M9 di Mestre. La montagna ha partorito (per ora) un topolino

Nonostante i poderosi sforzi che hanno portato alla sua realizzazione, il Museo del ‘900 di Mestre non sembra decollare. Ma quali sono i motivi?

Museo M9, Mestre. Ph. Alessandra Chemollo © Polymnia Venezia
Museo M9, Mestre. Ph. Alessandra Chemollo © Polymnia Venezia

L’iper tecnologico museo M9 di Mestre non riesce ad attrarre visitatori nel numero previsto. Purtroppo la situazione era piuttosto prevedibile e il progetto M9 ‒Museo del ‘900 arranca a meno di 6 mesi dalla sua inaugurazione: dalle stime del rapporto previsionale mancano all’appello circa 10mila visitatori al mese per garantirne la sostenibilità.
La Fondazione di Venezia, player principale dell’intero progetto, assicura una copertura delle necessità fino al 2021, ma è chiaro che qualcosa non va e che il trend deve essere invertito rapidamente, pena il flop di quello che solo a dicembre 2018 veniva definito come “il più importante progetto per contribuire al rilancio e allo sviluppo della terraferma veneziana”.
Sull’intero progetto M9, i cui primi passi risalgono ormai a più di dodici anni fa, aleggiavano da sempre molti dubbi ma si è deciso di procedere in ogni caso, perseguendo comunque un obiettivo ambizioso: riqualificare un’importante area in disuso, ma in un modo che a molti è parso fin da subito quanto meno sconnesso dal contesto. Così, ancora una volta, in molti ‒ troppi ‒ disertano una operazione culturale e commerciale a Mestre che non decolla (la memoria rimanda subito al mega flop dell’Expo Venezia ‘Aquae’ del 2015).

I MOTIVI DELLE DIFFICOLTÀ

I motivi di tale scarsa partecipazione possono essere molti: forse perché i progetti di rigenerazione, se non integrati, tendono a essere rigettati? Forse perché i processi culturali calati dall’alto senza una reale partecipazione della cittadinanza e senza alcun coinvolgimento della rete civile e urbana che li supporti fa sì che restino elementi isolati? Forse perché un museo che prevede un investimento di soldi e tempo ‒ visita di 3 ore come minimo ‒ deve immaginare una serie di sottosistemi di attivazione e attrattività oltre la sola propria esistenza, come programmi di fidelizzazione e visita dedicati o accessi multipli ripetibili a distanza nel tempo o scontistiche targettizzate? Forse perché prima di investire 110 milioni di euro in una immensa struttura che doveva reggersi principalmente sul retail sarebbe stato utile studiare più approfonditamente il mercato degli spazi commerciali nel rapporto domanda-offerta? Forse perché un museo con una narrativa come M9, tanto ricca e dettagliata quanto estremamente settoriale (la storia dell’evoluzione sociale dell’Italia nell’arco del Novecento è cosa da palati fini), risulta essere un “in più” che si scontra con l’offerta artistica e culturale di una città storica già ricchissima? Forse perché un’esposizione permanente e “rigida”, per quanto tecnologica, difficilmente è in grado di ri-attrarre a sé continuamente masse di visitatori? Forse perché una proposta come quella di M9 necessita di un supporto continuo di componenti d’interesse più duttili e capaci di aggregare il pubblico oltre che di ancillari mostre fotografiche o scarni appuntamenti di dibattito? Forse perché il boom hi-tech è appunto un boom, il che implica un picco d’interesse che non ha (quasi mai) modo di sedimentarsi se non attraverso rilanci e aggiornamenti continui (e costosi)? Forse che aver nominato il direttore a un mese dell’inaugurazione non lo abbia messo nella posizione di poter contribuire al progetto museale concretamente, ma solo di gestirlo? Forse perché voler inseguire Venezia creando musei, alberghi e gallerie commerciali non è la soluzione per il rilancio di Mestre?
Mestre, che, magari potrebbe integrarsi nel territorio metropolitano di terraferma con un progetto economico e culturale proprio, provando a sviluppare una sua identità e non solo essere un elemento accidentale per il turismo lagunare?

Museo M9, Mestre. Ph. Irene Fanizza
Museo M9, Mestre. Ph. Irene Fanizza

LA NECESSITÀ DI UN DIALOGO CON MESTRE

Perché qui il problema non sta nel tipo di offerta, ma di come essa viene interpretata: asettica. Indipendentemente dalla capacità della tecnologia di farsi facilitatrice, la narrazione dell’M9 risulta distante, escludente, poco partecipativa. Un bellissimo esercizio di stile, certo, ma impersonale: che sia a Mestre o a Roma o a Milano, l’M9 resterebbe sempre l’M9 è ciò lo rende poco coinvolgente. E per quel che riguarda la partecipazione all’esperienza culturale, non si può rispondere solo attraverso l’uso di una app o di un visore VR, serve dell’altro. Serve appunto un processo collettivo, che guarda ai musei quale tassello essenziale dell’ecosistema sociale in cui sono inseriti. E si tratta di un lavoro lungo e complesso, impossibile da innestare meccanicamente perché nasce molto prima della progettualità stessa. Un processo che vede il museo come elemento ultimo di un percorso che una istituzione culturale deve poter e saper coltivare attraverso responsabilità e fiducia acquisite nel tempo e senza le quali l’idea stessa di partecipazione fallisce.
Occorre dunque rivedere alla base l’idea stessa del progetto M9, non l’offerta, la tecnica, ma il cuore. Serve rivederne soprattutto i rapporti di comunicazione e relazione con la cittadinanza attraverso la propria capacità di farsi portatore di un messaggio condiviso attivo e non solo informativo. Cioè significa pensare all’innovazione (non solo in termini tecnologici) secondo una idea di produzione culturale che nasca dall’ascolto e che da questo si faccia elemento vivo di valorizzazione e di contatto con i territori in cui nasce e con cui opera. Un contatto unico, produttore di “valore” e attrattività unici tra luoghi e genti, tra senso di appartenenza e di appaesamento. Perché la tecnologia – per quanto attraente – è un mezzo, non una strategia e per farla funzionare servono persone, territori e comunità e una intera città. Senza questo supporto è impossibile costruire e diffondere un senso di imprinting condiviso, autenticamente collettivo. Condizioni, queste, fondamentali per risollevare una montagna culturale che per ora ha partorito solo un topolino.

Massimiliano Zane

Dati correlati
Spazio espositivoMUSEO M9
Indirizzovia Pascoli 11 Mestre - Venezia - Veneto
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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.