Seconda ondata: serve un piano industriale per la cultura

La seconda ondata di pandemia sta rivelando un serpeggiante sfiducia nel futuro e una mancanza di aspettative/prospettive soprattutto nel settore culturale. Questi sono i motivi che spingono Stefano Monti a suggerire l’elaborazione di un piano industriale per la cultura.

Photo obpia30 via Pixabay
Photo obpia30 via Pixabay

C’è una differenza tra la prima emergenza Covid vissuta a marzo e quella che stiamo attualmente vivendo, ed è sostanzialmente una differenza di “prospettiva”. Nella gestione della prima emergenza, il Governo, i media e i cosiddetti “punti di riferimento” hanno svolto un ruolo di “guida” (chi con risultati visibili, chi con effetti meno evidenti). Oggi, semplicemente, questa narrativa manca. Detto in altro modo, prima c’era un’aspettativa positiva per il medio periodo. Oggi invece, no. Prima le persone sapevano di andare incontro a un momento di crisi, ma era un periodo “limitato”, dal quale l’Italia sarebbe uscita più forte di prima. Questo impatta positivamente su tutti i comportamenti individuali e aggregati: coesione sociale, investimenti, consumi. Non è un caso che l’Italia, Paese noto per l’alta propensione al risparmio, abbia registrato nel secondo trimestre del 2020 un calo dei consumi di lunga inferiore a quello mostrato dal Regno Unito e dalla Spagna.
L’importanza della prospettiva, nei comportamenti aggregati, è già ampiamente dimostrata, ma un esempio banale potrebbe ugualmente essere utile. Avete due amici: il primo è sempre affidabile e non è mai successo che avesse affermato qualcosa senza poi tenerne fede. L’altro no. Progetta, progetta, progetta e poi però fa solo il 10% di quello che dice. Ora immaginate che l’amico affidabile vi dica che vi passerà a prendere alle 20:00 in punto. Sarete pronti per quell’orario, giusto? Probabilmente, a meno che la “puntualità” non sia una vostra caratteristica distintiva, sarà diverso nel caso dell’amico inaffidabile e ritardatario. Bene.

L’IMPORTANZA DELLA ASPETTATIVA PER ECONOMIA E CULTURA

Questo è il ruolo dell’aspettativa nella nostra vita quotidiana. Immaginate che effetti possa avere sui consumi, sugli investimenti e più in generale sul clima di fiducia per il futuro. Se immagino un futuro migliore, allora mi “preparo” di conseguenza: non faccio troppi tagli ai consumi, e, se ho la disponibilità, faccio anche degli investimenti. Se immagino un futuro peggiore risparmio, perché poi quei soldi mi serviranno. In termini aggregati, un’aspettativa positiva o negativa può modificare, anche di molto, il futuro “reale” di un settore. E questo è particolarmente vero (e visibile) nel settore della cultura: settore tra i più delicati del nostro Paese, che nella crisi di marzo si è distinto per proattività e vicinanza ai cittadini e alle scelte del Governo, e che nella crisi di ottobre è stato il primo a mostrare segnali di “rottura” con le scelte adottate.
Ovviamente, non si tratta soltanto di aspettativa, ma, a parità di condizioni, l’aspettativa ha sicuramente un ruolo centrale. È per questo motivo che oggi, più che mai, è necessario presentare un “piano industriale per la cultura”, in grado di affrontare i temi più spinosi della condizione nella quale viviamo, e che permetta al contempo di trasmettere, in modo onesto e trasparente, l’idea di sviluppo che il nostro Paese intende perseguire per tutti i settori che, indistintamente, vengono fatti rientrare all’interno di questo macro-aggregato.
Reclamare un piano industriale per la cultura non significa sottintendere a una visione economicistica della stessa. Significa piuttosto suggerire una modalità di intervento e di programmazione che rinunci, per una volta, ai proclami, e alla politica strillata, e strutturi delle progettualità concrete, tangibili, con indicazioni delle azioni in termini di finanziamenti, diretti e indiretti, con obiettivi formalizzati, e piani di azione annuale aggregati sia per intervento nazionale che per intervento regionale.

Oggi, più che mai, è necessario presentare un ‘piano industriale per la cultura’, in grado di affrontare i temi più spinosi della condizione nella quale viviamo, e che permetta al contempo di trasmettere, in modo onesto e trasparente, l’idea di sviluppo che il nostro Paese intende perseguire”.

Una visione unitaria della cultura, che tenga conto degli aspetti contenutistici, ma anche di quelli economici e legislativi. Un piano che permetta agli operatori del settore di comprendere se, e in qual misura, la loro attività, il loro progetto, le loro aspettative, siano coerenti con il percorso strategico che si intende attuare, così da consentire loro anche di “riconvertirsi”, nel caso in cui ciò dovesse essere necessario, o investire maggiormente in una linea di servizi piuttosto che in un’altra.
Non basta dire che “arriveranno risorse”, ma è necessario formulare ipotesi realistiche relative all’entità di tali risorse, e definire, in modo chiaro, come si intenderà spenderle e investirle. Gli operatori che oggi sono in difficoltà hanno due urgenze: la prima è sopravvivere, la seconda è capire se riusciranno a vivere del loro lavoro o meno.

CONSAPEVOLEZZA E FUTURO

I ristori possono aiutare nell’emergenza, ma l’Italia della cultura ha bisogno di altro, ha bisogno di chiarezza, anche se questa chiarezza può far male. Per un neolaureato, ad esempio, comprendere che ciò per cui ha studiato non sarà fonte, almeno nel breve periodo, di reddito, sarà doloroso. Ma è meglio saperlo prima, così da evitare anni di precariato e ristori che, nel frattempo, gli impediranno di trovare un altro “sbocco” professionale. E questo è vero anche nel caso in cui decida di non rinunciare. Potrà infatti decidere di avviarsi nel settore, ma con una consapevolezza differente e aspettative realistiche.
Oggi l’Italia della cultura ha bisogno di una guida che mostri agli operatori che dietro alle circolari, alle dichiarazioni, dietro agli appelli, c’è una visione. E che questa visione è chiara. Al momento, va detto, questa consapevolezza (e forse anche questa visione), probabilmente, manca.

Stefano Monti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.