Lo Stato italiano tra politica, cultura e imprenditoria

Le riflessioni di Stefano Monti sulla classe politica e quella finanziaria italiana, sempre più distanti e sempre meno abili nell’innescare dialoghi costruttivi anche nell’ambito della cultura.

Massimiliano Frezzato, Cappuccetto Rosso. Courtesy Lavieri Edizioni
Massimiliano Frezzato, Cappuccetto Rosso. Courtesy Lavieri Edizioni

Sono finiti gli anni in cui gli uomini di Stato erano portatori e rappresentanti di idee di futuro e sviluppo. Sono finiti i dibattiti sui giornali sul senso della democrazia. Il lento degrado dalle idee alle ideologie ha esonerato i rappresentanti politici dal loro ultimo “obbligo”: quello di dover mostrare ai cittadini la propria idea di Stato. Il proprio progetto di futuro. Il tendenziale da raggiungere. Se le idee si sono trasformate in parole vuote, altrettanto i numeri, con la lotteria delle statistiche sciorinate nei talk show.

STATO E CLASSE DIRIGENTE

Quali sono gli ideali di Stato che vengono fuori dalla nostra classe dirigente? Quali sono le reali visioni di “cultura” che emergono dalla scena politica nazionale?
L’attuale situazione potrebbe essere descritta con le parole con le quali Benedetto Croce descriveva la storia politica tra il Settecento e gli albori del Novecento: “Anche allora, del resto, alla ‘corporeità’ che abbiamo detta spiritualizzata, se ne accompagnava talvolta un’altra non spiritualizzata e perciò malsana: e il culto della nazionalità dava qualche segno, in qualche suo torbido apostolo, di trapassare in boria e prepotenza di dominio materiale, o di chiudersi verso gli altri popoli, in una cupa libidine di razza; e il culto della storia e del passato di pervertirsi in insulsa idolatria, e l’attaccamento alle istituzioni esistenti in timidezza conservatrice, e l’osservanza delle forme costituzionali in mancanza di coraggio dinanzi al necessario modificarsi di esse, e la libertà economica in protezione degli egoistici interessi di questo o quel gruppo sociale e così via”.

In questa lotta tutt’altro che nuova i cittadini sono spesso visti come vittime. Nulla di più sbagliato. Sono loro i carnefici che per comodità e svogliatezza svendono la loro attenzione e il loro pensiero”.

La nostra politica è ormai distante da queste riflessioni, che non attirerebbero l’attenzione della massa informe di consumatori che oggi chiamiamo cittadini. È divenuta, sul versante microcosmico, un gioco di voti, e sul versante nazionale una lotta al consenso. Ma il consenso, si sa, non si ottiene con argomentazioni acute, né tantomeno con profonde riflessioni sul futuro. La notizia di oggi che informa che una serie di grandi imprese abbia firmato un documento in cui professa la necessità di un nuovo modello di economia è solo un altro segnale di un processo che sancisce un passaggio che è ormai in atto da anni e che forse per pigrizia, o per convenienza, non è ancora stato reso lampante. Un passaggio che si fonda su una divisione dei compiti sempre più netta tra mondo imprenditoriale e finanziario da un lato, che assume impegni, che guarda al futuro economico e sociale, e la struttura politica dall’altro, che da classe dirigente si è trasformata in classe amministrativa. Questa organizzazione sociale si è ormai quasi del tutto affermata nei Paesi di stampo anglosassone, ma nel nostro Paese mancano imprenditori e poteri finanziari tanto forti da potersi interessare alle sorti del Paese. Ci troviamo, insomma, in una sorta di limbo del tutto spiacevole: con la classe dirigente che appare su TikTok pur di ricevere notizia, e un potere industriale e finanziario che non ha ancora preso le redini e perciò è ancora coinvolto in una lotta per l’affermazione, che richiede una necessità di accaparramento, più che di distribuzione.

IL RUOLO DEI CITTADINI

In questa lotta tutt’altro che nuova i cittadini sono spesso visti come vittime. Nulla di più sbagliato. Sono loro i carnefici che per comodità e svogliatezza svendono la loro attenzione e il loro pensiero. Sono loro l’anello debole del sistema: se il cittadino è in primo luogo un consumatore (e lo è), allora sistema politico e sistema imprenditoriale saranno sempre inclini a fornire al cittadino ciò che vuole, tendendo a fare in modo che divenga sempre più un consumatore assiduo, fidelizzato. Non c’è nulla di male in tutto ciò.
Il politico deve vincere. È il suo lavoro. I poteri industriali e finanziari devono fare in modo che lo “scenario economico e sociale” sia loro favorevole. Anche in questo caso rispondono perfettamente al proprio ruolo. Se vogliamo ancora credere alle fiabe, non sta certo al lupo avvisare Cappuccetto del pericolo. È Cappuccetto che deve capire la differenza tra una nonna e un lupo. Ciò non accade. E in questo limbo che si crea, con poteri ancora non affermati, la nostra classe ex-dirigente e ora amministrativa piuttosto che condurre lo Stato (non ne ha più la forza) sembra piuttosto composta da mozzi che cercano di “mettere una pezza” per far continuare la “barca ad andare”, senza sapere però quale sia la rotta.
Naufraghi, ma senza darlo a vedere troppo, che non è bello nei confronti degli omologhi.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.