Si vuole vendere la Casa dei Tre Oci di Venezia per risanare il bilancio dell’M9 di Mestre?

Il Museo multimediale del ‘900 a Mestre, inaugurato a fine 2018 e di proprietà della Fondazione di Venezia, non è mai decollato del tutto. Oggi, per sanare quel debito che sfiora i 7 milioni di euro, si intravede la possibilità di vendere la Casa dei Tre Oci di Venezia, anch’essa appartenente alla Fondazione di Origine Bancaria.

La Casa dei Tre Oci a Venezia
La Casa dei Tre Oci a Venezia

È stato inaugurato il 1° dicembre 2018, dopo circa un decennio di lavori in corso. L’M9 – Museo multimediale del ‘900 di Mestre, era stato pensato come una grande opera in grado di riqualificare un’importante area in disuso e rilanciare la cultura sulla “terraferma veneziana”. E invece, vuoi per errori di gestione e offerta culturale, vuoi per un apparato tecnologico difficile da sostenere, l’ambizioso progetto non è mai decollato. Gli entusiasmi iniziali, che avevano messo in preventivo un’affluenza di 200 mila visitatori all’anno, si sono scontrati con una realtà differente, registrandone solo 54 mila in dodici mesi, con un’affluenza media di 4500 entrate al mese. Il museo, sostenuto dalla Fondazione di Venezia, di Origine Bancaria, è costato complessivamente 110 milioni di euro; mancherebbero quindi all’appello 10 mila biglietti mensili per garantirne la sostenibilità. Un esborso enorme che al momento non si riesce a recuperare. Tuttavia, i modi per farlo potrebbero essere drastici.

Museo M9, Mestre. Ph. Alessandra Chemollo © Polymnia Venezia
Museo M9, Mestre. Ph. Alessandra Chemollo © Polymnia Venezia

RISANARE LA PERDITA DI BILANCIO DELL’M9, LE PROPOSTE

Secondo la relazione conclusiva degli advisor di DGM Consulting, chiamati ad analizzare la situazione e tentare di porvi rimedio, il problema principale starebbe nella governance del museo, tra sprechi e mancanza di ottimizzazione delle risorse. La proposta di rilancio della struttura consisterebbe in un piano di 9 progetti con impatto sul brevissimo, breve e medio periodo, come: “il ridisegno della struttura organizzativa e di gestione del Polo M9, la ridefinizione dei processi operativi di gestione immobiliare, museale e di eventi necessari per focalizzare risorse e nuovi investimenti sulle aree chiave e avere maggior successo commerciale”. Questo si traduce in operazioni come eliminare le mostre dall’open space al terzo piano del museo per lasciare spazio a eventi aziendali a pagamento, comprimendo l’esposizione permanente e quelle stagionali tra primo e secondo piano; e conferire l’intero polo a un fondo di investimento immobiliare che gestirebbe in maniera professionale gli affitti portandoli a livelli di mercato.

Tre Oci, Venezia
Tre Oci, Venezia

L’IPOTESI DELLA VENDITA DEI TRE OCI PER RIPAGARE L’M9

Ma c’è un’ulteriore strada vagliata durante l’ultimo incontro tra il consiglio di amministrazione e il consiglio generale della Fondazione di Venezia: quella di cedere la proprietà della Casa dei Tre Oci di Venezia, acquistata dalla stessa Fondazione di Origine Bancaria nel 2000 e che ad oggi custodisce al suo interno il Fondo Fotografico De Maria ed il Fondo Italo Zannier. L’obiettivo sarebbe quello di trovare un mecenate che possa mantenere alcuni piani della storica struttura veneziana per finalità espositive. Intanto, a mettere il dito nella piaga, ci si è messa la pandemia di Coronavirus, che ha mandato in fumo gli indotti di oltre due mesi come per tutti gli altri musei nazionali. Ora l’M9 di Mestre, dotato di numerosi dispositivi di interazione e touchscreen, dovrebbe reinventare per la gran parte la sua offerta, senza contare che tutti i gruppi scolastici, che rappresentavano una fetta significativa del suo pubblico, non si vedranno almeno fino al prossimo anno scolastico. Uno scenario complicatissimo nonché frustrante, soprattutto se messo a rapporto con le grandi aspettative iniziali. Intanto, a schierarsi contro la vendita della Casa dei Tre Oci, ci si è messo anche il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, che ha tuonato in un post sulla sua pagina Facebook: “La Casa dei Tre Oci non si tocca! Non è svendendo il patrimonio che si sistemano i bilanci, ma riorganizzando ed efficientando, proprio come abbiamo fatto nel Comune di Venezia. La Fondazione si fermi. Investiamo sulla cultura per rilanciare #Venezia e l’Italia”.

Museo M9, Mestre. Ph. Alessandra Chemollo © Polymnia Venezia
Museo M9, Mestre. Ph. Alessandra Chemollo © Polymnia Venezia

L’M9 PROGETTO MAI DECOLLATO. MA QUESTO ERA PREVEDIBILE?

L’M9, in tante fasi pre e post apertura, è parso a tanti un disastro preannunciato, sensazione confermabile anche dalla visita al suo interno. Come scriveva Massimiliano Zane per Artribune già nel maggio 2019, esprimendo forte perplessità per un progetto tanto ingombrante quanto fallace: “qui il problema non sta nel tipo di offerta, ma di come essa viene interpretata: asettica. Indipendentemente dalla capacità della tecnologia di farsi facilitatrice, la narrazione dell’M9 risulta distante, escludente, poco partecipativa. Un bellissimo esercizio di stile, certo, ma impersonale: che sia a Mestre o a Roma o a Milano, l’M9 resterebbe sempre l’M9 è ciò lo rende poco coinvolgente. E per quel che riguarda la partecipazione all’esperienza culturale, non si può rispondere solo attraverso l’uso di una app o di un visore VR, serve dell’altro”.

-Giulia Ronchi

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.