Uscire dalla crisi, tra fondi in arrivo e territorio

Per riprendersi dalla batosta economica generata dalla pandemia ci vorrà tempo. Ma anche la capacità di investire i fondi in arrivo sul benessere dei singoli cittadini e del territorio. Con politiche rivolte alle piccole imprese e a un uso intelligente delle risorse pubbliche.

Photo Micheile Henderson on Unsplash
Photo Micheile Henderson on Unsplash

Una delle strade più importanti da intraprendere, e con una certa rapidità, è sicuramente rappresentata dalla capacità del nostro Paese di intessere collaborazioni tra cittadini, istituti di credito, imprenditori, istituzioni ed enti locali per dare nuova vita all’insieme eterogeneo di “spazi vuoti” che popolano le nostre città. Riempire “buchi” che costano alla collettività tasse inutili e mancate opportunità di sviluppo. È una delle poche leve attraverso le quali trasformare le grandi misure finanziarie che verranno prese nel prossimo triennio in economia reale.
La maggior parte dei fondi verranno spesi in servizi, in infrastrutture, in sanità, in ristori, in garanzie, in manovre fiscali. Scelte fondamentali, ma che devono senza ombra di dubbio essere accompagnate da interventi in grado di tradurre la moneta finanziaria in moneta reale per poter creare quella leva attraverso la quale moltiplicare gli effetti che tali investimenti potranno avere sulla nostra economia. Non basterà, in altri termini, ottenere tante risorse: bisognerà spenderle in modo efficace oltre che efficiente, ed è su questo equilibrio tra efficacia ed efficienza che si giocherà la più difficile partita dei prossimi anni.
La composizione della struttura imprenditoriale del nostro Paese, così come le scelte aggregate in termini di risparmio, consumo e investimento condotte dai cittadini, individuano uno scenario in cui diviene sempre più importante operare sul territorio, andando ad agire su leve anche psicologiche e immateriali (fiducia da parte di cittadini e imprese, incremento della cultura imprenditoriale ecc.), e in grado di generare effetti di ricchezza reale nella vita delle persone. È un percorso che deve dosare investimenti di lungo periodo e azioni immediate di rilancio dell’economia, perché, forse è il caso di dirlo subito a scanso di equivoci, nella testa di moltissimi cittadini, e di quasi tutti gli imprenditori, c’è la certezza che ogni euro speso nei prossimi due anni ne costerà anche 10 in termini di future tasse.

La composizione della struttura imprenditoriale del nostro Paese, così come le scelte aggregate in termini di risparmio, consumo e investimento condotte dai cittadini, individuano uno scenario in cui diviene sempre più importante operare sul territorio, andando ad agire su leve anche psicologiche e immateriali.

Non basta quindi prevedere un incentivo per ridurre i costi legati all’assunzione a tempo indeterminato quando ci sarà lo sblocco dei licenziamenti: servirebbero misure ben più strutturali, che andrebbero a “bloccare” per tutta la durata del contratto (indeterminato) il costo totale della risorsa. Misure come queste, però, non potranno essere garantite, sia per motivi di costi (si pensi alle implicazioni sul sistema pensionistico che da anni vive in una condizione di precarietà disarmante), sia per motivi di equità intergenerazionale (si pensi a quanto dovranno poi “costare” le nuove assunzioni fra tre anni).

INESTIMENTI E VALORIZZAZIONE DEGLI IMMOBILI

Se non si può agire su questo fronte, allora sarà necessario spingere gli italiani a investire. E, per farlo, sarà necessario anche andare a creare degli sviluppi urbani che permettano di poter “rischiare” in piccoli esercizi di prossimità, in piccole agenzie di comunicazione, social media, marketing, servizi alle imprese. Queste “nuove economie”, spesso sotto-capitalizzate e che si pongono spesso in una logica B2B, per crescere hanno bisogno di alcuni elementi di estrema rilevanza: un bacino di clienti crescente (condizione che si può raggiungere attraverso finanziamenti alle imprese per spese di comunicazione e ricerca e sviluppo, in linea con misure già adottate) e luoghi in cui creare “sinergie” (riduzione degli investimenti per macchinari e attrezzature, riduzione dei costi di affitto, capacità di diversificare i propri servizi attraverso partnership ecc.).

Sarà necessario spingere gli italiani a investire. E, per farlo, sarà necessario anche andare a creare degli sviluppi urbani che permettano di poter “rischiare” in piccoli esercizi di prossimità, in piccole agenzie di comunicazione, social media, marketing, servizi alle imprese.

La valorizzazione del patrimonio immobiliare in sub-uso di pertinenza pubblica del nostro Paese è un’azione attraverso la quale il settore pubblico può agire su più versanti: incremento del valore degli asset immobiliari dei propri bilanci (con tutto ciò che ne consegue in termini di finanza pubblica), incentivi alla creazione di nuove imprese, riduzione delle barriere all’entrata in determinati settori, riduzione dei costi pubblici (in termini di spreco energetico e in termini di manutenzione ordinaria e manutenzioni straordinarie per interventi antisismici o affini), riduzione dei costi di sicurezza legati alla presenza di immobili vuoti (anche nel centro urbano), sviluppo di piccole economie, e crescita dell’offerta di servizi culturali nelle nostre città, grandi o piccole che siano.

IL CASO DEL CINEMA PALAZZO A ROMA

L’acquisizione da parte del Comune di Roma del Cinema Palazzo, al di là di tutte le dimensioni politiche che si possono attribuire a tale scelta, è, allo stato attuale, ancora una scelta “neutra” che, tuttavia, pare muoversi verso queste direzioni. Gli elementi che determineranno la bontà dell’operazione saranno le scelte che l’amministrazione adotterà per l’assegnazione degli spazi: l’introduzione di questa operazione all’interno di una più ampia strategia di riqualificazione degli spazi attraverso la cultura come leva di sviluppo urbano e le modalità di assegnazione dello spazio. Le principali critiche che sono state mosse a tale dichiarazione di acquisizione vedevano nell’operazione un intento di campagna elettorale prima della fine del mandato. A prescindere dalla fondatezza di tali critiche, tuttavia, è un dato di fatto che la pratica che vede un ingente utilizzo di risorse e investimenti pubblici al termine dei mandati politici non sia certo nata oggi, così come è noto che per quanto possa essere classificabile come poco elegante, essa rappresenti un tratto comune a tutte le cariche politiche.
Non possiamo certo oggi pretendere che questo “costume” scompaia e pertanto, non potendolo eliminare, si può agire solo su un fronte: renderlo più aderente ai bisogni della cittadinanza, creando strategie da cui possano trarre benefici tanto i politici quanto la collettività.”

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.