I rischi di Procida, Capitale italiana della cultura 2022

La notizia è stata salutata con entusiasmo, ma l’assegnazione a Procida del titolo di Capitale italiana della cultura 2022 potrebbe avere anche delle ricadute non tutte positive. Ecco quali sono i nodi da sciogliere nell’immediato futuro.

Procida. Photo Archana Reddy via Unsplash
Procida. Photo Archana Reddy via Unsplash

Data la recente introduzione, e dati i tempi del tutto particolari che stiamo vivendo, allo stato attuale non ci sono sufficienti elementi per poter affermare che la Capitale italiana della cultura possa essere un fattore positivo o meno. Guardando all’idea “madre”, vale a dire la Capitale europea della cultura, si può affermare che, in alcuni casi, tale meccanismo abbia generato importante valore aggiunto per la città designata, mentre in altre occasioni tale elezione si è tradotta in un po’ di comunicazione, qualche investimento in eventi e poco più.
Nel caso di Procida, i rischi che l’isola può correre, tuttavia, sono di differente natura, e sono dei rischi che bisogna assolutamente tenere in considerazione: perché, a differenza delle altre città, qui non c’è solo il rischio che la Capitale italiana della cultura possa essere un flop (rischio tutto sommato sostenibile). Il rischio peggiore è, infatti, paradossalmente, che Procida abbia successo. O, meglio detto, che abbia un successo non ben governato.

PROCIDA, IL TURISMO E IL SETTORE IMMOBILIARE

Procida è una piccola isola, con poco più di 10.000 abitanti e con un altissimo potenziale, sia sul versante turistico sia sul versante dell’attrazione di capitali internazionali. Sul fronte turistico, l’isola deve il proprio “potenziale”, oltre che alla posizione, anche al fatto che si presenta ancora come “autentica”, condizione che un flusso turistico più alto di quanto l’isola possa sostenere potrebbe inesorabilmente modificare. Un rischio sicuramente governabile con gli strumenti regolatori a disposizione dell’amministrazione comunale, ma che deve trovare in primo luogo anche la risposta degli abitanti e delle strutture ricettive. Una prassi economica ormai consolidata prevede infatti che una grande domande e un’offerta contingentata spesso si traducano in un posizionamento di alto profilo, così da “massimizzare” i benefici economici sulla base dell’offerta esistente.
In altre parole, con un’offerta turistica in termini di strutture necessariamente limitata ai confini territoriali dell’isola, e alle caratteristiche degli immobili che la caratterizzano, il rischio che l’isola può correre è quello di diventare meta di un turismo “ad alta capacità di spesa”, che a sua volta non può che tradursi in un incremento del valore degli immobili, e questo porterebbe a modifiche di medio periodo nella composizione demografica dei cittadini (basti osservare le dinamiche nella non distante Capri). Con una buona strategia, tuttavia, questo fenomeno potrebbe impattare meno di quanto abbia già fatto in altre realtà piccole e grandi del nostro Paese.

Il rischio peggiore è, paradossalmente, che Procida abbia successo. O, meglio detto, che abbia un successo non ben governato”.

Meno lineare potrebbe invece essere la gestione dei potenziali investimenti diretti esteri, vale a dire flussi di potenziali investitori stranieri interessati a investire sul territorio isolano. Anche su questo versante l’isola presenta un grande potenziale, ma è un potenziale che deve essere gestito con una strategia di lungo periodo, che miri alla definizione di un network di investitori coerenti con le caratteristiche del territorio. Questo punto è molto più delicato, soprattutto nel nostro scenario: ciò di cui l’isola ha bisogno, per il suo sviluppo, non è una logica di tipo meramente finanziario, ma l’adozione di una strategia che sappia guidare i potenziali investitori nella realizzazione di investimenti volti a stimolare l’economia reale della cittadina, senza, tuttavia, porre condizioni troppo stringenti, che possano allontanare i potenziali capitali derivanti da questo “incontro”.

MODELLI DI SVILUPPO PER PROCIDA

E, malgrado “scriverne” sia semplice, trovare questo equilibrio è un processo delicato e difficile, che richiede una visione specifica e concordata non solo all’interno dell’amministrazione o del settore imprenditoriale, ma anche con la cittadinanza e con i piccoli proprietari immobiliari. Richiede conoscenze tecniche e necessità di poter realizzare modelli di sviluppo che sappiano creare connessioni anche con la città di Napoli e con le altre isole dell’arcipelago, per evitare che il fenomeno della “ribalta”, poi, costi troppo, in termini di benessere dei cittadini. Benessere che non si misura soltanto in base alla disponibilità economica.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.