico delle imposte sui redditi).

ART BONUS E CREDITO D’IMPOSTA

In tema di Art Bonus, ci sembra essenziale, infine, che venga introdotta la possibilità di cedere il credito d’imposta, analogamente a quanto già stabilito per altre tipologie di bonus fiscali, il che incentiverebbe le donazioni da parte di quei soggetti, come i non residenti, che non possono utilizzare il credito d’imposta in quanto non pagano imposte in Italia.
Si tratta di possibili linee di intervento, da valutare senza preclusioni per altre soluzioni eventualmente più efficaci, purché ci si muova nel senso di costruire una normativa chiara, coerente e di facile applicazione, e non invece legiferando a colpi di misure sporadiche e scollegate tra loro.

– Federico Solfaroli Camillocci

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Federico Solfaroli Camillocci
Federico Solfaroli Camillocci, tax advisor, già in UniCredit Tax Affairs, si occupa da anni di fiscalità delle attività e dei beni culturali. È autore con Stefano Monti di “Industrie culturali e fisco – Una guida facile” (TAB Edizioni, 2020) e AA.VV., “No tax culture” (Egea, 2017). In passato ha pubblicato con FAG Editore “Le agevolazioni per la casa” e “Agevolazioni fiscali per beni e attività culturali”. Collabora con le riviste tributarie “Il fisco” e “Bollettino tributario”. È autore di reportage di viaggio per la rivista EcoBioGeo.