Cultura parlata vs cultura praticata

Si fa presto a parlare di audience engagement, gamification e rigenerazione urbana. Ma abbiamo gli strumenti per ottenere i grandi risultati sperati? O forse bisogna ripartire dalle basi?

Slot machine in un casinò. Photo Mayya666 via pixabay.com
Slot machine in un casinò. Photo Mayya666 via pixabay.com

C’è una grande, troppo grande differenza tra la cultura parlata e la cultura praticata.
Da un lato abbiamo i grandi temi. Dall’altro problemi piccolissimi che però migliorerebbero le condizioni di sostenibilità, il livello qualitativo della fruizione, la partecipazione delle persone.
Da un lato abbiamo Faro, l’audience engagement, i protocolli, il soft power, il crowdfunding, la gamification, la rigenerazione urbana. Dall’altro abbiamo musei che staccano il biglietto di carta, che non sanno quando e perché vengono visitati. Da un lato abbiamo le intelligenze artificiali. Dall’altro le stupidità del tutto umane.
Ma non è solo un problema di cultura: si pensi al divario che esiste tra ricerca e industria, tra istituti di credito e PMI, tra “i piani di internazionalizzazione” e “le imprese che non sanno parlare inglese”. Vale dunque la pena riflettere su cosa “meriti” davvero la nostra attenzione, il nostro impegno e i nostri investimenti. Per farlo, è forse opportuno partire da due semplici premesse: la prima è che viviamo in un modo caratterizzato dalla scarsità delle risorse. La seconda è che quando ci si allena per affrontare una corsa, bisogna regolare la propria andatura in modo da essere in grado di poter accelerare il passo anche nelle parti finali.
Sembra un accostamento bizzarro, ma non lo è affatto.

LA CULTURA IN ITALIA

Prendiamo il caso della cultura in Italia. Se c’è scarsità di risorse (e c’è), ogni euro e ogni minuto spesi male causano una doppia perdita: da un lato abbiamo sostenuto un investimento (in tempo, in risorse umane o in denaro) che non ha portato al risultato sperato, dall’altro abbiamo rinunciato a quello che avremmo potuto ottenere investendo quel denaro o quel tempo in qualcosa in grado di generare effetti positivi.
Negli ultimi anni, la nostra storia culturale è stata “piena” di investimenti sbagliati: si pensi a tutti i soldi e a tutto il tempo trascorso per produrre materiali di analisi e di studio sul ruolo della cultura come motore di “soft power” per il nostro Paese; si pensi ai corsi universitari realizzati sull’accountability delle organizzazioni culturali e creative; si pensi allo storytelling, all’audience engagement, alla gamification, e chi più ne ha più ne metta. Quanti convegni. Quante tavole rotonde. Quanti professori ed esperti sono stati pagati da enti pubblici e/o privati per realizzare tali attività. Quanti stagisti hanno preparato le loro slide.
Certo, prese singolarmente, si tratta in fondo di piccole “somme”, ma il discorso cambia se si guarda al fenomeno in modo aggregato. E diviene ancora più rilevante quando a questi temi si associano i “bandi”, le “sovvenzioni” e gli “incarichi diretti”. E si amplifica quando guardiamo alle attività realmente realizzate e che non hanno portato a nulla.

Forse dovremmo rallentare la corsa a chi la spara più grossa e iniziare a fare cose, anche piccole, anzi piccolissime e stupide, ma che ci consentano di avere tra dieci anni una cultura migliore”.

Prendiamo ad esempio il caso della collaborazione tra il pubblico e il privato. Anche questa è stata una grande rivoluzione. Anche questa tematica avrebbe dovuto generare un nuovo assetto all’interno dello scenario economico, sociale e anche culturale. Il “nuovo quadro istituzionale” che avrebbe dovuto disegnare era estremamente sexy: al netto della lingua inglese, dovevano nascere progetti grazie ai quali il pubblico siglava accordi con operatori privati per la realizzazione di investimenti congiunti, con il privato che agiva in condizione di rischio imprenditoriale, e il pubblico che forniva risorse infrastrutturali.
Sebbene siano state formulate in una logica più prettamente industriale, dall’ipotesi di tali collaborazioni sono partite altre grandi rivoluzioni culturali: ed ecco il tema della rigenerazione urbana e il fascino della smart city. Altre tavole rotonde, altri convegni, altri investimenti, per poi scoprire che il problema principale che ha sostanzialmente bloccato molti dei progetti di questo tipo stava nella “difficoltà” di tali progetti, che spesso superava le capacità tecniche e le competenze presenti nelle Pubbliche Amministrazioni, al punto che uno studio condotto dalla European Court of Auditors raccomanda di “non promuovere un più intensivo e diffuso utilizzo dello strumento dei PPP”.
Per capirci, lo studio prendeva in esame 12 progetti realizzati in partnership tra pubblico e privato, cofinanziati dall’Unione Europea, nel settore trasporti e ICT per un totale di 29,2 miliardi di euro. Ed è qui che entra in gioco quella regola di buon senso che richiede al “corridore” di mantenere durante tutta la corsa un’andatura che gli consenta, in qualsiasi momento, di poter accelerare senza essere troppo affaticato.

Quando ci si allena per affrontare una corsa, bisogna regolare la propria andatura in modo da essere in grado di poter accelerare il passo anche nelle parti finali”.

Ritorniamo dunque alla cultura: nei musei si parla di indicatori, anche quando non è mai stato misurato nulla; nelle concessioni per i servizi ci si basa su studi di fattibilità che non vengono concordati con i futuri concessionari; si fanno grandi indagini di audience engagement anche se i musei non hanno a disposizione nemmeno un software per registrare i dati dei visitatori; si fanno piani per il rilancio del turismo, addirittura per la gestione dell’over-tourism, e nel frattempo si ignora che in tutte le nostre città, intorno alle stazioni, pullulano strutture ricettive che sfuggono completamente a qualsiasi statistica e controllo; si parla incessantemente di internazionalizzazione, digitalizzazione, industria 4.0, del ruolo della cultura italiana nel mondo, delle esportazioni a base culturale, mentre la maggior parte delle nostre imprese culturali ha poco più di un dipendente, ha difficoltà ad accedere al credito e spesso non retribuisce nemmeno il “titolare”; si parla di start-up ma si limita l’accesso all’equity crowdfunding, si parla di Internet of Things negli istituti culturali dove non è presente la connessione Wi-Fi.
Che dite, basta per capire che forse dovremmo un attimo rallentare la corsa a chi la spara più grossa e iniziare a fare cose, anche piccole, anzi piccolissime e stupide, ma che ci consentano di avere tra dieci anni una cultura migliore?
Del resto, ogni buon padre di famiglia lavora tutti i giorni, prende uno stipendio e risparmia sulle spese per lasciare qualcosa ai propri figli. Noi della cultura, invece, noi eruditi, noi vati, noi accademici, vogliamo puntare alla lotteria del “grande tema”, imitando, in questo, quei ludopatici che trascorrono la propria giornata di fronte a una slot machine.
Ma bravi.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.